venerdì 4 agosto 2023

I nuovi equilibri in Asia

Articolo pubblicato dalla rivista "Panorama Difesa". Cfr. Cristiano Martorella, I nuovi equilibri in Asia, in "Panorama Difesa", n. 382, anno XXXVII, febbraio 2019, pp.44-53.  
  
I nuovi equilibri in Asia 
Le relazioni internazionali dei paesi asiatici fra alleanze e intenso riarmo, in un'area dove si gioca il destino del mondo.   
di Cristiano Martorella   
  
La sociologia della comunicazione descrive un fenomeno chiamato echo chamber (camera dell'eco) con il quale si indica la tendenza a ripetere pedissequamente un'opinione e a cercare soltanto conferme a essa, rifiutando a priori punti di vista differenti e alternativi. In questo modo si evita di confrontarsi con la realtà e la sua complessità, aderendo acriticamente a un preoccupante processo di disinformazione. Il fenomeno dell'echo chamber riguarda tutti i mezzi di comunicazione di massa, e sta coinvolgendo tutte le discipline, ed è per questo motivo che non bisogna meravigliarsi se ciò è riscontrabile anche nella geopolitica. Sempre più spesso si afferma che viviamo ormai in un mondo multipolare, spesso caotico, ma si continuano a usare le consuete categorie del pensiero bipolare utilizzando la contrapposizione fra due blocchi con una parte rappresentata dagli Stati Uniti e i loro alleati, e dall'altra la Russia e la Cina apparentemente solidali per costituire un nuovo ordine mondiale antagonista. Questa semplificazione è troppo rozza e banale, ed esclude gran parte degli attori regionali considerati secondari, ma soprattutto non descrive i reali rapporti di forza fra potenze grandi, medie e piccole, impedendo di capire la complessa geometria delle relazioni internazionali. Ciò che sta sfuggendo è in particolare la situazione in Estremo Oriente, dove si sono formate nuove alleanze nell'ottica del contenimento della Cina. In effetti, la preoccupazione per la crescita del potenziale militare cinese è stata la motivazione che ha costretto molti paesi a collaborare, ma ha anche mostrato che, oltre al timore per l'assertività cinese, è possibile una interessante e proficua cooperazione nel settore della sicurezza. Per comprendere meglio questa complessità vogliamo fornire un quadro dei recenti cambiamenti di strategia, dell'evoluzione della politica estera, e delle collaborazioni fra paesi della regione asiatica.  
  
Quadrilateral Security Dialogue  
Il Quadrilateral Security Dialogue (noto anche come Quadrilateral Initiative, e spesso abbreviato con il termine Quad) è un forum intergovernativo che coinvolge le amministrazioni di Stati Uniti, Giappone, Australia e India. Il primo incontro avvenne il 25 maggio 2007 a Manila, e vide la partecipazione del premier giapponese Shinzo Abe, del vicepresidente statunitense Dick Cheney, del primo ministro australiano John Howard e del primo ministro indiano Manmohan Singh. Questo incontro fu seguito pochi mesi dopo dall'imponente esercitazione navale Malabar 2007 svoltasi il 4-7 settembre 2007 nel Golfo del Bengala, nella quale furono impegnate le navi dei quattro paesi del gruppo, a cui si aggiunsero anche unità di Singapore. Fra le navi impiegate, circa 27, spiccavano le portaerei americane Nimitz e Kitty Hawk, l'indiana Viraat, gli incrociatori americani Cowpens e Princeton, i cacciatorpediniere John Paul Jones, Curtis Wilbur, Higgins e il giapponese Yudachi, e la fregata singaporiana Formidable. Da allora le esercitazioni Malabar sono continuate con cadenza annuale, mantenendo come membri permanenti gli Stati Uniti, il Giappone e l'India, e assumendo un valore strategico rilevante. Il Quadrilateral Security Dialogue è stato rilanciato il 12 novembre 2017 a Manila, con un incontro che ha visto la partecipazione del premier giapponese Shinzo Abe, del presidente americano Donald Trump, del primo ministro australiano Malcolm Turnbull e del primo ministro indiano Narendra Modi. Questi incontri non comportano impegni ufficiali e non fissano nemmeno un programma definito, tuttavia rappresentano la cornice per la cooperazione dei paesi partecipanti che singolarmente hanno poi sviluppato l'uno con l'altro rapporti più profondi di collaborazione e alleanza militare come vedremo più avanti. Nel 2017 Washington ha dichiarato di voler incrementare la collaborazione militare con Giappone, India e Australia, puntando ad assegnare un valore strategico a queste relazioni internazionali con i paesi della regione Indo-Pacifico. Si deve osservare che l'uso dell'espressione "regione Indo-Pacifico", in sostituzione della precedente "regione Asia-Pacifico", indica anche l'enfasi data dall'amministrazione americana alla cooperazione con l'India, che è effettivamente cresciuta in questi anni. Ciò dovrebbe rappresentare un'ulteriore accelerazione del cosiddetto pivot to Asia, con una prospettiva ancora più spinta nell'identificare l'Asia come la regione cruciale in futuro. Anche se Washington assume un ruolo fondamentale per il peso espresso e il ruolo svolto, bisogna però ricordare che le origini del forum sono da rintracciare altrove. Infatti il Quadrilateral Security Dialogue nacque all'inizio del 2007 da un'idea del premier giapponese Shinzo Abe che voleva allargare all'India gli incontri del già esistente Trilateral Strategic Dialogue fra Stati Uniti, Giappone e Australia. La proposta aveva un forte contenuto politico sostenendo l'idea di un "arco asiatico di democrazia" che intendeva coprire i paesi democratici garantendo la loro sicurezza, e promuovendo le attività economiche e il libero commercio. L'evoluzione, fra alti e bassi, ha portato a interessanti sviluppi, mostrando le enormi possibilità della cooperazione nel settore della sicurezza. Anche se il Quadrilaterl Security Dialogue è nato con l'evidente intenzione di contenere l'espansionismo cinese, non è necessariamente concepito soltanto come un'alleanza contro la Cina, anzi potrebbe avere altri obiettivi, se tale esigenza si rivelasse meno pressante. Piuttosto si devono considerare altri pericoli che possono minacciare la regione, come ha dimostrato l'escalation di provocazioni della Corea del Nord nel 2017.  
  
