giovedì 17 agosto 2023

Critiche e interpretazioni della A2/AD

Articolo pubblicato dalla rivista "Panorama Difesa". 

Cfr. Cristiano Martorella, Critiche e interpretazioni della A2/AD, in "Panorama Difesa", n. 394, anno XXXVIII, marzo 2020, pp. 50-61.   




Critiche e interpretazioni della A2/AD 

Il dibattito sulle "bolle difensive" è sempre più acceso, ed emergono opinioni diverse e contrastanti che richiedono una riflessione approfondita e ponderata per consentire un'autentica comprensione della questione.  

di Cristiano Martorella 


Con l'acronimo A2/AD (abbreviazione di Anti-Access/Area Denial) si indica un insieme di difese in grado di precludere un'area e impedirne l'accesso. L'uso di questo termine è divenuto molto frequente per riferirsi alle "bolle difensive" create con le proprie batterie missilistiche dalla Cina e dalla Russia, e considerate capaci di ostacolare o rendere vane le operazioni militari degli Stati Uniti e della NATO in prossimità delle aree protette. In particolare, l'A2/AD cinese è diventata quasi un'ossessione degli analisti, tanto da avere determinanti risvolti strategici, decisamente molto importanti e recenti. Infatti, alcuni analisti ritengono che la decisione del ritiro degli Stati Uniti (2 agosto 2019) dal Trattato INF (Intermediate-range Nuclear Forces Treaty), che regolava il possesso dei missili balistici a raggio intermedio e medio, sia stata dettata dalla necessità di contrastare la Cina, che non aderendo a nessun trattato ha incrementato a dismisura questo tipo di armi. Si capisce quindi che la questione ha immediate e vaste ripercussioni a livello planetario, e non riguarda soltanto qualche lontano atollo speduto nel Mar Cinese Meridionale come potrebbe apparire superficialmente. Le conseguenze sono intuibili e facilmente comprensibili: la fine del Trattato INF espone l'Europa alla minaccia dei missili balistici a raggio medio e intermedio che la Russia potrebbe schierare in grandi quantità al confine con i paesi europei, innescando una corsa al riarmo inaspettata e indesiderata. Si può parlare, in questo caso, di "effetto farfalla" riprendendo un'espressione usata in fisica e coniata dal matematico Edward Lorenz. Secondo la teoria del caos, piccole variazioni nelle condizioni iniziali producono grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. Così Edward Lorenz semplificava il concetto affermando paradossalmente che il battito delle ali di una farfalla in Brasile può scatenare un tornado in Texas. Nel nostro caso ciò che accade ai confini cinesi ci riguarda direttamente perché può influenzare la politica della difesa dei nostri paesi, ed è perciò decisivo ribadire che la grande attenzione degli analisti nei confronti della A2/AD cinese è del tutto giustificata, anzi è assolutamente indispensabile per la comprensione degli eventi mondiali. 


Le critiche alla A2/AD

Una parte importante della A2/AD di Pechino comincia nel Mar Cinese Meridionale, dove sono state costruite isole artificiali e avamposti militari, i più rilevanti sulle isole Spratly e Paracel. Significativa è soprattutto l'attività sugli isolotti Mischief Reef, Fiery Cross Reef e Subi Reef, dove sono state costruite piste per aerei e attracchi per le navi, e sono state installate batterie missilistiche antiaeree e antimissile. In proposito l'ammiraglio Harry Harris, allora comandante della Flotta del Pacifico della US Navy, usò nel 2015 l'espressione "Great Wall of Sand" (La Grande Muraglia di Sabbia) per indicare l'eccezionalità di queste fortificazioni cinesi su isole artificiali. La natura di queste installazioni è però particolare, perché costruite su piccole isolette che sono la causa di un vasto contenzioso territoriale. Infatti la Repubblica Popolare Cinese rivendica circa il 90% del Mar Cinese Meridionale, secondo una decisione unilaterale presa nel 1947 da Chiang Kai-shek, e ripresa da Zhou Enlai nel 1949 in un documento detto Nine-Dash Line (Linea dei nove tratti) che traccia i confini pretesi. E tutto ciò avviene nonostante l'evidenza che mostra come questo tratto di mare si estenda fra altri paesi insulari che possono vantare diritti ben più fondati (ciò è facilmente verificabile attraverso la semplice consultazione di una cartina geografica). Così la Cina è in conflitto permanente per il possesso di queste isole con quasi tutti gli stati confinanti, ossia Filippine, Vietnam, Taiwan, Malaysia, Indonesia e Brunei. Si deve notare che non è nemmeno vero che vi sia un controllo unico cinese sulla zona, perché se la Cina occupa militarmente 9 atolli, il Vietnam occupa 6 isolette e 17 scogliere, le Filippine 7 isole e 3 scogliere, la Malaysia un'isola e 5 scogliere, e Taiwan un'isola e una scogliera. Perciò queste diatribe non sono affatto concluse, e sembrano destinate a esacerbarsi, perché anche se la Cina considera come proprie acque territoriali questo tratto di mare, tutti gli altri paesi le ritengono acque internazionali oppure di propria pertinenza, e regolarmente vi fanno transitare anche navi da guerra e vi organizzano esercitazioni militari. Anche l'US Navy è impegnata attivamente a ribadire la libertà di navigazione con periodiche crociere di navi da guerra nel Mar Cinese Meridionale, e altrettanto avviene per la JMSDF (Japan Maritime Self-Defense Force) che ha aumentato la sua presenza nella zona. Comunque, gli avamposti militari cinesi fanno parte di una strategia chiamata "collana di perle" che prevede la progressiva occupazione militare di una serie di isole per estendere la propria influenza in una regione, ed è quindi parte integrante della logica A2/AD. 

Per molto tempo si è valutata la difesa A2/AD realizzata dalla Cina come un efficace deterrente in grado di scoraggiare qualsiasi operazione militare avversaria, ma col passare degli anni sono emerse le molte debolezze e criticità di questa strategia, evidenziate anche dallo stallo sui contenziosi territoriali che non hanno avuto alcuna risoluzione nonostante l'assertività di Pechino. Gli analisti perciò hanno iniziato a dedicare approfondimenti sull'argomento che mettevano in risalto aspetti tralasciati, trascurati o sottovalutati. Fra i tanti critici della A2/AD cinese spicca per competenza e chiarezza l'analista giapponese Daisaku Sakaguchi, che è l'autore di numerose pubblicazioni dedicate a questo tema, ed è attualmente colonnello e professore presso l'Accademia Militare di Yokosuka (Boei Daigakko). Secondo Daisaku Sakaguchi, nella strategia di Pechino per l'avanzata sui mari (naikaika) è facile rintracciare alcuni punti deboli di natura geopolitica. Infatti, davanti alle coste della Repubblica Popolare Cinese vi è il mare aperto, e non esistono paesi rivieraschi che intendano offrire a Pechino le proprie basi militari, ed è impossibile dominare i mari attraverso il solo controllo delle coste. Per realizzare un simile obiettivo è invece necessario, oltre a vincere battaglie navali ed effettuare blocchi marittimi, imporre la propria volontà su tutti i territori dei paesi davanti alla Cina. Quindi, per compiere l'avanzata sui mari è assolutamente necessario assicurarsi una testa di ponte sulla riva opposta. Al momento sono gli americani ad aver realizzato questa avanzata sui mari, avendo il totale controllo dell'Oceano Pacifico grazie alle basi militari e al sostegno dei paesi alleati nella regione. La situazione è ben diversa per Pechino perché le acque che bagnano la Cina, ovvero il Mar Giallo, il Mar Cinese Orientale e il Mar Cinese Meridionale appartengono al mare aperto, e inoltre non possiede alleati e basi da utilizzare sulle rive opposte. Così la conquista dei mari per i cinesi diventa complicatissima e difficile da compiere. Seppure la Cina costruisse basi militari nel Mar Cinese Meridionale, come ha cominciato a fare, senza controllare i territori che si trovano sulle rive opposte non potrà mai sfruttarle pienamente perché troppo isolate ed esposte. Per impedire l'accesso al suo territorio, la Cina ha ideato una A2/AD con due linee di difesa teoriche composte dalle catene di isole che ha di fronte, ma finché non avrà nella sua disponibilità i territori che le sono davanti, tali linee avranno poco valore pratico, e il controllo dei mari risulterebbe impossibile se imperniato soltanto sugli snodi principali come immaginato con la cosiddetta strategia della "collana di perle". Queste sono le conslusioni di Daisaku Sakaguchi, che coincidono in gran parte con quanto sta accadendo nella realtà, e con il momento di difficoltà della Cina, che è anche alle prese con il crescente dinamismo militare del Giappone. 


L'interpretazione della A2/AD

Le isole meridionali del Giappone chiamate Nansei Shoto, e composte principalmente dall'arcipelago delle Ryukyu, rappresentano nella strategia militare la prima catena di isole che bloccano l'espansione della Cina. Nei piani di Pechino si auspica perciò una poderosa e ambiziosa occupazione di numerose isole dell'Oceano Pacifico per creare la cosiddetta "collana di perle" costituita da una serie di basi militari fortemente difese. Questo progetto costituisce l'asse portante della A2/AD, e rappresenta il punto cruciale della geopolitica e strategia cinese. A partire dal 2012 le autorità militari cinesi hanno cominciato a dichiarare esplicitamente la possibilità di occupare militarmente parte dell'arcipelago delle Ryukyu, con il pretesto del "regolamento di conti" per il possesso di cinque piccolissime isole, le Senkaku, che si troverebbero più vicine al continente, e perciò reclamate nonostante non siano mai state abitate da un cinese, e nemmeno vi siano fondamenti storici per rivendicarle. Questi contenziosi territoriali acquistano un significato soltanto alla luce della comprensione degli ambiziosi progetti militari di Pechino, che abbiamo già visto in dettaglio precedentemente. Paradossalmente la pressione militare sulle isole meridionali del Giappone ha provocato una reazione che ha condotto alla realizzazione di una A2/AD equivalente e speculare, ma con caratteristiche specifiche e particolari, tanto che i funzionari del Ministero della Difesa (Boeisho) la chiamano "l'interpretazione giapponese della A2/AD". La quantità di batterie di missili disposte su queste isole ci consente di parlare con cognizione di termini di una difesa anti-intrusione giapponese che merita di essere analizzata con maggiore precisione perché tutto ciò ha importanti implicazioni geopolitiche. 

In questo contesto sono innanzitutto determinanti le postazioni di sorveglianza e controllo, con un ruolo determinante per i radar. Infatti radar mobili sono già stati dispiegati dalla JGSDF (Japan Ground Self-Defense Force) nelle isole di Yonaguni, Miyako, Ishigaki e Iriomote. Inoltre, il 28 marzo 2016 è stata inaugurata una nuova fondamentale base militare a Yonaguni, l'isola più remota del Giappone posta a sud-ovest, dotata di una stazione radar permanente presidiata da un contingente di 160 soldati della Coastal Observation Unit (Enkaikanshitai) della JGSDF, comandata dal tenente colonnello Daigo Shiomitsu. Con questo potente radar si estendono di oltre 320 km le capacità di sorveglianza marittima e aerea. Ricordiamo che a Yonaguni si trovano postazioni radar anche nelle località di Kubura e Sonai. A queste installazioni si aggiungono gli impianti radar più grandi che si trovano nelle basi militari della JASDF (Japan Air Self-Defense Force) a Okinoerabu, Kume, Yozadake e Miyako. La base di Okinoerabu ospita un radar J/FPS-7 aggiornato con funzioni antibalistiche in grado di intercettare i missili balistici, mentre a Kume c'è un radar aereo J/FPS-4, e sulla più distante isola di Miyako si trova un altro radar J/FPS-7 con le stesse capacità antibalistiche, e infine a Yozadake sull'isola di Okinawa è installato un J/FPS-5C, fra i più moderni e potenti impianti radar, anch'esso dotato di funzioni per l'intercettazione dei missili balistici. Quindi il dispositivo di controllo radar impiegato nelle isole meridionali giapponesi è molto esteso e potente, ma anche decisamente aggiornato e raffinato, e costituisce un formidabile ostacolo che impedisce l'effetto sorpresa di un attacco, e inoltre rappresenta anche uno strumento fondamentale per coordinare una risposta efficace e un contrattacco determinante contro il nemico. Si noti che molti impianti radar sono posti su isole vicine, e ciò non significa che siano un inutile doppione, ma risponde all'esigenza di ridondanza in previsione di un possibile attacco, con la possibilità di avere più radar in funzione anche se qualcuno è stato colpito e distrutto.   

Con il Mid-Term Defense Program 2014-2018 si è provveduto a un consistente potenziamento delle difese A2/AD che possiamo vedere nei particolari, descrivendo i rafforzamenti esistenti, realizzati o in corso di completamento per ciascuna isola. Su Ishigaki, l'isola più vicina alle Senkaku e distante da esse solo 150 km, è stato pianificato un aumento delle truppe della JGSDF fino a 600 soldati, ma soprattutto è stato realizzato lo schieramento dei missili antinave Mitsubishi Type 12 SSM con una gittata di 200 km, e in grado quindi di inibire l'accesso alle navi nemiche in prossimità delle isole contese, e inoltre a essi si aggiungono anche le batterie dei missili terra-aria Mitsubishi Type 03 Chu-SAM in grado di abbattere aerei da combattimento supersonici e missili cruise. Sull'isola di Miyako sono installate altre batterie di missili Type 12 e Type 03, e truppe della JGSDF che arriveranno a un massimo di 800 soldati. Anche sull'isola di Amami Oshima le difese sono state rafforzate nello stesso modo, con missili antinave e antiaereo, e 550 soldati. Infine c'è la più grande delle isole Ryukyu, la ben nota Okinawa, dove si trova la base navale della JMSDF, adiacente alla US White Beach Naval Facility a Uruma, e l'aeroporto della base aerea di Naha. Per salvaguardare le strutture militari da un attacco missilistico a sorpresa l'isola è dotata di batterie di missile antibalistici PAC-3, ma a queste si aggiungono anche quelle dei missili antiaerei Type 03, utili per intercettare missili cruise e supersonici a quote più basse. In proposito ricordiamo che le batterie di PAC-3 sono state già disposte nelle isole di Ishigaki e Miyako, e nell'isola di Okinawa a Naha e Nanjo, ma essendo facilmente trasportabili via nave o aereo possono in poco tempo essere dispiegate in qualsiasi isola delle Ryukyu dotata di porto o aeroporto (in quest'ultimo caso sarebbero impiegati gli aerei cargo Kawasaki C-2 per il trasporto). 

La mobilità è appunto una delle caratteristiche fondamentale dell'interpretazione giappponese della A2/AD, perché riprende i principi esposti dalla dottrina del Dynamic Defense Plan ideata da Yosuke Isozaki, e sviluppo delle National Defense Program Guidelines del 2013. Già con le National Defense Program Guidelines del 2010 del governo di Naoto Kan si introduceva il concetto di Dynamic Defense Force (Doteki boei ryoku), ma è appunto con National Defense Program Guidelines del 2013, durante l'esecutivo di Shinzo Abe, che viene definito il concetto di Dynamic Joint Defense Force (Togo kido boei ryoku), versione estrema dell'idea di difesa mobile e interforze con l'impiego congiunto del potere aereo, navale e terrestre. Per raggiungere questi obiettivi le Forze di Autodifesa (Jieitai) hanno rivoluzionato i propri concetti operativi, e soprattutto hanno implementato nuovi armamenti innovativi. Innanzitutto si è provveduto alla realizzazione di un Transporter Erector Launcher (TEL) particolarmente agile e mobile, il Mitsubishi Omosowa, noto anche come Jusorin sharyo (autocarro pesante), ricavato dal carro recupero della JGSDF chiamato Jusorin kaishusha. Quest'ultimo è un veicolo ottenuto dalla collaborazione fra Mitsubishi e Kato Works, ed è derivato in particolare dal carro gru Kato Works KA-900 All Terrain Crane. L'Omosowa è lungo 11 m e largo 2,5 m, pesa 24,8 t, e può trasportare un carico di 15 t.  Ha una trazione integrale 8x8 che permette una eccezionale mobilità, potendo raggiungere una velocità massima di 100 km/h. Contemporaneamente si è realizzato anche il potenziamento dei missili antinave costieri e aerei, con il continuo miglioramento dei missili in dotazione. Attualmente si sta realizzando anche una nuova versione del già eccellente missile antinave costiero Type 12, chiamata Type 12 Kai (kai significa modificato) che dovrebbe vantare una gittata doppia, intorno a 300-400 km. Ciò è sorprendente se si pensa che il Type 12 è già un miglioramento del Type 88, ancora in servizio. Comunque, già ora la combinazione dei missili Type 12 e del TEL Omosawa è decisamente micidiale. Infatti, le capacità del Type 12 sono notevoli, potendo essere programmato per effettuare manovre complesse, in modo da consentire l'arrivo simultaneo sul bersaglio da diverse direzioni e con differenti profili d'attacco. Inoltre offre una maggiore flessibilità d'impiego, potendo adottare traiettorie programmate con numerosi way-point. Il sistema di guida include un sistema di navigazione inerziale (INS), un sistema di guida GPS, e un radar per la fase terminale del volo. Il sistema GPS interviene nella fase mid-course, migliorando la precisione e permettendo una esatta conoscenza della topografia del terreno. Così è possibile che il lanciatore resti protetto dietro un'altura, ricevendo le coordinate del bersaglio dal centro di comando e controllo. In tal modo il missile compie una serie di manovre fra le colline, prima di attaccare le navi nemiche. Perciò il lancio può avvenire anche a grande distanza dal mare, nell'interno del territorio. Il missile è in grado di volare a un'altezza di soli 5 metri dal suolo e dalla superficie del mare, riducendo drasticamente la sua visibilità. L'arma è collegata tramite network a diverse piattaforme che possono selezionare e cambiare gli obiettivi anche durante il volo. 

L'Omosowa può vantare, nonostante le grandi dimensioni, una straordinaria maneggevolezza e mobilità, ed è impiegato come lanciatore non soltanto per i missili antinave Type 12, ma anche per i missili superficie-aria Type 03 Chu-SAM. Quest'arma sta subendo un ulteriore sviluppo con la versione Kai che sembrerebbe dotata di capacità superlative, ancora in gran parte coperte dal segreto. La prima versione del  Chu-SAM è costituita da un missile a stadio singolo dotato di un razzo a propellente solido, pesante 570 kg, e lungo 4,9 metri con ha un diametro di 32 cm. La velocità massima raggiunge Mach 2,5, mentre il raggio d'azione è superiore ai 50 km, con un'altitudine massima di 10 km. La struttura è apparentemente semplice con impennaggi cruciformi, ma soprattutto ha il vantaggio di utilizzare un ugello orientabile con spinta vettoriale (thrust vectoring noozle) che permette al missile una grande manovrabilità. Questa eccellente maneggevolezza unita alla buona autonomia lo rendono un'arma assolutamente temibile, con caratteristiche che lo pongono al vertice della categoria. Fra le peculiarità migliori del Chu-SAM spicca il sistema di guida, e in particolare il sofisticato network per l'acquisizione dei bersagli. Il missile viene guidato dal radar dell'unità a terra nella prima fase di volo (mid-course), oppure può usare i dati ricevuti da altri canali, successivamente quando è in prossimità del bersaglio utilizza il proprio radar. L'intercettazione avviene garantendo le massime prestazioni, e infatti il sistema può seguire tracciando simultaneamente 100 bersagli, e colpirne 12 contemporaneamente. Queste caratteristiche sono esaltate dalla versione evoluta Chu-SAM Kai che oltre ad aggiungere nuovi sensori e migliorare il radar, valorizza e potenzia i data link e i collegamenti network. Il missile può quindi utilizzare un data link che permette la comunicazione con gli aerei radar Boeing E-767 AWACS e Northrop Grumman E2D Advanced Hawkeye, ma anche i cacciatorpediniere dotati di sistema Aegis, così in grado di guidare l'arma direttamente sul bersaglio. 