Joint Declaration on Security Cooperation between Japan and India   
Le alleanze in questa regione dell'Asia ruotano intorno al Giappone che è un paese capace di vantare una ricchissima tradizione e una lunga storia, e perciò in grado di avvalersi quindi degli ottimi rapporti con alcune nazioni, in primis l'India. Pur essendo poco noto, il Giappone non ha soltanto la reputazione di aggressore durante la Seconda guerra mondiale, ma è ritenuto viceversa anche l'artefice del riscatto asiatico, avendo avuto il merito di aver cacciato le potenze occidentali opponendosi al colonialismo. Questo punto di vista è particolarmente sentito in India, ricordando il notevole appoggio che il leader indiano indipendentista Subhas Chandra Bose ricevette dai giapponesi durante il conflitto, con l'organizzazione della sua fuga e il sostegno alla lotta contro i britannici. Il concetto era riassunto all'epoca con lo slogan "l'Asia agli asiatici", e coadiuvato dall'elaborazione di una politica panasiatica soltanto parzialmente applicata. Ancora oggi le relazioni fra India e Giappone sono eccellenti, e sono consolidate da interessi comuni e valori condivisi come l'assetto democratico basato su libere elezioni e rappresentanza parlamentare, e alcune somiglianze delle religioni prevalenti come il buddhismo e i culti politeisti locali, induisti e shintoisti. Soprattutto sono convergenti le posizioni politiche su numerosi argomenti, compreso il tema della sicurezza, e in particolare la libertà di navigazione. Infatti, Nuova Delhi è preoccupata per la presenza delle navi militari cinesi nell'Oceano Indiano con l'accresciuta potenza navale di Pechino che minaccia l'intera area, ma anche per i mai sopiti contrasti per i contenziosi territoriali al confine presso l'Arunachal Pradesh e nella regione di Ladakh nel Kashmir, e perfino nel vicino Bhutan per il Doklam. Per questi motivi la collaborazione militare con il Giappone è cresciuta sempre di più, fino ad arrivare a un accordo formale molto ampio e articolato chiamato Joint Declaration on Security Cooperation between Japan and India. Questo accordo è stato firmato a Tokyo il 22 ottobre 2008 dal primo ministro indiano Manmohan Singh e l'omologo giapponese Taro Aso, e prevede la condivisione di un comune punto di vista sulla politica estera, la cooperazione delle forze militari con esercitazioni congiunte, lo scambio di informazioni e possibilmente la collaborazione nel settore dell'industria militare. Quest'ultima aspirazione è stata in effetti rispettata con l'acquisto da parte dell'India degli idrovolanti giapponesi ShinMaywa US-2. Tuttavia l'aspetto che più interessa all'India riguarda il controllo marittimo con l'opportunità di poter fare affidamento sulla potenza navale giapponese per respingere le ingerenze cinesi, ed è per questa motivazione che sono state notevolmente intensificate le esercitazioni Malabar. Le esercitazioni navali Malabar iniziarono nel 1992, originariamente come attività addestrative soltanto fra India e Stati Uniti. Il Giappone fu invitato a parteciparvi nel 2007, e poi nel 2015 divenne un membro permanente insieme a India e Stati Uniti. Altri partecipanti sono l'Australia e Singapore, ma non hanno ancora lo status di partner permanenti. Il Giappone ha anche cominciato a partecipare da solo alle esercitazioni navali con l'India, e la prima volta è avvenuto nella baia di Sagami nella prefettura di Kanagawa, il 9-10 giugno 2012, con l'impiego di due cacciatorpediniere giapponesi, quattro navi indiane e l'aviazione navale nipponica. Queste operazioni bilaterali sono sempre più frequenti, e l'India sembra aver trovato nel Giappone un ottimo partner che risponde in maniera soddisfacente alle richieste del gigante asiatico. In proposito bisogna ricordare che l'India ha avuto negli anni recenti una crescita del prodotto interno lordo superiore a quella cinese, con un aumento demografico che costituisce la ragione della vitalità della sua economia, insieme al graduale miglioramento dell'industria e delle infrastrutture. Come potenza militare l'India ha ancora molte lacune da colmare, però già adesso rappresenta una forza rilevante della regione. Nel 2018 Nuova Delhi possedeva circa 140 testate nucleari, e da poco tempo ha completato lo sviluppo del missile balistico Agni V, un vettore a tre stadi a combustibile solido capace di colpire bersagli in tutta la Cina (comprese Pechino e Shanghai) grazie a un raggio d'azione di oltre 5.800 km.  
   
Japan-Australia Joint Declaration on Security Cooperation   
Un altro interessante tassello nello scacchiere del Pacifico è rappresentato dall'Australia che come abbiamo visto in precedenza è un membro del Quadrilateral Security Dialogue. Anche in questo caso il ruolo del Giappone è importante per molti aspetti, e gioca una essenziale funzione di collegamento con l'alleato americano. Infatti Tokyo ha stretto un accordo con Canberra sul tema della difesa chiamato Japan-Australia Joint Declaration on Security Cooperation. L'accordo fu firmato a Tokyo il 13 marzo 2007 dal primo ministro australiano John Howard e dall'omologo giapponese Shinzo Abe. La collaborazione prevede anche incontri bilaterali periodici, chiamati Australia-Japan Foreign and Defence Ministerial Consultations, fra i ministri degli Esteri e della Difesa, che permettono di approfondire la situazione, avviare nuovi progetti, ed esprimere una posizione politica condivisa. Finora Australia e Giappone hanno trovato una piattaforma politica comune su alcuni princìpi e valori irrinunciabili come la volontà di favorire e promuovere la democrazia e il rispetto dei diritti umani, l'osservanza delle leggi internazionali, l'applicazione delle norme per il libero commercio, e la garanzia della libertà di navigazione. Dal punto di vista militare, Australia e Giappone impiegano molti sistemi d'arma di fabbricazione statunitense, e intendono perciò intensificare la collaborazione e lo scambio di informazioni al riguardo. Il caso emblematico è il cacciabombardiere stealth F-35 che è stato comprato da entrambi i paesi, e dovrà avvalersi di strutture locali per la manutenzione, la riparazione e l'integrazione degli armamenti, e perciò si prevede quindi anche una cooperazione e attività operative comuni fra i velivoli delle due nazioni. Inoltre, il Giappone ha acquistato dall'Australia otto veicoli protetti Bushmaster dotati di caratteristiche particolari, con un elevato grado di protezione contro le mine, che vengono impiegati per le missioni speciali, e sarebbero stati comunque difficilmente sostituibili con altri mezzi. Il secondo aspetto della collaborazione fra i due paesi riguarda l'economia, ed è decisamente cruciale se gli si attribuisce il corretto valore da l punto di vista strategico. Firmato a Canberra l'8 luglio 2014 dai primi ministri Tony Abbott e Shinzo Abe, il Japan-Australia Economic Partnership Agreement (JAEPA) prevede un canale preferenziale per le esportazioni australiane in Giappone, garantendo una crescita complementare delle economie, considerando che l'Australia è un fornitore di materie prime e risorse energetiche indispensabili per la produzione industriale giapponese. Infine Canberra e Tokyo si sono poi dimostrate molto sensibili al tema della sicurezza informatica accogliendo l'invito di Washington a escludere le aziende cinesi Huawei e ZTE dalla partecipazione alla realizzazione delle infrastrutture delle reti telematiche. Da tempo è infatti in corso un braccio di ferro con Huawei e ZTE che sono esplicitamente accusate spionaggio.   
  
Japan-UK Joint Declaration on Security Cooperation   
Un caso emblematico del multipolarismo caotico che contraddistingue i nostri tempi, è rappresentato dalla decisione del Regno Unito di uscire dall'Unione Europea, preferendo abbandonare una comunità di 28 stati con un prodotto interno lordo complessivo nettamente superiore a quello della Cina, in cambio di una sovranità non più trattabile e apparentemente irrinunciabile. Tuttavia la cosiddetta Brexit non è affatto un processo chiaro e sicuro, ed è continuamente rimessa in discussione a causa dei numerosi svantaggi che ne impediscono una applicazione definitiva. Comunque, la scelta di Londra ha però provocato una completa rivalutazione delle relazioni internazionali, con l'intenzione di guardare maggiormente all'Estremo Oriente e all'America per stringere rapporti più forti, e per ricostruire quindi un'economia su basi diverse. Ciò che si vagheggia è il sogno di un ritorno al modello dell'Impero Britannico che grazie alle sue relazioni internazionali extraeuropee sia capace di gestire commerci e finanze meglio di chiunque altro. Nell'ottica di questo ritorno in Estremo Oriente, Londra ha stipulato un accordo con il Giappone chiamato Japan-UK Joint Declaration on Security Cooperation firmato a Tokyo il 31 agosto 2017 dal primo ministro Theresa May e dall'omologo giapponese Shinzo Abe. La cooperazione fra Giappone e Regno Unito non è affatto stravagante, come si potrebbe superficialmente pensare, ma è piuttosto un nostalgico ritorno alle origini ricordando l'antica Alleanza Anglo-Giapponese (Nichiei domei) sancita con la firma di un trattato a Londra il 30 gennaio 1902, e rimasta in vigore fino al 1921. In base a questa alleanza il Giappone partecipò alla Prima guerra mondiale al fianco delle forze anglofrancesi, combattendo i tedeschi nelle loro colonie in Estremo Oriente, e arrivando addirittura a inviare alcuni cacciatorpediniere nel Mediterraneo a sostegno degli alleati. L'importanza della collaborazione anglo-giapponese fu notevole se si considera il contributo dato alla nascita della Marina Imperiale del Sol Levante, con la vendita di corazzate e incrociatori (fra cui ricordiamo l'eccellente classe Kongo), e alla creazione dell'aviazione imbarcata con l'assistenza fornita attraverso mezzi e personale (come gli aeroplani Sopwith Pup e Gloster Sparrowhawk fondamentali per l'addestramento al decollo e appontaggio). Attualmente la cooperazione fra i due paesi ha ripreso lo stesso andamento che era stato avviato in quel lontanto passato, e si sta concretizzando con progetti comuni nel settore dell'industria della difesa, con forme di assistenza come l'addestramento specializzato e con intense esercitazioni congiunte. Dal 23 ottobre al 4 novembre 2016, si è infatti svolta in Giappone, presso le basi aeree di Chitose e Misawa, l'esercitazione Guardian North 16, a cui hanno partecipato caccia Eurofighter Typhoon della Royal Air Force e Mitsubishi F-2 e F-15J della Japan Air Self-Defense Force. Questa è stata la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale di un evento simile, e si è potuto assistere a una esercitazione fra aerei da combattimento inglesi e giapponesi che finora era alquanto insolita. Ancora più importante è stata l'esercitazione Vigilant Isles che si è svolta dal 30 settembre al 12 ottobre 2018 presso Ojijihara, nelle vicinanze della città di Sendai nella prefettura di Miyagi, e al Fuji Training Camp a Shizuoka, alle pendici del monte Fuji. In questa occasione hanno partecipato alle attività i soldati britannici dell'Honorable Artilery Company insieme ai colleghi giapponesi delle Forze di Autodifesa. Si tratta della prima volta che il Giappone ha ospitato truppe non americane sul proprio territorio per un'esercitazione. Considerando l'elevata competenza dei soldati britannici, il contributo che il Regno Unito può fornire nell'addestramento è dunque altissimo, ma può garantire anche la preparazione per sviluppare tattiche adeguate a condizioni particolari di combattimento come la riconquista di un'isola (esperienza vissuta realmente nelle Falkland). Infine, un settore in cui Londra e Tokyo vogliono collaborare maggiormente riguarda l'industria della difesa. Si sta infatti cercando di coinvolgere sia il governo sia le aziende giapponesi nel progetto del Tempest, un caccia stealth di sesta generazione che dovrebbe volare intorno al 2035 circa, ed è sostenuto da importanti gruppi come BAE Systems, Leonardo, MBDA e Rolls Royce. Un altro progetto caldeggiato riguarda il missile aria-aria Meteor che potrebbe essere acquistato per armare i caccia F-35A giapponesi, esigenza che sembra essere molto sentita a Tokyo. Inoltre è anche stata avviata una collaborazione per realizzare una versione migliorata del Meteor dotata di un seeker prodotto da Mitsubishi Electric, chiamata JNAAM (Joint New Air-to-Air Missile). Si spera che i primi test di questo missile possano iniziare nel 2023. Questo fiorire di attività fa intendere che i possibili progressi in questi settori siano destinati a essere incrementati.   
  
Belt and Road Initiative   
Nel quadro delle alleanze stipulate in Asia, la Cina riveste un ruolo centrale essendo percepita come una minaccia a causa della sua crescita militare, della politica estera espansionistica e assertiva, e anche per il suo assetto politico e istituzionale fortemente critico e ostile nei confronti della democrazia liberale. Appunto per reagire a questa sfida sarebbero stati sviluppati accordi e collaborazioni fra paesi diversi. Questa strategia sarebbe una riedizione, riveduta e corretta, della dottrina di George F. Kennan per l'Asia, che prevede di stendere una maglia di contenimento attraverso accordi bilaterali diversamente vincolanti con alleati tradizionali e nuove potenze. Sebbene ciò sia ancora in gran parte vero, bisogna considerare che negli anni recenti la Cina ha cambiato la sua strategia, e ciò va analizzato con oculatezza. Procediamo con ordine attraverso un breve excursus storico che fornisca un'idea più precisa di questo cambiamento. Nel suo discorso al XVIII Congresso del PCC (Partito Comunista Cinese), l'8 novembre 2012, il presidente Hu Jintao affermò che la forza militare cinese avrebbe dovuto diventare egemone tanto da trasformare la nazione in una potenza marittima. Questa esortazione riprendeva una teoria elaborata dall'ammiraglio Liu Huaqing, secondo il quale c'erano due catene di isole che dovevano cadere assolutamente sotto il controllo della Cina. La prima catena di isole è composta dall'arcipelago del Giappone, le isole Ryukyu, Taiwan, le Filippine e la Malesia, mentre la seconda è composta dalle isole Marianne, Guam e Palau. L'ammiraglio Liu Huaqing riteneva che la Cina avrebbe ottenuto la supremazia sulla prima catena di isole entro il 2010, mentre la seconda sarebbe stata assoggettata intorno al 2020, con il controllo infine dell'Oceano Indiano e Pacifico fissato nel 2040. Ovviamente questa previsione si è rivelata troppo ottimistica, e le navi da guerra statunitensi continuano a navigare perfino nel Mar Cinese Meridionale, nelle acque rivendicate da Pechino, e nonostante la presenza di avamposti militari sulle isole Spratly e l'esibizione muscolare della forza militare da parte cinese. La strategia di Liu Huaqing infatti non prevedeva la ferma reazione americana, anzi pensava di intimorire Washington tanto da farlo arretrare, mentre l'intuizione dell'amministrazione americana ha suggerito che quel tratto di mare fosse una questione cruciale per le sorti del mondo, spostando con decisione l'attenzione in questa regione secondo la dottrina del pivot to Asia. Inoltre Pechino ha trovato un inaspettato ostacolo nell'ostinazione giapponese nel difendere anche le più piccole isole del suo territorio, come per il contenzioso delle isole Senkaku, che ha provocato l'avvio di un profondo processo di riarmo e riorganizzazione delle Forze di Autodifesa del Giappone. Le isole più meridionali del Giappone, le Sakishima, con la più vicina Ishigaki a soli 150 km dalle Senkaku, sono diventate il presidio di una difesa A2/AD (Anti Access/Area Denial) costituita da missili costieri antinave Type 88 e Type 12, dotati di una gittata di 200 km, antiaerei Type 03 Chu-SAM, e antibalistici PAC-3 Patriot. Il controllo è poi garantito da numerosi potenti radar: J/FPS-7 a Miyako e Okinoerabu, J/FPS-4 a Kume, e J/FPS-5C a Yozadake. A questi si è aggiunto recentemente il radar di Yonaguni, l'isola più remota posta a sud-ovest, con una portata di 320 km. Un altro problema insormontabile per la Cina è l'impossibilità di attaccare il Giappone senza coinvolgere le forze armate degli Stati Uniti. Infatti le basi giapponesi sono quasi tutte adiacenti a insediamenti militari americani, come nei casi evidenti di Yokosuka, Misawa, Atsugi, Sasebo, Iwakuni e Okinawa, e quindi uno scontro si tramuterebbe certamente in un conflitto di grandi dimensioni. Anche se si cercasse di limitare l'attacco con operazioni anfibie concentrate in una zona ristretta, il possesso del controllo del cielo e del mare da parte dei giapponesi renderebbe inattuabile ogni proposito di invasione. Per evitare uno scontro diretto con gli Stati Uniti nel Pacifico, Wang Jisi, preside della Scuola di Studi Internazionali di Pechino, propose nel 2012 una nuova strategia che orientava lo sforzo diplomatico, economico e militare verso ovest, in Asia centrale e meridionale, Medio Oriente e Africa. L'idea di "orientare a ovest" l'espansione della Cina ha avuto un enorme successo incontrando un'altra intuizione del presidente Xi Jinping fautore della Nuova via della seta. La strategia di Wang Jisi è indubbiamente molto intelligente perché considera complementari la dimensione economica, politica e militare, alternando brillantemente diplomazia, investimenti, costruzioni di infrastrutture, crescita finanziaria e rafforzamento militare, ed elaborando una teoria autenticamente geopolitica che tiene presente l'aspetto geografico. La Belt and Road Initiative (nota anche come One Belt One Road, in cinese Yidai yilu) è la realizzazione concreta di questa strategia che intende unire maggiormente la Cina all'Asia, Africa ed Europa con il potenziamento dei collegamenti e delle infrastrutture. Così la Cina avrebbe l'accesso alle risorse minerarie ed energetiche dell'Africa e del Medio Oriente, e simultaneamente aumenterebbe le esportazioni in Europa. Le forze armate sarebbero ovviamente impiegate per proteggere e garantire la circolazione delle merci per le vie marittime e terrestri. Questo progetto è certamente un capolavoro della strategia cinese perché si ispira ai princìpi della tradizione esposti dal maestro Sun Tzu che esortava a creare le condizioni per vincere la guerra senza combattere.   
  