La mobilità delle batterie di missili Type 12 e Type 03 è garantita dal trasporto aereo fornito dal cargo Kawasaki C-2, un aereoplano che può caricare anche i lanciatori M902 dei missili Patriot PAC-3, e ha fra le sue migliori caratteristiche la possibilità di atterrare su piste particolarmente brevi. Infatti il C-2 ha la capacità di atterrare e decollare in brevissimo spazio: con un carico minimo di 26 t può utilizzare una pista di soltanto 500 metri. Ciò significa che l'aereo può raggiungere e rifornire anche le isole più piccole e remote del Giappone. 

Un'ultima osservazione riguarda le differenze morfologiche fra le isole del Mar Cinese Meridionale e quelle del Mar Cinese Orientale, dove si trovano gli arcipelaghi giapponesi delle Nansei Shoto. Ebbene, gli atolli del Mar Cinese Meridionale sono piccolissime e fragili strutture costituite da coralli, e quindi da materiale calcareo, mentre le isole Nansei Shoto sono molto grandi, create da eruzioni vulcaniche, e quindi costituite da materiali come granito e basalto, ma soprattutto sono di dimensioni notevoli ed essendo abitate da civili hanno strade, aeroporti e porti, ma anche una fitta vegetazione dove poter nascondere truppe e veicoli. Le dimensioni di queste isole sono importanti, perché le truppe giapponesi vi si possono nascondere molto più agevolmente, mentre gli atolli del Mar Cinese Meridionale hanno una larghezza di un paio di chilomentri circa, ed espongono totalmente qualsiasi struttura militare, armamento o gruppo di soldati. Anche gli interventi praticati dai cinesi non hanno cambiato la loro morfologia, perché si sono limitati a versare con le draghe la sabbia raccolta dai fondali, così da costituire un allungamento dell'atollo per ricavarne una pista per gli aerei e attracchi per le navi. Però questi lavori non possono essere considerati delle vere fortificazioni, e le strutture realizzate continuano a poggiare sui coralli e su un fondale sabbioso instabile. Non si può quindi pensare che in caso di bombardamento queste strutture possano offrire una qualche resistenza, anzi sono praticamente esposte alla distruzione. 


La strategia nucleare

Il controllo del Mar Cinese Meridionale è per Pechino una questione fondamentale perché è collegata direttamente con la strategia di deterrenza nucleare della nazione. Infatti il Mar Cinese Meridionale è considerato il "santurario dei sottomarini cinesi" perché tutti i battelli dotati di missili stazionano in questa zona di mare. I sottomarini lanciamissili balistici (SSBN) cinesi, diversamente dagli omologhi statunitensi, russi, britannici e francesi, non hanno la consuetudine di effettuare lunghe crociere oceaniche, e ciò rappresenta una stranezza peculiare di un'impostazione sui generis della Marina cinese. Secondo Pechino è preferibile mantenere i sottomarini nella zona A2/AD, protetti dal dispositivo di difesa garantito dalle batterie missilistiche e dall'aeronautica, e addirittura vengono impiegate perfino le portaerei per fornirvi protezione (un altro insolito e innaturale impiego perché normalmente sono i sottomarini d'attacco a proteggere le portaerei e non viceversa). Ciò avviene perché i sottomarini cinesi sono decisamente di qualità inferiore rispetto a quelli occidentali e russi, e spesso sono più rumorosi, rischiando seriamente di essere localizzati dal dispositivo aeronavale avversario (così come è avvenuto più volte a opera della JMSDF). D'altronde ciò rende i sottomarini lanciamissili cinesi più vulnerabili, perché disposti in una zona di mare precisa e circoscritta, e quindi più facilmente rintracciabili. Si consideri anche che il Mar Cinese Meridionale è caratterizzato da bassi fondali che non offrono un adeguato rifugio ai grossi battelli. Un altro punto cruciale riguarda la gestione delle testate nucleari, che non sono mai impiegate operativamente, ma sono invece immagazzinate sotto il controllo diretto della Commissione Militare Centrale, che le distribuirebbe ai reparti destinati solo in caso di un allarme nucleare. Questa impostazione riflette la necessità di mantenere un controllo politico molto stretto sulle armi nucleari, tuttavia ciò rende il potenziale deterrente nucleare altamente vulnerabile nei confronti di un possibile "first strike" per disarmare l'avversario. Inoltre evidenzia la totale sfiducia che c'è nei confronti dei militari da parte del Partito Comunista Cinese (PCC), e non potrebbe essere altrimenti considerando le numerose epurazioni volute dal presidente Xi Jinping per eliminare i propri avversari politici e militari. Lo sontro fra il presidente cinese e i suoi militari è tuttora molto forte, e l'incarcerazione di molti generali, fra cui ricordiamo i casi clamorosi di Xu Caihou e Guo Boxiong, ha esasperato la situazione già molto tesa. Il timore di un possibile colpo di stato, con la decapitazione dei vertici del partito attraverso un attacco nucleare a sorpresa alla capitale, è molto sentito, e viene ritenuto altamente probabile. In realtà, il governo di Pechino teme più una rivolta interna piuttosto che un attacco straniero dall'esterno, e ciò spiega molti comportamenti apparentemente insoliti. 


Le implicazioni politiche 

Il concetto di A2/AD è direttamente collegato a una concezione del mondo, e quindi ha importanti implicazioni politiche, e perfino filosofiche, come vedremo oltre. La A2/AD si ricollega infatti a una concezione politica che ritiene i confini come rigidamente segnati e determinati, e dunque fondamentali per l'identità dello stato, e questa tendenza si inserisce pienamente nelle definizioni del sovranismo, che vale la pena di analizzare in dettaglio. Il sovranismo è una corrente di pensiero politico che si differenzia dal concetto già esistente di nazionalismo perché nasce in contrapposizione all'idea di globalizzazione, e propone insieme a una più forte sovranità dello stato, anche l'opposizione alla libera circolazione delle merci, una maggiore considerazione di una produzione legata al proprio territorio, il contrasto al fenomeno della delocalizzazione delle fabbriche, e la convinzione della necessità di difendere i confini anche contro fenomeni sociali come le migrazioni. Si può notare che il nazionalismo, nato a cavallo dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, aveva caratteristiche ben diverse perché nato in un contesto differente, e così coesisteva un nazionalismo insieme a una grande libertà di circolazione delle merci, essendo le grandi nazioni anche imperi coloniali fondati sul mercantilismo. Questo contesto non esiste più, e il sovranismo è essenzialmente una concezione che si oppone alla globalizzazione, alla libertà di circolazione di persone e merci, a un mondo concepito senza frontiere. Ciò che sembra fallita è dunque l'idea, nata negli anni '90, circa un mondo unito da un modello di pensiero unico, e descritto ampiamente all'epoca da illustri filosofi. Fra questi merita di essere citato Francis Fukuyama, politologo statunitense che scrisse il libro La fine della storia, in cui sosteneva l'avvento di un nuovo mondo dominato dal liberalismo e dal modello di vita occidentale. Ovviamente questa prospettiva entrò in crisi davanti ai gravi problemi degli USA, con l'erosione del loro potere politico ed economico, e lo scontro epocale con il terrorismo che si è manifestato dopo l'attentato dell'11 settembre 2001. La concezione di Francis Fukuyama si opponeva alle idee di un altro importante autore, Samuel Huntington, che aveva pubblicato il volume Lo scontro delle civiltà, nel quale sosteneva che il mondo fosse caratterizzato da sfere di influenza dominate da alcune grandi civiltà che vantavano una propria cultura, religione, forma politica e organizzazione sociale specifica. Anche le idee di Samuel Huntington si sono però rivelate nel tempo troppo semplicistiche perché la complessità delle società contemporanee è troppo elevata per essere ridotta a schemi tanto deterministici e rigidi. Per esempio, l'Islam non può essere inserito in una categoria unica perché esistono troppe correnti religiose (le principali sono sunniti e sciiti), e nemmeno può essere ridotto a una caricatura. Altrettanto si può dire delle grandi civiltà dell'Estremo Oriente, molto differenti fra loro, ciascuna con una propria storia, cultura, istituzioni, religioni e forme di governo. 

La difficoltà maggiore che emerge è la tendenza alla semplificazione, imputabile sia ad Huntington che a Fukuyama, che è poi diventata una perniciosa abitudine di molti politici. Ed è grave anche l'ingenuità che afferma l'idea che i problemi politici possano essere risolti dai militari attraverso un più potente apparato tecnologico, mentre nella realtà le questioni politiche vanno responsabilmente affrontate dai politici. Purtroppo la preoccupazione principale sembra essere l'ottenimento del consenso tramite una propaganda che semplifica la realtà in banali slogan. Per comprendere la complessità della realtà contemporanea servono invece strumenti intellettuali altrettanto complessi, ed è ciò che si richiede insieme a una maggiore serietà della politica.