America First  
 Le difficoltà della Cina nell'applicare i propri piani di espansione cominciano quando incontrano gli interessi degli Stati Uniti che non sembrano condividere l'opinione molto diffusa circa il declino della potenza americana. Anche questa credenza riguarda le scienze sociali, e in particolare la sociologia della comunicazione, come abbiamo descritto inizialmente, e il modo in cui si formano e rafforzano le opinioni. La convinzione che gli Stati Uniti siano una potenza in declino, destinati a essere superati dalla Cina prima nell'economia e poi nella politica, costituisce una costante di una narrazione antisistema. Questa narrazione è il prodotto della profonda insoddisfazione della classe media che è un fatto oggettivo, ma viceversa non è fondata la credenza che gli Stati Uniti siano in declino perché i dati economici ci dicono esattamente l'opposto. Al contrario, la Cina ha enormi problemi, ma a differenza dei paesi occidentali può controllare e manipolare l'opinione pubblica grazie alla censura della stampa e di tutti i mass-media, compreso internet. Se consideriamo come in questi anni sia rallentata la crescita del prodotto interno lordo cinese, arrivando a quasi dimezzarsi rispetto alla cifra dell'impressionante boom economico all'inizio del secolo, ci rendiamo conto che il tanto celebrato sorpasso degli Stati Uniti diventa più arduo e lontano. In proposito è utile ricordare come la situazione della Cina contemporanea sia stata brillantemente analizzata dal politologo Joseph Nye che ha messo in luce le tante difficoltà che le impediscono di diventare una potenza globale. Innanzitutto è criticabile il suo autoritarismo arcaico e paternalistico che non è paragonabile a nessun altro, e soprattutto la Cina non può essere in alcun modo ritenuta un modello politico, e infatti non ha mai proposto un modello che possa essere imitato, anzi si ritiene un'eccezione culturale, etnicamente e geograficamente determinata. Se si può obiettivamente riconsiderare un ridimensionamento consistente del potere degli Stati Uniti nel mondo, non si può sostenere comunque che ci sia in atto un sorpasso o un raggiungimento da parte della Cina tale da giustificare l'idea di un bipolarismo. Ciò che invece emerge è un multipolarismo caratterizzato da molteplici e diverse dinamiche, con pesi e forze anche molto differenti. Dal punto di vista militare gli Stati Uniti hanno ancora un enorme vantaggio, in particolare per quanto riguarda le capacità dell'armamento atomico. Nel 2018 l'arsenale nucleare americano era costituito da 1.750 testate nucleari operative, a cui si aggiungono altre 4.700 testate in stoccaggio, mentre le testate cinesi erano appena 280. Anche i missile intercontinentali cinesi basati a terra sono molto meno di quelli americani, e quelli imbarcati sui sottomarini sono anch'essi inferiori. Per quanto riguarda il confronto marittimo il paragone è impietoso perché se la Cina può vantare la costruzione di 2 portaerei, gli Stati Uniti dispongono di 11 portaerei (10 classe Nimitz e una Gerald Ford), tutte molto più grandi e potenti, a cui si aggiungono 66 cacciatorpediniere Aegis della classe Arleigh Burke e 22 incrociatori Ticonderoga. In conclusione la potenza economica e militare degli Stati Uniti è ancora schiacciante, e fa ritenere giustamente che essi rimarranno protagonisti nell'Oceano Pacifico e in Asia per molti anni ancora.   
  
Le alleanze fluide nella società liquida  
Una considerazione finale deve essere svolta in merito alle condizioni mutate in cui ci si accorda e si stringono alleanze. Il sociologo Zygmunt Bauman si riferisce alla società contemporanea postmoderna chiamandola "società liquida" per indicarne l'estrema mutevolezza, instabilità, incertezza e precarietà. In questo tipo di società le identità non sono mai ben definite, non vi sono certezze, tutto è molto veloce e continuamente in mutamento. Quindi, nel mondo attuale, se si vogliono realizzare delle alleanze militari bisogna concepirle nei termini delle "alleanze fluide" che sono intese sui reciproci vantaggi, senza pretendere che il contesto rimanga immutato oppure venga basato esclusivamente su fondamenti ideologici come avveniva in passato. Ci si rende conto già adesso quanto questo aspetto sia cruciale, e infatti le consuete alleanze "ideologiche" sono sempre più deboli, e lo si vede nei tanti contrasti fra Stati Uniti ed Europa, oppure nell'ambivalenza della Russia che fornisce armamenti molto avanzati all'India nonostante essa sia l'avversario più temibile per la Cina. Si rende necessario perciò una maggiore elaborazione teorica delle dottrine militari alla luce dei cambiamenti storici in atto, con un impegno intellettuale molto più forte perché oltre al possesso di armamenti sempre più sofisticati serve un'idea circa il modo di impiegarli, e questo aspetto non può essere delegato soltanto a tecnici o militari professionisti, ma è assolutamente una responsabilità politica. 

giovedì 25 agosto 2011

La questione del nulla

Giancarlo Vianello, studioso di filosofia giapponese, ha pubblicato un volume dedicato ai temi approfonditi nel pensiero orientale.

Giancarlo Vianello, Colligite fragmenta. La questione del nulla, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2011, 138 pag., 16 euro.


Giancarlo Vianello, riprendendo concettualmente l'insegnamento della Scuola di Kyoto, sostiene la non-negatività del nichilismo, ossia una visione non negativa del nulla. Rimproverando alla tradizione occidentale di aver considerato il nulla come semplice negazione dell'essere, si scorge un errore anche nella contrapposizione del dualismo che distingue e oppone invece di comprendere e unire. La visione della filosofia giapponese è riassunta dalla nota formula buddhista: "la forma è il vuoto, il vuoto è la forma" che dissolve ogni dualismo e rifiuto del nulla.
Cristiano Martorella



mercoledì 24 agosto 2011

Ryozen jodo

In molti si chiedono quale sia la traduzione corretta del termine buddhista Ryozen jodo. Il termine Ryozen jodo significa letteralmente "terra pura della montagna dello spirito". La traduzione corretta è questa, ed è facilmente comprensibile dalla lettura dei kanji (caratteri cinesi) che compongono le parole. Jodo è composto da due kanji: terra (tsuchi, do) e puro (kiyoi, jo). Ryozen è composto da altri due kanji: spirito (rei, ryo) e montagna (yama, zen). Quindi non possono esserci equivoci sulla corretta traduzione di Ryozen jodo.
Il termine è stato più volte usato da Nichiren per indicare il Gridhrakuta, in giapponese Ryojusen (Montagna dell'aquila, o dell'avvoltoio), località presso la città di Rajagriha, dove Buddha espose la dottrina del Sutra del Loto. Nella concezione escatologica di Nichiren, il luogo assunse una valenza simbolica e metafisica, una specie di paradiso ultraterreno. Durante la sua esistenza, Nichiren aveva affermato la sicura salvezza attraverso la sua pratica religiosa, ma negli ultimi anni di vita incominciò a esprimere la speranza nella rinascita nel Ryozen jodo (La terra pura della montagna dello spirito). Ciò era in netta contraddizione con l'insegnamento fino ad allora predicato che aveva assicurato la buddhità durante la vita terrena.

Fornisco pubblicamente questa spiegazione perché sia diffusa e appresa anche da chi non conosce la lingua giapponese e ignora i significati delle parole e della terminologia buddhista.

Cristiano Martorella



Il caccia stealth giapponese

Secondo alcune indiscrezioni, riprese dalla stampa specializzata, un prototipo di aereo militare stealth potrebbe volare in Giappone nel 2014. Infatti, il Giappone mira a raggiungere il potenziale di Stati Uniti, Cina e Russia nel campo dell'aviazione militare. Questi tre paesi posseggono o stanno sviluppando caccia intercettori stealth. Nel caso degli Stati Uniti si tratta del noto Lockheed Martin F-22 Raptor, mentre per la Russia è il Sukhoi PAK-FA T-50.
Dal 2009, per questo progetto di aereo stealth, il Giappone avrebbe investito 473 milioni di dollari. Il caccia di quinta generazione giapponese si chiama ATD-X Shinshin, ed è un progetto sviluppato dal TRDI (Technical Research and Development Institute), a cui dovrebbe subentrare la Mitsubishi per la produzione in serie. L'aereo dovrebbe essere propulso da motori Ishikawajima-Harima XF5-1 costruiti appositamente in Giappone.
Cristiano Martorella


Bibliografia consultata

Il Giappone fa un passo avanti verso l'ATD-X, in "Aeronautica & Difesa", n.286, anno XXV, agosto 2010, p.76.

Giuliano Da Frè, La Japan Air Self Defence Force nel XXI secolo, in "RID Rivista Italiana Difesa", n.12, dicembre 2010, pp.48-56.







sabato 2 ottobre 2010

Takashi Murakami e manga

Lettera pubblicata dal quotidiano "La Stampa".
Cfr. Cristiano Martorella, Chi critica i manga non capisce d'arte, in "La Stampa", mercoledì 29 settembre 2010.

Chi critica i manga non capisce d'arte
Due opere dell'artista Takashi Murakami sono state vendute da Sotheby's a un prezzo superiore alla quotazione iniziale: "Koumokkun" a 474 mila euro, e "Eye love superflat" a 289 mila euro. Takashi Murakami è divenuto famoso per le sue opere che si ispirano all'arte hentai e alla cultura pop giapponese contemporanea, in particolare ai manga. Ciò dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che le critiche frettolose a questo genere di opere provengono soltanto dall'ignoranza gretta e dall'incomprensione di un genere che si sta affermando a livello mondiale. Infatti nel nostro Paese non sono mai mancate le voci critiche, quasi sempre eccessive, nei confronti dei manga giapponesi accusati delle peggiori perversioni.
Cristiano Martorella

sabato 18 settembre 2010

I mostri di Go Nagai

Kemono, i mostri di Nagai Go
di Cristiano Martorella

1 marzo 2005. L’idea che i disegni animati siano prodotti inferiori e infantili esclusivamente dedicati ai bambini è un vecchio e irriducibile pregiudizio. Nonostante i bravissimi critici d’animazione che ci si sono in Italia, impegnati a contestare duramente una simile scempiaggine, questa stupida idea è ancora lontana dall’essere debellata. Viceversa in Giappone si è sempre avuto il massimo rispetto per l’animazione, e anche i prodotti per bambini hanno goduto di un’attenzione maggiore e di contenuti più evoluti. Un esempio lampante è fornito dal lavoro di Nagai Go, un autentico classico della storia dell’animazione giapponese. Nelle sue opere la figura del mostro è sempre complessa e articolata, con una ricchezza che è derivata direttamente dal grande repertorio del fantastico nipponico. Qui ci concentreremo sui mostri delle serie robotiche, forse le più note in Italia.

In giapponese la parola kemono significa mostro, bestia. Kemono si può dire anche ju nella lettura on, ed essere usato in vari composti come vedremo in seguito. In base a distinzioni grafiche e alle diversità dei nomi, possiamo individuare una tipologia (1) per i mostri di Nagai Go.

1) Mostri meccanici
2) Mostri organici mutanti
3) Mostri spaziali
4) Mostri mitologici
5) Mostri preistorici

Analizziamo la tipologia in base alle storie e alle vicende degli anime. Risulterà facile verificare e comprendere su quali elementi si basa questa classificazione dei mostri di Nagai Go.

I mostri meccanici: megarobot

I mostri meccanici sono quelli che inaugurano le fortunate serie di Mazinga Z, in giapponese Majinga Zetto (2). Creato nel 1972 dalla fervida immaginazione di Nagai Go, Mazinga Z è il secondo “giant robot” della storia dell’animazione giapponese, essendo stato preceduto sullo schermo da Super Robot 28. I nemici di Mazinga Z sono gli automi, i robot inviati dal Dottor Inferno. Questi robot, in giapponese robotto oppure robo, hanno aspetto antropomorfo, simili a giganteschi guerrieri di ferro, e possono muoversi indipendentemente per eseguire i comandi e le missioni pianificate dal loro padrone. Si tratta di macchine che possiedono un grande potere distruttivo, però mancano di intelligenza e soprattutto sentimento. Il loro avversario, Mazinga Z, viene comandato da un dispositivo (pilder) nella testa del robot che contiene il pilota, fondendo così le caratteristiche umane ai poteri del robot. Questa combinazione risulta vincente perché gli eroi giapponesi, a differenza degli eroi americani, non vincono con l’uso della forza bruta, ma soltanto grazie alla volontà e alla forza morale che infonde coraggio e spirito di sacrificio.
I mostri meccanici, autentici robot, sono in questa fase molto simili alle macchine di altri film, disegni animati e fumetti dell’epoca (3). Essi sono creatura meccaniche con movimenti rigidi e impacciati, strutture pesanti di metallo scuro, leve e ingranaggi consumati dall’attrito. Insomma, come cantato nella sigla giapponese intitolata Majinga Zetto, il robot è kuroganeshiro, letteralmente “una fortezza di metallo nero”. Nonostante ciò le creature del Dottor Inferno sono sempre dei mostri terrificanti e pericolosi. La loro grandezza spropositata e le armi che possiedono hanno procurato loro una terribile fama e il nome di megarobot. D’altronde i megarobot hanno un aspetto guerriero inimitabile. Costruiti dagli antichi micenei con una tecnologia sconosciuta, sono dotati di armi offensive da taglio (spade, punteruoli, tridenti), missili e razzi di vario tipo, armi immobilizzanti (reti e catene), raggi ultrasonici, scariche elettriche, armi contundenti (magli, mazze ferrate e sfere di ferro), bombe a caduta libera. Un arsenale sufficiente a conquistare il mondo e distruggerlo. I megarobot restano comunque macchine simili ad aerei, carri armati, automi con braccia dotate di tenaglie, strumenti di guerra privi di raffinatezza. Quando vengono colpiti dai raggi di calore (l’arma chiamata breast fire di Mazinga Z) essi si fondono. Investiti dall’uragano di ruggine (rust hurricane) essi diventano rossi per la corrosione e si accartocciano. Sono macchine e così vengono distrutte. Vanno in mille pezzi quando sono investiti dal pugno al razzo (rocket punch). La loro forza è anche la loro debolezza.