 

mercoledì 9 agosto 2023

La nuova strategia offensiva del Giappone

Articolo pubblicato dalla rivista "Panorama Difesa". Cfr. Cristiano Martorella, La nuova strategia offensiva del Giappone, in "Panorama Difesa", n. 402, anno XXXVIII, dicembre 2020, pp.48-59.  



La nuova strategia offensiva del Giappone

Il paese del Sol Levante ha deciso di cambiare strategia, e con un'ulteriore accelerazione dei programmi di riarmo intende superare definitivamente i limiti che si era imposto e ogni velleità pacifista.  

di Cristiano Martorella 


La decisione di annullare l'installazione del sistema antimissile Aegis Ashore nelle basi di Shinya ad Akita e Mutsumi a Yamaguchi, avvenuta il 15 giugno 2020, ha innescato un vivace dibattito sul tema della difesa in Giappone. Il pretesto formale della cancellazione del programma sarebbe imputabile ai rischi della caduta del booster del missile sugli edifici dei civili, ma ciò riguarderebbe soltanto la base di Yamaguchi, mentre quella di Akita, posta a poche centinaia di metri dal mare, non comporterebbe alcun pericolo. In secondo luogo sono stati criticati anche gli elevati costi del programma, d'altronde già noti e inferiori rispetto ad altre soluzioni. Entrambe le motivazioni sono decisamente futili e incongruenti, e hanno perciò provocato alcuni dissensi e malumori nei confronti dell'ex ministro della Difesa Taro Kono, responsabile della decisione presa senza un'adeguata consultazione delle parti coinvolte, ma è anche evidente che questi pretesti nascondano ragioni ben più importanti. In realtà fra le critiche più serrate rivolte all'Aegis Ashore ci sono state quelle di alcuni esperti militari  che ritenevano gli impianti antimissile insufficienti per le esigenze del Giappone. Ciò a cui si pensava era in verità un tipo diverso di attacco, di dimensioni molto più grandi, che prevede l'impiego massiccio di missili per la saturazione delle difese giapponesi. Ovviamente questo tipo di attacco non può provenire dalla Corea del Nord, per cui era stato scelto l'Aegis Ashore, bensì dalla Repubblica Popolare Cinese. Ciò non può essere dichiarato esplicitamente dai politici giapponesi, per ragioni diplomatiche, e quindi si capisce molto bene la reticenza, l'imbarazzo e gli equivoci che si sono creati. 


L'attacco alla base nemica

La cancellazione del programma antimissile basato sull'Aegis Ashore è coincisa con la ripresa della discussione, questa volta molto più intensa, sul cosiddetto "attacco alla base nemica", tanto che molti commentatori hanno sospettato che si trattasse di un tentativo per approfittare dell'occasione in modo da accelerare i progetti di riarmo del Giappone con armi molto più offensive (come missili cruise, missili balistici, e armi ipersoniche). Questo sospetto non è affatto infondato, e sembra trovare molte conferme dalle affermazioni di molti politici che sostengono l'adozione di questa nuova strategia della difesa nipponica. Ma vediamo innanzitutto nei particolari in cosa consisterebbe, e come è nata ed evoluta storicamente questa strategia. Con le espressioni "attacco alla base nemica" (teki kichi kogeki) e "attacco all'origine" (sakugenchi kogeki) si intende una interpretazione del principio di autodifesa che è in discussione fin dall'immediato dopoguerra. Il concetto ribadisce il diritto del Giappone di difendersi da un attacco nemico colpendo l'origine di questo attacco, ossia la base nemica, anche se in territorio straniero. Già nel 1956 il primo ministro Ichiro Hatoyama aveva dichiarato questo concetto con parole decise ed estremamente chiare: "Quando viene commessa una violazione della legge internazionale, e viene compiuto un attacco o un bombardamento sulla nostra terra, secondo alcuni dovremmo sederci e attendere la distruzione. Non penso che sia possibile. In tali casi bisogna adottare le misure necessarie per prevenire questi attacchi. E se non esistono altri mezzi per difendersi da tali attacchi nemici, credo che sia legalmente incluso nell'ambito dell'autodifesa colpire le basi da cui partano questi attacchi. Non penso che la Costituzione preveda che restiamo fermi in attesa della nostra distruzione". Ciò mostra inequivocabilmente come la discussione sul "teki kichi kogeki" (attacco alla base nemica) risalga addirittura al 1956, quando il primo ministro Ichiro Hatoyama assunse questa posizione al riguardo della difesa, ma l'evoluzione del concetto è anche direttamente collegata alle capacità d'attacco del Giappone, e molti esperti ne parlano appunto in relazione a queste potenzialità. Comunque, uno sviluppo politico significativo avvenne nel luglio 2006, quando Taro Aso, ministro degli Esteri del governo Koizumi, dopo i ripetuti test missilistici nordcoreani dichiarò che se fosse stato necessario il Giappone avrebbe potuto condurre una attacco preventivo contro la Corea del Nord. L'affermazione, che in quel periodo sembrò dirompente, divenne poi una pietra miliare della politica giapponese, fornendo una visione più ampia del principio di autodifesa. Non soltanto il Giappone considerava legittimo un "attacco alla base nemica", ma valutava anche l'opportunità di un "attacco preventivo" (preemptive attack). Secondo il politologo Narushige Michishita, già nel 1956 le dichiarazioni del primo ministro Ichiro Hatoyama indicavano implicitamente la possibilità di un attacco preventivo come opzione possibile. Anche giuristi e legali hanno confermato la validità di questa interpretazione del principio di autodifesa, e quindi davanti all'evidenza di un imminente attacco nemico, il Giappone è legittimato a rispondere a tale minaccia sopprimendo all'origine il pericolo. Chiarito l'aspetto legale, in anni recenti l'attenzione si è spostata sulla credibilità di poter realizzare simili attacchi, e quindi sulle capacità di strike delle Forze di Autodifesa (Jieitai). Ciò che il Giappone vuole realizzare è un deterrente che scoraggi gli avversari intenzionati a forzare la situazione per trarre vantaggi attraverso l'utilizzo dello strumento militare. Però non si può nemmeno negare che questo sia certamente un argomento molto serio e delicato, ed è perciò trattato con accortezza e preoccupazione a causa delle numerose implicazioni. 


I missili cruise

Per potenziare le proprie capacità di strike, il Giappone ha predisposto diversi programmi, e il primo riguarderebbe l'acquisizione di missili cruise. In questo ambito si intende rafforzare innanzitutto la consistente flotta di aerei da caccia (con più di 330 velivoli), aumentandone la loro letalità attraverso l'integrazione di nuove armi, come appunto i missili da crociera. In tal senso questo programma è già in uno stadio avanzato di realizzazione, grazie all'acquisto e all'entrata in servizio dei Lockheed Martin F-35A (a cui si aggiungeranno a breve anche gli F-35B STOVL), con i quali sono stati organizzati i primi due reparti, il 301st e 302nd Tactical Fighter Squadron presso la base aerea di Misawa. Infatti, il Giappone ha anche acquistato da Kongsberg i missili JSM (Joint Strike Missile), che saranno consegnati e operativi entro il 2022. Il Joint Strike Missile è stato sviluppato appositamente per il caccia F-35, e può essere trasportato nella stiva che ne può ospitare due esemplari. Nel profilo di volo "furtivo" a bassa quota, secondo una configurazione low-low-low, può percorrere fino a 280 km, ma nel profilo di volo hi-hi-low, ossia lanciato ad alta quota, invece può raggiugnere fino a 560 km, dimostrandosi un valido missile cruise. Fra le caratteristiche notevoli del JSM c'è il suo design stealth che ne riduce sensibilmente la traccia radar, e ciò insieme al profilo di volo a bassissima quota lo rende un'arma estremamente insidiosa e micidiale. Un altro asset su cui si sta lavorando è l'F-15J, che verrà aggiornato allo standard JSI (Japanese Super Interceptor), ed è stato annunciato che l'inizio di questo upgrade avverrà nel 2022, con i primi due F-15 JSI consegnati entro luglio 2023. Gli F-15 JSI saranno dotati di radar APG-82(V)1 che possiede elevate capacità aria-terra, permettendo di discriminare facilmente i bersagli terrestri oppure in mare. Così sarà possibile integrare su questo caccia anche un più ampio armamento aria-terra, attualmente limitato alle bombe Mk 82 da 227 kg. In tal senso sono previsti programmi per acquistare dagli Stati Uniti almeno due tipi di missili cruise per armare gli F-15 JSI. Si tratta degli AGM-158B JASSM-ER (Joint Air-to-Surface Standoff Missile - Extended Range) e AGM-158C LRASM (Long Range Anti-Ship Missile). L'AGM-158B è un missile cruise con un design stealth, capace di raggiungere circa 1.000 km, mentre l'AGM-158C è una versione antinave con un raggio d'azione di 560 km. Entrambi i missili possono essere integrati anche con gli F-35, oltre che a poter essere impiegati dagli F-15, che sono però avvantaggiati da una maggiore autonomia. 