I mostri meccanici: ufo robot

Altre macchine, altri robot, questa volta provenienti dallo spazio, sono i dischi volanti mostri. Si chiamano enbanju, letteralmente “disco mostro”. I dischi mostri sono anche detti ufo robot (yufo, nella trascrizione giapponese). Essi si contrappongono a Goldrake (nella versione giapponese Grendizer, trascritto anche Gurendaiza), un robot combinabile con un’astronave disco volante proveniente dal pianeta Fleed e divenuto difensore della Terra. I dischi mostri (enbanju) non hanno molte versioni e varianti. Sono dischi volanti piatti che possono aprirsi facendo uscire un mostro robot dotato di artigli e armi. Ricordiamone alcuni tipi. Enbanju Jinjin è un disco che contiene all’interno una specie di robot granchio dotato di lunghe chele con cui afferra e blocca l’avversario. Enbanju Gubigubi si apre componendosi in quattro grossi dischi appoggiati su un enorme artiglio. I dischi esterni sono dotati di punte e ruotano divenendo armi d’offesa. Più interessante è Enbanju Koakoa, un ufo robot costituito da tre sfere di luccicante metallo che volano a una certa distanza fra di loro avvolte da un plasma infuocato. Questo plasma ha la duplice funzione di fornire una protezione come scudo e d’essere un’arma da lanciare sul nemico.

I mostri organici mutanti: sentoju

Ufo robot e megarobot sono mostri meccanici, invece sono mostri organici le creature mutanti di Micene (Mykonos). La storia fantascientifica narra che gli antichi abitanti di Micene erano dei terribili guerrieri che usando armi nucleari subirono spaventose mutazioni genetiche divenendo mostri bestiali. In questo caso la parola giapponese kemono è appropriata. Infatti kemono in inglese sarebbe tradotto con beast. I mostri micenei sono creature ibride fra umani e animali come tigri, rettili, pesci e insetti. Essi sono chiamati sentoju ossia “mostro da combattimento”. Bisogna premettere che la distinzione fra mostro organico e mostro meccanico nelle storie di Nagai Go non è ben netta. Spesso la creatura è un cyborg dove carne e sangue si mischiano a strutture metalliche. Soltanto lo studio della trama e l’osservazione dei particolari può aiutare a definire meglio il mostro. I mostri mutanti chiamati sentoju non sono macchine, ma possono parlare, pensare e agire liberamente provando sentimenti, in particolare l’odio, l’ira, la vendetta, lo stupore, la soddisfazione nell’infliggere il dolore, il disprezzo dell’avversario, la presunzione e la tracotanza. Insomma, i sentimenti adatti all’animo di un mostro. Il capo dei mostri combattenti è il Generale Nero, nell’originale giapponese Ankoku Daishogun (Grande Generale dell’Oscurità), una creatura antropomorfa dotata di corazza da samurai e una faccia parlante nel centro del petto, armato di spada con catena, calza ai piedi due grossi corni. Il Generale Nero dispone di sette armate infernali poste al centro della Terra, seppellite nelle profondità delle viscere del pianeta fra fiumi di lava, miasmi di gas tossici e caverne tenebrose. Comandante della più forte armata è Juma Shogun, letteralmente il Bestiale Generale Demoniaco, essere con un busto umano con una criniera leonina fissato su un corpo di drago alato. Al centro del petto il mostro Juma ha il volto di un insetto dotato di rostro e al posto della mano destra ha una testa quasi scheletrica. Nell’altra mano impugna una scure. Altri mostri combattenti sono Badian, Sharaga, Raigon, Suraba, Dante. Sharaga, il cui nome intero è Hachuruikei Sentoju Sharaga (Mostro combattente dall’aspetto di rettile), è una serpe con una testa di donna su un’estremità della coda, e dall’altra parte il capo di un cobra. Sputa un veleno capace di fondere qualsiasi metallo. Badian è un uccello simile a un avvoltoio con la testa di un vecchio al centro del petto. Suraba è un mostro pesce con una faccia di donna. Raigon, il cui nome intero è Konchukei Sentoju Raigon, è un orribile insetto gigante. Dante, il più interessante e originale, è un Akuryo, cioè un mostro demone costituito da un grosso mantello sospeso in aria con due braccia scheletriche e una testa azzurra piccola sormontata da un teschio. Egli è capace di creare un vortice fortissimo sotto il mantello e investire così l’avversario.

I mostri spaziali: uchu kaiju

A metà strada fra la macchina e l’organismo vivente, i mostri spaziali, in giapponese uchu kaiju, uniscono le caratteristiche cibernetiche che rendono potente il mostro alla natura intelligente e feroce dell’animale. Questi cyborg mostruosi sono creati da extraterrestri spietati che vogliono conquistare la Terra. Hanno poteri straordinari che provengono dalla tecnologia aliena e dalle proprietà insite nella loro struttura.
Kumaju Gurangen, letteralmente mostro demoniaco del cielo, è una ributtante creatura color roseo violaceo con due braccia e due gambe tentacolari capaci di stritolare l’avversario. Ketsugoju Bongu è un mostro combinabile costituito da pezzi di aerei e carri armati capaci di staccarsi, attaccarsi e ricomporsi. Dalle canne dei cannoni lancia getti di fuoco e dalle gambe partono missili. Kohaju Pikudoron è un mostro temibile. Pikudoron è il mostro splendente dotato su tutto il corpo di un manto di luce dorata che è uno schermo invalicabile. Nessuna arma può scalfirlo e i raggi radioattivi vengono assorbiti e tramutati in energia che potenzia il mostro. Lo stesso manto luminoso può scagliare le frecce di luce capaci di far esplodere qualsiasi robot. Spaventoso e inarrestabile è Girugirugan, un mostro spaziale (uchu kaiju) invincibile. Si nutre di ferro accrescendo la sua mole. Nato da un uovo posato da un disco volante, ha inizialmente le sembianze di un dinosauro. Poi dal suo corpo spunta il busto di un mostro antropomorfo con la testa a forma di stella. Assorbendo l’energia necessaria completa la trasformazione. Girugirugan è un mostro immenso di colore arancione, con due braccia dotate di mani con dita lanciamissili, piedi con artigli, ali gigantesche di pipistrello che emettono luce abbagliante, due enormi falci al fianco. Soltanto Getter Robot e Great Mazinger alleati insieme riusciranno a sconfiggerlo dopo una battaglia estenuante.