Le armi ipersoniche 

Recentemente il Ministero della Difesa (Boeisho) ha reso noto lo sviluppo di alcune armi ipersoniche a cui lavorava segretamente da tempo, e ciò ha suscitato un certo scalpore perché si ignoravano completamente questi progetti così ambiziosi. Infatti,  l'ATLA (Acquisition, Technology & Logistic Agency), l'agenzia del Ministero della Difesa che si occupa di acquisizioni e sviluppo tecnologico, ha comunicato ufficialmente che gli ingegneri nipponci sono al lavoro per la realizzazione di due modelli di missili ipersonici, chiamati rispettivamente Hypersonic Cruise Missile (HCM) e Hyper Velocity Gliding Projectile (HVGP). L'HCM è simile a un missile tradizionale, ma è dotato di propulsione basata su uno scramjet che permette elevate velocità ipersoniche e una gittata a lungo raggio superiore a 1.000 km. Invece, l'HVGP è fornito di un motore a razzo a combustibile solido, che poi si separa sganciandolo ad alta quota, e possiede sistemi di controllo basati su propulsori di manovra e una piccola deriva. Entrambe le armi potranno utilizzare due modelli di testate: una variante antinave chiamata Sea Buster, composta da due stadi di detonazione (carica cava anti-corazza e carica perforante principale), e una testata del tipo penetrante multipla o Multiple Explosively Formed Penetrator (MEFP), ad alta densità, costituita da una carica sagomata formata da proiettili autoforgianti che al momento dell'esplosione creano uno sciame di frammenti che colpiscono diversi obiettivi. Si prevede che i prototipi saranno realizzati fra il 2024 e 2028, così che questi missili possano entrerare in servizio nel 2030.    

Dal missile cruise HCM sarà sviluppata una versione lanciata da un veicolo terrestre, ma è possibile che sia realizzata anche una versione aviolanciabile. Tuttavia grande importanza viene data appunto ai lanciatori mobili o TEL (Transporter Erector Launcher), che garamtiscono la mobilità, il trasporto e l'elusività dei missili, che risultano così un difficile bersaglio da rintracciare e colpire. In proposito, la JGSDF (Japan Ground Self-Defense Force) dispone già di un ottimo veicolo, il Mitsubishi Omosowa, utilizzato come TEL per i missili Type 12 SSM e Type 03 Chu-SAM. Il carro Mitsubishi Omosowa, noto anche come Jusorin sharyo (autocarro pesante), è stato ricavato dal carro recupero della JGSDF chiamato Jusorin kaishusha. Quest'ultimo è un veicolo ottenuto dalla collaborazione fra Mitsubishi e Kato Works, ed è derivato a sua volta dal carro gru Kato Works KA-900 All Terrain Crane. L'Omosowa è lungo 11 m e largo 2,5 m, pesa 24,8 t, e può trasportare un carico di 15 t.  Ha una trazione integrale 8x8 che permette una eccezionale mobilità, potendo raggiungere una velocità massima di 100 km/h, ed è straordinariamente agile nonostante la sua mole. 

Per quanto riguarda la disposizione di queste nuove armi, i missili cruise ipersonici saranno molto probabilmente schierati nelle numerose basi presenti nelle isole dell'arcipelago delle Ryukyu, come appunto Okinawa, Amami Oshima, Miyako, Ishigaki e Yonaguni, particolarmente vicine alla Cina, e più a nord, nella parte settentrionale di Honshu e nell'Hokkaido, do ve possono colpire più facilmente la Corea del Nord. 


Altre armi per lo scudo antimissile 

Prima che fosse annunciata la decisione di annullare l'installazione del sistema Aegis Ashore, alcuni esperti militari giapponesi, fra cui spiccano Shinichi Kiyotani e Kazuhito Mochida, hanno pubblicato una serie di articoli che criticavano duramente questo sistema antimissile ritenuto insufficiente e addirittura inutile. Secondo questi esperti l'Aegis Ashore è stato pensato soltanto per fronteggiare la minaccia nordcoreana, e posizionato in località che favoriscono l'intercettazione di missili provenienti dalla Corea del Nord, mentre è ignorato il pericolo di un attacco dalla Cina. Inoltre il numero di missili impiegati, un massimo di 24 per ogni sito, sarebbero insufficienti a fronteggiare un attacco diretto con l'uso massiccio di missili per saturare le difese. In tal caso, Kazuhito Mochida suggerisce l'impiego di altre armi che, in realtà, il Giappone sta già dispiegando, anche se si sta cercando di mantenerne la segretezza. In particolare, ci riferiamo alle armi a interferenza di onde radio, indicate genericamente come Electronic Warfare (EW), in giapponese Denshin, e alle armi elettromagnetiche, conosciute come High Power Microwave (HPM), in giapponese Maikuropa. Queste armi, note da tempo, ma avvolte da un'estrema segretezza, sono in grado di disturbare gli apparati elettronici dei missili, arrivando anche a distruggerli, e ciò provocherebbe la loro caduta prima che possano raggiungere il bersaglio. Questa tipologia di armi sono le uniche capaci di garantire l'abbattimento contemporaneo di tutti i missili, anche in caso di un attacco missilistico massiccio per la saturazione delle difese. Si è detto che queste armi sono in fase di schieramento, e infatti il giornale Nihon Keizai Shimbun ha riportato la notizia della creazione di una nuova unità della JGSDF (Japan Ground Self-Defense Force) per la guerra elettronica. Questa unità avrà sede presso la base militare di Kengoku, nella città di Kumamoto sull'isola di Kyushu, nel sud del Giappone, e sarà responsabile delle operazioni anche nelle isole remote delle Nansei Shoto, comprese le isole contese come le Senkaku. Entrerà in servizio nella primavera del 2021, inizialmente con un personale di 80 uomini che aumenteranno gradualmente in futuro. Sempre secondo l'autorevole quotidiano giapponese, l'unità per la guerra elettronica sarà in grado di neutralizzare le attività del nemico con l'uso delle onde elettromagnetiche, e potrà impedire le comunicazioni, oscurare i radar e bloccare il funzionamento delle apparecchiature elettroniche. Questa unità è la seconda specializzata in guerra elettronica, e in particolare nel settore delle onde elettromagnetiche, e si aggiunge a quella già presente in Hokkaido. Però i programmi del Ministero della Difesa sono molto più ambiziosi, prevedendo che siano costituite addirittura 6 unità per la guerra elettronica su tutto il territorio nazionale, entro il 2021. Fra le zone interessate c'è anche il campo di Asahi, che si trova a Saitama, al confine con la prefettura di Tokyo, e l'isola di Okinawa. L'esperto militare Kazuhito Mochida afferma, in base alla sua esperienza e al possesso di informazioni riservate, che il Giappone detenga attualmente le tecnologie più avanzate nel settore delle armi a onde elettromagnetiche, e ciò non dovrebbe sorprendere considerando il livello raggiunto dal paese nell'industria elettronica. Questo quadro cambia completamente la prospettiva dei fatti che conoscevamo, e fornisce una spiegazione del motivo per il quale il Giappone ha rinunciato al sistema antimissile Aegis Ashore, considerato da molti una protezione indispensabile, ma ritenuto viceversa inutile da alcuni esperti giapponesi. Se è vero, come afferma Mochida, che le tecnologie giapponesi nel settore della armi elettromagnetiche sono tanto avanzate, allora la questione assume un aspetto completamente diverso. 


Il miglioramento del missile Chu-SAM

Ormai è chiaro che i giapponesi stanno potenziando lo scudo antimissile ricorrendo a tecnologie di propria concezione, e anche se l'argomento è ancora avvolto da una estrema segretezza, molto sta trapelando. Inoltre non sarà possibile nascondere a lungo questi armamenti perché, prima o poi, qualcosa si riesce sempre a sapere grazie alle indiscrezioni di tecnici e personale. Questo è il caso del missile antiaereo Mitsubishi Type 03 Chu-SAM, che ha subito un notevole miglioramento e salto di qualità grazie alla nuova versione chiamata Type 03 Chu-SAM Kai (la parola Kai significa modificato). Per molti anni non sono stati disponibili dati precisi sulla nuova versione, ed è stata mantenuta una segretezza impenetrabile. Addirittura si è cercato di sminuire questo missile descrivendolo come un semplice sistema antiaereo necessario per sostituire i vecchi missili MIM-23 Hawk. In realtà il Type 03 appartiene a una diversa categorie di missili, e ha capacità di intercettazione che lo avvicinano piuttosto al nuovo Raytheon RIM-174 ERAM (Extended Range Active Missile), meglio noto come Standard SM-6. Infatti, il Type 03 Chu-SAM ha capacità superlative di intercettazioni dei missili cruise, sia a velocità supersoniche sia a quote bassissime, e grazie alla nuova versione Kai ha praticamente raddoppiato la gittata raggiungendo oltre 100 km. Con queste prestazioni non è difficile capire come il Type 03Chu-SAM  possa essere impiegato perfettamente per contrastare i missili balistici a medio e corto raggio, e costituisca un'arma nettamente superiore ai missili Patriot. Sappiamo con certezza che il Chu-SAM è in grado di abbattere i missili balistici perché il Ministero della Difesa ha ufficialmente chiesto al Mitsubishi Research Institute un rapporto su una simulazione di abbattimento di questo tipo di missili, in modo da avere dati più precisi su questa capacità. Queste informazioni sono state anche al centro di un caso di spionaggio da parte di un agente segreto nordcoreano. Ma tracciamo innanzitutto una breve storia dello sviluppo di questo straordinario missile. Le ricerche e gli studi che portarono alla realizzazione del Chu-SAM iniziarono nel 1983, su sollecitazione dell'allora Agenzia della Difesa (Boeicho), nascendo dall'esigenza di sostituire i vecchi missili MIM-23 Hawk con un'arma migliore e più prestante. Nel 1995 si giunse alla conclusione che fosse fattibile la produzione nazionale di un missile superficie-aria rispondente alle caratteristiche richieste, e nel 1996 ne fu avviata la costruzione e lo sviluppo. Nel 2003 il missile Type 03 (il numero corrisponde all'anno dell'entrata in servizio) divenne ufficialmente operativo, ottenendo anche il nome di Chu-SAM, ovvero missile superficie-aria a medio raggio (Chu significa medio). Nel 2010 iniziò lo sviluppo della versione migliorata chiamata Chu-SAM Kai che iniziò i test di valutazione nel 2014. La piena operatività fu raggiunta nel 2016, con l'entrata in servizio della prima batteria del Chu-SAM Kai programmata per l'anno successivo. 