I mostri mitologici

La passione di Nagai Go per i mostri mitologici è confermata da molti episodi delle serie a disegni animati. Il mostro mitologico più citato è Yamata no Orochi, letteralmente “il grosso serpente dalle otto biforcazioni”. Si tratta del mostro della leggenda giapponese, il gigantesco serpente con otto teste e otto code che fu sconfitto dal dio Susanoo. Nagai Go lo riporta in vita più volte. Nella serie Jeeg Robot d’acciaio (in giapponese Kotetsu Jigu), il mostro Orochi è un’astronave del regno degli Haniwa. Invece nel film Kessen Daikaiju, il mostro Orochi è resuscitato nutrendosi del petrolio che l’inquinamento ha riversato in mare. Nella più grande e spettacolare battaglia degli eroi giapponesi è impegnata un’intera armata di robot (robo gundan) fra cui Goldrake, Great Mazinger e Getter Robot G. Il mostro è insensibile ai missili e la sua mole immensa lo rende addirittura resistente alle armi più potenti. Addirittura Tetsuya, il pilota del Great Mazinger, verrà ingoiato col suo robot e uscirà fortunosamente attraversando l’intestino. L’unico modo per sconfiggerlo è facendogli ingoiare i serbatoi del gas delle raffinerie per innescare un’esplosione immane accesa dai raggi dei robot.
La serie di Jeeg Robot d’acciaio, già citata in precedenza, contiene altri importanti e numerosi riferimenti alla mitologia. I nemici di Jeeg sono gli Haniwa (Haniwa genjin), un’antica popolazione del Giappone realmente esistita intorno al III-VI secolo d.C., ripresa da Nagai Go in un’ottica quasi horror. Infatti nell’anime essi sono rappresentati come zombi che spuntano dal terreno, oppure fantasmi terrificanti. Anche la regina Himika, nell’originale giapponese Himiko, è una creatura mostruosa che unisce l’antico fascino e la bellezza della sciamana alla cattiveria dell’essere reietto e dimenticato.
Un mostro famosissimo di Nagai Go tratto dalla mitologia è Silen. Silen, in alcuni adattamenti italiani Silene, è la trascrizione modificata della parola siren ossia sirena. In giapponese il suo nome è Shirenu. L’autore si è ispirato al mito originario dell’antica Grecia, quando le sirene erano raffigurate come creature metà uccello e metà donna, prima che si affermasse la versione moderna metà pesce e metà donna sostenuta dalla fiaba di Hans Christian Andersen. Silen ha due grandi ali scure attaccate sul capo, e artigli alle mani e ai piedi. Il colore del suo corpo è verde. Nonostante tanta mostruosità il suo corpo conserva la linea seducente di una donna con gambe snelle, vita stretta, seno prosperoso. Il volto è ben proporzionato con un naso piccolo, occhi espressivi e grandi, bocca carnosa. L’intera storia dei disegni animati di Devilman, in giapponese Debiruman, riprende vicende tratte da leggende varie. La tribù dei demoni è un concentrato di mostri mitologici attinti dalla tradizione giapponese e dalla narrativa straniera. Ci sono anche creazioni originali come Bugo, un mostro orripilante di consistenza gelatinosa che cambia forma passando dall’aspetto di una manta con innumerevoli occhi sparsi sul dorso alla sembianza di una viscida lumaca con un corno dotato di una bocca dentata e molli tentacoli strangolatori.
Prima di passare avanti, è doverosa una precisazione. I rapporti fra animazione e cinema giapponese sono molto forti e con una continuità sconosciuta altrove. Si capisce così come i mostri degli anime siano debitori al genere cinematografico dei kaiju eiga (film di mostri). Innanzitutto è fondamentale il contributo del regista Honda Ishiro (4), autore di Godzilla (1954), il celebre mostro dalle sembianze di drago (il nome giapponese è Gojira ed è stato creato fondendo le parole gorira e kujira, gorilla e balena). Godzilla è importante perché introduce un tema ripreso in seguito dalla fantascienza. Godzilla è un mostro mutante, un dinosauro risvegliato dall’esplosione di una bomba atomica sperimentata negli atolli dell’Oceano Pacifico. Le radiazioni hanno reso Godzilla più forte e capace di incenerire ogni cosa con un getto infuocato fuoriuscito dalla bocca. La mutazione è una variabile che arricchisce la storia, inoltre aggiunge un elemento di complessità nella genesi della creature mostruose.

I mostri preistorici: i megasauri

I dinosauri, mostri preistorici di un lontano passato, tornano sulla Terra per distruggerla nella serie intitolata Getter Robot (nell’adattamento italiano Space Robot). Il mostro di questa particolare serie animata non è un robot meccanico, nemmeno una creatura fantastica, ma veri animali che hanno conservato gli istinti bestiali, soprattutto l’intelligenza capace di sfruttare la tecnologia. I megasauri utilizzano armi e corazze per diventare mecha sauri, ossia dinosauri potenziati dalla tecnologia. Così ritorna un tema tipico dei disegni animati di Nagai Go: il mecha corpo. Il robot è una armatura che aumenta la forza limitata degli esseri viventi. Però ciò che determina l’autentica potenza è la forza spirituale. La sigla giapponese di Getter Robot è chiarissima. Mitsu no kokoro ga hitotsu ni nareba, hitotsu no seigi wa hyakuman power. Se tre cuori diventano uno solo, una sola giustizia con la forza di un milione.
Un altro aspetto della serie è interessante. I tre velivoli che compongono Getter Robot hanno nomi di animali, animali totemici direbbero gli antropologi: Eagle, Jaguar, Bear (Aquila, Giaguaro, Orso). Lo stesso robot Getter One ha l’aspetto di un drago ed è armato di scure a forma di clava preistorica. Così come Mazinga Z, anche Getter Robot oppone alla mostruosità dei suoi nemici una forza altrettanto terribile, soprattutto simile. Come negli schemi concettuali scoperti dagli antropologi nei popoli antichi, l’eroe assorbe la forza del nemico che sconfigge, così anche le sue caratteristiche. Il mostro non è qualcosa di lontano e diverso, ma qualcosa che convive con noi.

Le considerazioni sull’educazione dei bambini

Il discorso sui mostri di Nagai Go è terminato, e il fan dell’animazione potrebbe finire qui la lettura. Però come educatori e divulgatori non possiamo esimerci dal considerare i risvolti psicologici della figura del mostro. Purtroppo in Italia sta avvenendo qualcosa che è estremamente grave. Un gruppo di psicologi, organizzati politicamente e sovvenzionati dalle istituzioni, sta affermando da decenni che i disegni animati giapponesi sarebbero dannosi per la salute dei bambini. Queste dichiarazioni sono profondamente false e smentite dalle ricerche serie di psicologi meno faziosi. I risultati concreti di questa campagna diffamatoria sono stati due: il trauma dei bambini nati negli anni ’70 che hanno subito la proibizione e la censura da parte delle istituzioni del loro programma televisivo preferito; la nomina di questi sedicenti esperti in commissioni di controllo e censura dell’immaginario infantile. Sembrerà straordinario eppure nessun regime autoritario ha posseduto strumenti di repressione infantile come quelli organizzati dalle odierne democrazie liberali. La spiegazione è semplice. Si può tollerare e ignorare questa repressione perché rivolta contro una cultura straniera (la cultura giapponese) e applicata in nome della difesa della salute dei bambini. Si tratta di una censura conciliante, una violenza edulcorata e rassicurante. Essa preferisce il consenso al posto della coercizione. La censura odierna è molto diversa così da quella del passato.
Per fortuna non tutti gli psicologi sono mitomani esaltati in cerca di una facile carriera a scapito della libertà dei bambini. C’è ancora chi applica criteri scientifici alle analisi che svolge, senza confondere la politica e l’ideologia con la psicologia. Gli psicologi più avveduti hanno sempre rimarcato l’importanza formativa nell’educazione del bambino data dal confronto con la figura del mostro rappresentato nella narrativa. Fu soprattutto Bruno Bettelheim (5) a spiegare la funzione del mostro nella fiaba come elemento propositivo della psicologia evolutiva. Secondo Bettelheim, le storie di mostri aiutano i bambini ad affrontare le proprie paure e vincerle. Più i mostri sono spaventosi, meglio è. Così il bambino impara a sconfiggere ogni minaccia. Il bambino, grazie alla sua crescente capacità di affrontare il mondo, può avere un maggiore contatto con gli altri e con più ampi aspetti della realtà. Ricordiamo che il bambino ha bisogno soprattutto di ricevere suggerimenti in forma simbolica circa il modo di affrontare i problemi. Il bambino si identifica con l’eroe delle storie, e grazie a questa identificazione egli immagina di sopportare con l’eroe prove e tribolazioni, e trionfa con lui quando coglie la vittoria. Questo ci insegna la psicoanalisi di Bruno Bettelheim (6). Allora ci si chiede perché ci siano degli psicologi che vogliono impedire ai bambini di crescere, proibendo i disegni animati giapponesi e i loro mostri necessari allo sviluppo infantile. Ignoranza e malafede sono i peggiori mostri che l’umanità debba affrontare. Combatterli è il dovere di ogni uomo o donna che voglia avere ancora speranza nel futuro.

Note

1. Questa tipologia non è obbligatoria e rigida. Chiunque può semplificarla o arricchirla. Risulta comunque utile per la comprensione del genere.
2. Alcuni dei mostri che citeremo sono apparsi in diverse vecchie pellicole cinematografiche poi riproposte anche in VHS. Versioni italiane: Ufo Robot contro gli invasori spaziali, regia di Mori Toshio, Cinehollywood, Milano, 1996; Mazinga contro gli Ufo Robot, regia di Mori Toshio, Cinehollywood, Milano, 1995. Versioni originali: Gureto Majinga tai Getta Robo G, Toei Doga, Tokyo, 1975; Yufo Robo Gurendaiza tai Gureto Majinga, Toei Doga, Tokyo, 1976; Gurendaiza, Getta Robo G, Gureto Majinga. Kessen Daikaiju, Toei Doga, Tokyo, 1976; Majinga Z tai Debiruman, Toei Doga, Tokyo, 1973; Majinga Z tai Ankoku Daishogun, Toei Doga, Tokyo, 1974.
3. Un esempio e modello di robot nello stile degli anni ’50 e ’60 dello scorso secolo è Robbie (spesso scritto anche Robby) dei film Il pianeta proibito (1956) e Il robot e lo Sputnik (1957). Questo modello è rimasto impresso nell’immaginario collettivo finché non si affermò l’androide dalle sembianze umane descritto in Terminator (1984).
4. Sui valori educativi dei film di Honda Ishiro si consulti il seguente articolo: Cristiano Martorella, Dai dischi volanti a Godzilla, in “LG Argomenti”, n.4, anno XXXVI, ottobre-dicembre 2000, pp.22-27.
5. Cfr. Bruno Bettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, Feltrinelli, Milano, 1984.
6. Ci piace ricordare che Bruno Bettelheim ha combattuto realmente contro i mostri della storia. Infatti fu internato per un anno nei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald. Quest’uomo è stato in grado di capire cosa sono i mostri e come affrontarli perché li ha visti con i suoi occhi.

Bibliografia

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Lurcat, Liliane, Il bambino e la televisione. A cinque anni solo con Goldrake, Armando, Roma, 1985.
Martini, Alessia, I robottoni. Dalle corna di Go Nagai, Edizioni Il Foglio, Piombino, 2004.
Martorella, Cristiano, Dai dischi volanti a Godzilla, in “LG Argomenti”, n.4, anno XXXVI, ottobre-dicembre 2000.
Martorella, Cristiano, A scuola con i Pokémon, in “Bambini”, n.9, anno XVII, novembre 2001.
Martorella, Cristiano, Quando i Pokémon sono più educativi degli educatori, in “Kappa Magazine”, n.104, febbraio 2001.
Miyahara, Kojiro e Ogino Masahiro, Manga no shakaigaku. Sekaishisosha, Kyoto, 2001.
Pellitteri, Marco, Non esistono cartoon cattivi!, in “Liber”, n.46, aprile-giugno 2000.
Pellitteri, Marco, Dalla parte dei giapponesi. Da Heidi a Goldrake, in “Il Pepeverde”, n. 3, anno I, 2000.
Pellitteri, Marco, Le nuove frontiere dell’immaginario, in “LG Argomenti”, n.4, anno XXXVI, ottobre-dicembre 2000.
Pellitteri, Marco, Mazinga Nostalgia. Storia, valori e linguaggi della Goldrake-generation, Castelvecchi, Roma, 1999.
Pellitteri, Marco (a cura di), Anatomia di Pokémon. Cultura di massa ed estetica dell’effimero fra pedagogia e globalizzazione, Seam, Roma, 2002.
Pellitteri, Marco, Conoscere l’animazione. Forme, linguaggi e pedagogie del cinema animato per ragazzi, Valore Scuola, Roma, 2004.
Prandoni, Francesco, Anime al cinema. Storia del cinema d’animazione giapponese 1917-1995,Yamato Video, Milano, 1999.
Raffaelli, Luca, Le anime disegnate. Castelvecchi, Roma, 1994.
Yamaguchi, Yasuo, Nihon anime zenshi, Ten Books, Tokyo, 2004.

mercoledì 8 settembre 2010

La creazione e il buddhismo

Intervento sul tema della creazione e il buddhismo pubblicato dal quotidiano "Il Secolo XIX".
Cfr. Cristiano Martorella, La creazione e l'ignoranza, in "Il Secolo XIX", mercoledì 8 settembre 2010, p.41.

La creazione e l'ignoranza
Le lettere pubblicate da "Il Secolo XIX" circa la questione della creazione dell'universo tendono a essere troppo sbrigative e sbilanciate a favore di un'unica visione ossia la credenza della necessità di una divinità creatrice. Oltre a non spiegare niente circa la natura di questa entità creatrice, si cade nel paradosso e nella giustificazione dell'ignoranza, ossia si afferma che conoscere Dio non è possibile. Inoltre queste teorie peccano di etnocentrismo affermando che tutti i popoli credono in una divinità creatrice. Ciò è assolutamente falso. Milioni di buddhisti credono che l'universo non sia stato mai creato e mai finirà, ma sia qualcosa eternamente in trasformazione. Buddha stesso viene spesso identificato con l'universo, e nessun buddhista sostiene che c'è una divinità che lo crea. Così Hakuseki Arai, quando incontrò il missionario Giovanni Battista Sidotti, confutò la credenza in Dio. Egli osservò che se Dio ha creato l'universo, allora chi ha creato Dio? E se Dio è eterno e non è stato creato, perché non si può dire altrettanto dell'universo? La confutazione è ancora oggi validissima.
Cristiano Martorella