Un incredibile salto di qualità

Il Chu-SAM è un missile a stadio singolo dotato di un razzo a propellente solido, ed è lanciato verticalmente da un canister montato su un autocarro Omosowa. Il missile pesa 570 kg (Chu-SAM) e 460 Kg (Chu-SAm Kai), ed è lungo circa 4,9 metri. Il diametro è 32 cm (Chu-SAM) e 28 cm (Chu-SAm Kai). La carica esplosiva ha un peso di circa 73 kg, e viene detonata da una spoletta di prossimità. La velocità massima raggiunge Mach 2,5, mentre il raggio d'azione è per il Chu-SAM superiore ai 50 km, con un'altitudine massima di 10 km, mentre il Chu-SAm Kai raggiunge addirittura 100 km di gittata. La struttura è apparentemente semplice con piccoli  impennaggi cruciformi posti sul retro, e nel Chu-SAM Kai con alette strake sui fianchi. Ma il missile ha il vantaggio di utilizzare un ugello orientabile con spinta vettoriale (thrust vectoring noozle) che permette al missile una grande manovrabilità. Questa eccellente maneggevolezza unita alla buona autonomia lo rendono un'arma assolutamente temibile, con caratteristiche che lo pongono al vertice della categoria. Fra le peculiarità migliori del Chu-SAM spicca il sistema di guida, e in particolare il sofisticato network per l'acquisizione dei bersagli. Il missile viene guidato dal radar dell'unità a terra nella prima fase di volo (mid-course), oppure può usare i dati ricevuti da altri canali, e successivamente quando è in prossimità del bersaglio utilizza il proprio radar. In proposito, il nuovo seeker montato sul Chu-SAM Kai  è un radar AESA (Active Electronically Scanned Array) dalle elevate capacità. L'intercettazione avviene garantendo le massime prestazioni, e infatti il sistema può seguire tracciando simultaneamente 100 bersagli, e colpirne 12 contemporaneamente. Queste caratteristiche sono esaltate dalla versione evoluta Chu-SAM Kai, che oltre ad aver migliorato il seeker con un radar AESA, ha valorizzato e potenziato i data link e i collegamenti network. Infatti, il missile può utilizzare un data link che permette la comunicazione con gli aerei radar Boeing E-767 AWACS, Grumman E-2C/D Hawkeye, e i cacciatorpediniere dotati di sistema Aegis, così in grado di guidare l'arma direttamente sul bersaglio. 

Durante l'estate del 2015 furono sperimentati una decina di missili Chu-SAM Kai nel poligono americano di White Sand nel New Mexico, cogliendo risultati eccezionali. Furono abbattuti diversi bersagli, compreso il drone GQM-163A Coyote usato per simulare un missile cruise supersonico dalle elevate prestazioni. Il test fu talmente positivo da impressionare anche i militari statunitensi che parteciparono all'esercitazione. Infatti il Chu-SAM Kai riuscì ad abbattere con facilità tutti i bersagli ottenendo una kill ratio del 100%, davvero impressionante se si considera la tipologia di mezzi che l'hanno impegnato. In questo caso è sufficiente ricordare che l'ottimo drone bersaglio GQM-163A Coyote è in grado di volare a una velocità di Mach 4 a un'altitudine di 15.000 metri oppure a Mach 2,6 al livello del mare. 

Il Chu-SAM Kai utilizza sensori perfezionati collegati a un network all'avanguardia che insieme ad altri miglioramenti permettono di incrementare il raggio d'azione e la capacità di intercettazione. L'unità radar a terra è dotata di un radar a scansione elettronica molto potente basato sulla tecnologia dei semiconduttori al nitruro di gallio, e ciò contribuisce ad ampliare l'area controllata. Inoltre è stata perfezionata la suite di ECCM (Electronic Counter Counter Measure), e in questo modo si rende l'intercettazione più precisa e sicura.  



Il terzo miglioramento del Chu-SAM

Con il pretesto di dover fornire una risposta valida al nuovo missile coreano KN-23, nel 2020 è stata avviata una terza modifica del missile Chu-SAM per incrementare le sue capacità di intercettazioni di missili che volano con orbite irregolari come e il russo 9K720 Iskander (SS-26 Stone nel codice NATO), e appunto il nuovo KN-23. In realtà questi missili non hanno la gittata sufficiente per raggiungere il Giappone partendo dalla Corea del Nord, e ciò fa capire che l'obiettivo è un altro. Infatti, il misile che si vuole abbattere è in realtà il cinese DF-17, che pur essendo un missile ipersonico, essendo un HGV (Hypersonic Glide Vehicle) ha una traiettoria planante, e perciò nel parte finale del volo raggiunge una velocità intorno a Mach 4, ed è quindi più facilmente intercettabile. Secondo alcuni rapporti, alcuni missili come lo SM-6 e il Chu-SAM sono in grado di abbattere perfino il temibile DF-17. Come se non bastasse, una versione navalizzata del Chu-SAM Kai, chiamata A-SAM, sarà adottata dalle nuove fregata 30FFM. Le modifiche principali riguarderanno il radome e l'aggiunta di un booster. Conoscendo le vere capacità del Chu-SAM Kai, si capisce che le fregate 30FFM potranno così svolgere anche un importante ruolo antimissile, e affiancare i caccaiatorpediniere Aegis nella funzione di scudo antimissile. 

Con tutte queste informazioni risulta chiarissimo l'atteggiamento assunto nei confronti dell'Aegis Ashore, che molti esperti militari giapponesi hanno drasticamente liquidato definendolo inutile, forse esagerando. Il potenziamento dello scudo antimissile giapponese sta avvenendo con modalità inusuali, con una totale mancanza di trasparenza, e una segretezza estrema che impedisce un comprensione limpida di quanto stia avvenendo in Giappone. Il Ministero della Difesa giapponese sembra impegnato in una straordinaria operazione di occultamento delle reali capacità delle Forze di Autodifesa. In tal senso, dobbiamo aspettarci che questo atteggiamento continui anche in futuro, e armarci di molto pazienza per districarci fra le scarse e confuse informazioni fornite. 


Le ambizioni indicibili

A questo punto, dopo un quadro completo dei programmi di riarmo del Giappone, nasce sponteanea una domanda. Gli analisti occidentali conoscono davvero le reali capacità militari del Giappone? La risposta è ovviamente negativa. Allora, per quale motivo viene così ignorata? Ci sono alcune risposte immediate che possono essere fornite. In Occidente i media sono travolti da una propaganda martellante sulle crescenti capacità militari della Cina, spesso in maniera del tutto acritica, che oscura qualsiasi altro aspetto, e fornisce un quadro assolutamente falso su ciò che sta accadendo in Asia. Un secondo motivo è l'estrema segretezza che avvolge i progetti militari giapponese. E infine, c'è un terzo motivo, costituito dalla barriera linguistica e culturale che non permette un diretto accesso alle informazioni. 

Una notizia che dovrebbe interessarci in proposito, è il documento inoltrato il 30 settembre 2020 dal Ministero della Difesa giapponese, con una richiesta di 5.480 miliardi di yen (circa 52 miliardi di dollari), e un aumento della spesa di circa 8% rispetto all'anno precedente. Il budget dovrà essere approvato dal governo del premier Yoshihide Suga, e dalla Dieta (il Parlamento giapponese). Un ruolo importante verrà perciò svolto dal Ministro delle Finanze, che è proprio Taro Aso, il politico che abbiamo visto precedentemente e noto per l'atteggiamento drastico sul concetto di "attacco alla base nemica". Si può pensare che un governo e un Parlamento controllato da questi politici possa opporsi all'aumento della spesa militare e al finanziamento di nuovi programmi? Assolutamente no. Secondo l'esperto militare Tetsuo Maeda, il Mid-Term Defense Program (2019-2023), approvato il 18 dicembre 2018, preve uno straordinario rafforzamento delle Forze di Autodifesa. Tetsuo Maeda arriva addirittura ad affermare che il Giappone ormai dovrebbe essere definito una "superpotenza militare" in base alle spese e ai programmi che sta sviluppando. Sicuramente sono enormi le ambizioni del Giappone, che sta stringendo numerose alleanze e collaborazioni con in paesi asiatici spaventati dall'aggressività cinese, divenendo così il perno di una coalizione per il contenimento della Repubblica Popolare Cinese. Questo atteggiamento può essere descritto come un pericoloso "gioco d'azzardo", ma l'intero Giappone sembra essere dominato da una "frenesia del gioco" (in giapponese kakegurui), e l'opinione pubblica chiede un continuo e costante rafforzamento della Difesa. Lo scrittore Yukio Mishima diceva che non ha senso scommettere con parsimonia. Questa è l'essenza del kakegurui. Ma per capire profondamente i giapponesi è sufficiente citare un loro proverbio: "se hai mangiato il veleno, tanto vale finire il piatto" (Doku wo kurawaba sara made). Ovvero la tendenza ad andare fino in fondo dopo aver preso una scelta, anche drammatica.. In conclusione, cercare di intimidire la nazione giapponese con la minaccia di una guerra, come ripetutamente avviene da parte cinese e nordcoreana, non può produrre altro che una veemente reazione. Anche in questo caso però ci viene in soccorso un altro proverbio: "non c'è medicina per gli stupidi" (Baka ni tsukeru kusuri wa nai). 





 

India, Cina e Giappone la realtà geopolitica dietro gli slogan

Articolo pubblicato dalla rivista "Panorama Difesa". 

Cfr. Cristiano Martorella, India, Cina e Giappone: la realtà geopolitica dietro gli slogan, in "Panorama Difesa", n. 390, anno XXXVII, novembre 2019, pp. 42-53.  


                                                        

India, Cina e Giappone: la realtà geopolitica dietro gli slogan 

I nuovi equilibri mondiali presentano un quadro molto complesso caratterizzato da un multipolarismo caotico nel quale gli attori secondari stanno assurgendo a ruoli sempre più importanti. 

di Cristiano Martorella 

                                                 

Oggi, a dispetto dell'aumento di complessità, si assiste all'elaborazione di una visione teorica della situazione geopolitica sempre più semplificata, spinta da un'interpretazione delle questioni internazionali ridotta a facili slogan. Anche gli analisti propendono spesso, influenzati da questa tendenza, a fornire una narrazione estremamente semplificata. In contrasto con questo orientamento cercheremo di fornire una "narrazione alternativa" che descriva un quadro diverso, e perciò sicuramente più interessante, dei rapporti fra potenze, in particolare in Asia, dove sembra giocarsi il destino del mondo. La questione è cruciale perché le indagini teoriche degli analisti costituiscono gli strumenti con i quali si formano complessi di idee e giudizi, da cui derivano infine le decisioni politiche. Ma la situazione è forse anche più grave perché si assiste con frequenza a quel fenomeno che gli psicologi chiamano change blindness (cecità al cambiamento) che impedisce di vedere perfino i grossi cambiamenti in un ambiente, a causa della concentrazione su alcuni elementi isolati. Quindi non è affatto una preoccupazione esagerata porsi in maniera molto critica e polemica contro la tendenza attuale alla semplificazione. 

                                                       

Il mito del "pericolo giallo"

Iniziamo questa singolare attività di demistificazione trattando una delle maggiori suggestioni di tutti i tempi, il cosiddetto "pericolo giallo", ovvero la convinzione che i popoli asiatici siano destinati a dominare l'intero mondo, sovvertendo i valori e la cultura dell'Occidente. Questo mito nasce a metà dell'Ottocento, dopo le due importanti guerre che contrapposero l'Impero Britannico alla Cina, chiamate Prima e Seconda Guerra dell'Oppio, e combattute rispettivamente nel 1839-1842 e 1856-1860. Risulta interessante notare che le cause di questi conflitti sono molto simili a quelle che alimentano le attuali tensioni: l'Impero Cinese governato dalla dinastia Qing non intendeva acquistare le merci occidentali trattate dai mercanti inglesi, i quali a loro volta si erano vendicati sfruttando la dipendenza cinese dagli oppiacei, commerciandoli in maggiore quantità. La proibizione della vendita dell'oppio, con il conseguente sequestro della merce, provocò la guerra che si concluse con il completo assoggettamento della Cina al commercio occidentale, con l'apertura di nuovi porti, tra cui Canton e Shanghai, l'ottenimento di speciali concessioni, e la perdita di Hong Kong passata al Regno Unito. I pessimi rapporti fra cinesi e occidentali si amplificarono ed esplosero in ulteriori conflitti con le rivolte dei Taiping (1850-1864) e dei Boxer (1899-1901), alimentate da un esasperato sentimento xenofobo contro gli occidentali, mai sopito e ancora oggi rintracciabile nella popolazione cinese contemporanea. Curiosamente l'estrema debolezza economica, politica e militare della Cina generò un mito opposto alla realtà, creando nell'immaginario collettivo una suggestione alimentata da paure e ignoranza. Ciò che più ci interessa di questo mito è la costanza di alcune convinzioni che resistono ancora oggi, come l'idea che la supremazia cinese sarebbe determinata dall'evidente superiorità numerica della popolazione. Si sostiene, in maniera semplice e sbrigativa, che essendo i cinesi tanti, sarebbero naturalmente destinati a conquistare il mondo. In realtà, la Cina sta attualmente affrontando una gravissima crisi demografica provocata dalla politica del figlio unico che imponeva per legge un solo nascituro per ogni coppia. Nonostante il superamento di questa legislazione, la situazione è ormai compromessa, e secondo gli studi demografici più aggiornati la popolazione indiana starebbe oltrepassando numericamente quella cinese, considerata la più grande del mondo. Un'altra convinzione radicata identifica il carattere cinese con un'astuzia crudele capace di ordire subdoli intrighi e realizzare, grazie a un intelletto perfido e perverso, armi insidiose e straordinarie. Si pensi, per esempio, alla suggestione delle celebri torture cinesi, con tutto l'armamentario di strumenti per ottenere sempre più raffinate e crudeli sevizie. Questa credenza è tornata prepotentemente di moda a causa della martellante propaganda del regime di Pechino che alimenta il convincimento circa la superiorità militare cinese, in particolare nei confronti della propria popolazione a cui viene inculcata una pesante "educazione patriottica". Si è addirittura ricorso all'invenzione di espedienti retorici, come la formulazione della cosiddetta "strategia della mazza dell'assassino" (in cinese shashoujian) per sostenere un improbabile piano strategico che garantirebbe la vittoria nonostante la sproporzione fra le forze impegnate. La parola shashoujian è attestata fin dal 1995 nella terminologia militare per indicare la strategia elaborata dall'Esercito Popolare di Liberazione della Cina in un ipotetico conflitto con gli Stati Uniti, ed è apparsa anche nelle pubblicazioni occidentali a partire dal 1997, diffondendosi maggiormente dopo il 1999. Questa strategia si basa sull'idea di assestare un colpo improvviso e devastante capace di annientare le capacità di reazioni del nemico, disarticolando le sue potenzialità offensive, di coordinamento e comunicazione. Questo piano è stato concepito appositamente per contrastare forze convenzionali avversarie nettamente superiori, prendendo decisamente l'iniziativa e rovesciando le sorti del conflitto. Per la realizzazione del piano si prevede l'impiego di armi particolari e inedite, sviluppate appositamente per soddisfare le esigenze cinesi.. Fra questi armamenti spiccano sicuramente i missili balistici antinave (ASBM) del tipo Dong Feng DF-21D e DF-26, considerati la minaccia più insidiosa. Il DF-21D è una versione specializzata del missile balistico DF-21, che è stato il primo missile balistico cinese basato a terra con propulsione a combustibile solido. Lungo 10,7 m, con un peso di 14.700 kg, può raggiungere una velocità massima di Mach 10, con un raggio operativo stimato intorno a 1.500 km. La guida è in parte inerziale, mentre il missile è guidato nella fase finale da un radar e altri sensori, inclusi collegamenti satellitari. Il successivo e più potente DF-26 è un missile balistico IRBM (Intermediate Range Ballistic Missile) con un raggio d'azione fra 3.000 e 4.000 km. Tuttavia il dibattito sui missili balistici antinave è piuttosto acceso, e si dubita fortemente che questi mezzi siano in grado di garantire le prestazioni vantate. I missili DF-21D e DF-26 sembrano piuttosto il risultato dell'incapacità cinese di contrastare le flotte avversarie attraverso un dispositivo aeronavale evoluto. Infatti, la soluzione del missile balistico antinave (ASBM) è impressionante, ma anche la più semplice e rozza, ed è la meno affidabile, e in conclusione si ritiene che questi missili non possano essere guidati correttamente per colpire una flotta in navigazione. Gli ASBM richiedono un preciso e affidabile sistema di guida con elevate prestazioni, capace di gestire velocemente le informazioni fornite da numerosi sensori, e ciò dovrebbe avvenire con un bersaglio in continuo movimento, in navigazione ad almeno 20 nodi, ma anche al massimo con 30 nodi. Il sistema ha bisogno di apparati per la scoperta e l'identificazione del bersaglio, l'elaborazione delle informazioni e la comunicazione dei dati. Disturbare questa catena di comunicazioni sarebbe possibile con le contromisure elettroniche, il jamming, e le cortine fumogene contro l'individuazione ottica. Sicuramente la Cina ha a disposizione una rete satellitare sofisticata, con i satelliti di controllo Yaogan VII, VIII, IX e XVI e il sistema di navigazione satellitare Beidou, ma individuare un bersaglio non è sufficiente per colpirlo perché bisogna anche guidare correttamente il missile e ciò presenta difficoltà tecniche insormontabili. La tecnologia attuale non è capace di guidare una testata balistica con la precisione sufficiente per colpire un bersaglio mobile perché i sensori non hanno la resistenza per sopportare le sollecitazioni del rientro nell'atmosfera. Inoltre, come è ben noto, durante il rientro atmosferico si ha la formazione di gas ionizzato intorno al veicolo che impedisce ogni comunicazione, e ciò influirebbe ulteriormente sull'impossibilità di condurre correttamente l'arma sul bersaglio. Una considerazione è decisamente rivelatrice, ossia il fatto che DF-21D e DF-26 non siano mai stati sperimentati contro una nave in navigazione, ma soltanto contro bersagli terrestri fissi. Il DF-21D avrebbe colpito una grossa sagoma rettangolare a forma di ponte di portaerei tracciata nel deserto del Gobi in un test condotto nel gennaio 2013, e con ciò si sarebbe conclusa la sua sperimentazione.  

Queste difficoltà tecniche hanno impedito alle grandi potenze come Russia e Stati Uniti, ma anche agli altri paesi, di sviluppare gli ASBM perché ritenuti inutilmente costosi e inaffidabili. In questi anni, d'altronde, i missili cruise sono diventati sempre più piccoli, manovrabili e insidiosi, divenendo l'arma per eccellenza per condurre un attacco. In proposito, le forze armate cinesi registrano un sensibile ritardo essendo dotate di missili cruise che sotto molti punti di vista sono nettamente inferiori a quelli occidentali, avendo un profilo di volo poco insidioso, prestazioni mediocri e dimensioni ancora ingombranti. 

Tuttavia la minaccia cinese dei missili ASBM ha comunque provocato la pronta reazione statunitense che ha portato alla realizzazione di più evoluti missili antibalistici, come gli SM-6, anche noti come RIM-174 Standard ERAM (Extended Range Active Missile), in grado di neutralizzare efficacemente i missili DF-21D e DF-26, fornendo un ragionevole margine di sicurezza. 

Tutto ciò ci indica come la retorica sulle "nuove armi cinesi" sia un diversivo, e in conclusione una mistificazione, che nasconde un grave punto di debolezza che si vuole nascondere in ogni modo, anche ricorrendo a una buona dose di retorica e alla suggestione del "pericolo giallo". 

                                                                   

Le guerre commerciali 

Molto più seria e pericolosa è invece la questione delle guerre commerciali perché, come abbiamo osservato in precedenza, i conflitti fra Cina e Occidente provocate dalle tensioni su diatribe economiche sono stati devastanti. Le due Guerre dell'Oppio, la rivolta dei Boxer, e l'assoggettamento politico ed economico, hanno avviato la Cina alla decadenza, impedendo qualsiasi processo democratico, e soprattutto portando successivamente il paese alla guerra civile fra nazionalisti e comunisti, all'occupazione militare giapponese, e infine al regime autoritario della dittatura maoista. Soltanto le riforme operate dal segretario Deng Xiaoping, con l'apertura all'Occidente e la creazione della formula del "socialismo di mercato con caratteristiche cinesi", risollevarono il paese stremato. Purtroppo la leadership autocratica, dirigista e illiberale del presidente Xi Jinping ha ricondotto la Cina sulla via dello scontro, convinta di una supposta superiorità sull'Occidente, e sicura di poter dettare le proprie condizioni. 

In proposito è utile ricordare come l'economia sia considerata dai cinesi come un fattore competitivo di straordinario valore militare, e venga inquadrata nell'ambito di una concezione multidimensionale della guerra. Fra gli strateghi che hanno messo in risalto tale aspetto, meritano di essere citati Wang Xiangsui e Qiao Liang, autori del libro Guerra senza limiti, scritto nel 1999, in cui si sosteneva la necessità per la Cina di affrontare gli Stati Uniti in una guerra non convenzionale, sfruttando l'economia, manipolando la finanza e ottenendo il controllo dei media. Questo approccio è molto radiicato nel pensiero cinese, e può essere rintracciato nella tradizione, a partire dal classico L'arte della guerra di Sun Tzu, ma soprattutto con I metodi si Sima (Sima Fa), dove si ribadisce come la guerra sia uno strumento di governo, che il potere derivi dall'autorità, e che ogni mezzo sia lecito per mantenerlo. Ciò si ricollega anche al pensiero della Scuola del Legalismo (Fajia), che fu più importante perfino del pensiero di Confucio, e affermava la sua concezione politica secondo la quale la supremazia dello stato sull'individuo deve essere assoluta, ed è da perseguire con qualsiasi mezzo e metodo. 

Questa prospettiva è stata ripresa nei nostri tempi, e secondo i precetti della guerra asimmetrica e non convenzionale, è stata riproposta nel progetto della cosiddetta "Nuova Via della Seta", ufficialmente definita come Belt and Road Initiative. Il piano è nato da una proposta di Wang Jisi, preside della Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Pechino, che nel 2012 suggerì sulle pagine del Global Times di "orientare a ovest" lo sforzo diplomatico ed economico della Cina, creando collegamenti più forti con l'Africa, il Medio Oriente e l'Europa. La Cina intende così costruire nuove infrastrutture (porti, ferrovie e strade) per sfruttare le risorse energetiche e minerarie dell'Africa e del Medio Oriente, e incrementare le esportazioni verso l'Europa. Inoltre si vuole ottenere il controllo completo del sistema logistico, dei mezzi di trasporto e comunicazione, affermando così la propria supremazia. Tuttavia gli accordi commerciali presentati come estremamente vantaggiosi, ma utili soltanto per conseguire i progetti della Cina, nascondono anche obiettivi militari come la creazione di nuove basi militari all'estero, e soprattutto di porti in grado di ospitare le navi da guerra, oltre che nel Sud-Est Asiatico e nell'Oceano Indiano, anche nel Mediterraneo. 

                                                        

La crisi della Cina 

L'immagine della Cina come uno stato sovrano impassibile, invincibile e immutabile, dotato di una forza gigantesca pari soltatno alla sua spietatezza, costituisce però soltanto una suggestione alimentata dalla propaganda del regime, e soprattutto dalla diffusione in Occidente di una controinformazione anti-establishment che vede nei regimi autoritari stranieri un'alternativa all'ordine mondiale delle democrazie liberali. In realtà la Cina ha giganteschi problemi sia interni sia esterni, e sono ovviamente soltanto quest'ultimi che possiamo conoscere a causa della stringente censura del regime. Tuttavia analisti, sociologi, ed economisti sono riusciti comunque a fornire un quadro del paese molto differente dall'immagine ufficiale presentata dalla classe politica dominante, nonostante la chiusura e le difficoltà ad accedere alle informazioni, così da poter conoscere meglio anche la situazione interna del paese. L'economia cinese è infatti ben lontana dall'essere quel gigante invincibile così come è rappresentata dai media mainstream. Il prodotto interno lordo cinese nel 2019 è cresciuto soltanto del 6% circa, ed è in continuo rallentamento. Ciò significa che il tanto sbandierato superamento dell'economia americana si fa sempre più lontano e arduo, quasi impossibile considerando che gli Stati Uniti continuano a crescere a livelli sostenuti. Inoltre, il continuo rallentamento della Cina significa che fra qualche anno avrà gli stessi indici dell'Occidente, ben lontana quindi dai trionfali tassi di crescita a due cifre di inzio secolo. Ma sono altri i fattori che preoccupano. La Cina in questi anni è diventata un paese sempre più chiuso e inaccessibili, e recentemente si sta assistendo a una fuga dei capitali degli investitori stranieri. La legislazione è infatti sempre più severa e svantaggiosa per gli operatori economici stranieri. Ancora oggi è impossibile aprire da soli un'azienda in Cina, ma si può soltanto avere attività in joint venture con aziende cinesi, viceversa è ancora vietato agli stranieri l'acquisto di aziende cinesi, mantendo così il mercato chiuso alla penetrazione occidentale. Inoltre una normativa unica e pesantemente restrittiva impedisce l'accesso al mercato dell'informatica, all'high tech e al web, penalizando ed escludendo i colossi stranieri, e fornendo un enorme vantaggio alle aziende locali. Ciò impedisce qualsiasi competizione leale, ed è una grave distorsione del mercato che così non è affatto libero. Questa situazione si protrae da molti anni, e sta divenendo insostenibile, anche perché simili restrizioni non esistono in Occidente (ma cominciano a manifestarsi con la politica dei dazi di Donald Trump). 

Le distorsioni del mercato cinese non danneggiano soltanto l'Occidente, ma anche la Cina perché provocano mancanza di competizione, clientelismo e corruzione, con una cattiva gestione che genera una commistione perversa fra stato, partito comunista ed economia. Ciò si ripercuote sui sistemi del finanziamento con una preoccupante crescita dei debiti di famiglie e imprese. Il governo di Pechino ha incentivato in modo eccessivo il ricorso al credito per stimolare la domanda interna, ma l'abbondanza di investimenti ha provocato sprechi e inefficienze, frutto di una corsa per accaparrarsi i finanziamenti ottenuti tramite la corsa alla crescita. 

Queste sono le cause di un indebitamento senza freni, e inoltre si deve notare che questi debiti risultano molto più pesanti per le famiglie cinesi perché dispongono di un Pil pro capite, e soprattuto di un reddito medio, molto più basso di quello occidentale. Un cinese in media possiede un reddito che è un quarto di quello americano, e meno della metà di quello europeo. Così diventa difficilissimo per la Cina raggiungere gli standard occidentali, diventando un'economia avanzata, ma rischia viceversa di rimanere nella categoria dei paesi in via di sviluppo. Infine, a causa di queste distorsioni del mercato, gli investimenti in Cina producono sempre meno profitti, e ciò spiega un altro fenomeno, ovvero la fuga dei capitali dalla Cina e gli enormi investimenti cinesi all'estero. 

La crisi della Cina non è però soltanto economica, ma anche politica come dimostrano le rivolte a Hong Kong. Iniziate il 31 marzo 2019 come manifestazioni pacifiche contro la legge sull'estradizione, a giugno sono diventate proteste violente con scontri durissimi con la polizia, e l'intervento del governo di Pechino che ha condannato gli eventi definendoli "atti terroristici". Gli scontri a Hong Kong hanno mostrato un vulnus della politica interna della Cina, e quanto sia debole la capacità di mediare le istanze della popolazione con le esigenze del potere politico, determinando una pericolosa spaccatura sociale con gravissime implicazioni. 

                                               

La danza di Shiva 

Se la Cina è immensamente sopravvalutata, l'India a sua volta subisce il pregiudizio opposto, con una sottovalutazione incomprensibile e assolutamente distante dai dati macroeconomici. Eppure in anni recenti l'India ha registrato tassi di crescita superiori a quelli cinesi, ed è previsto che divenga una delle potenze più grandi, con un prodotto interno lordo che si posizionerà in un prossimo futuro al quarto posto, dopo Cina e Giappone. Ma secondo altri economisti, già fra un decennio l'India potrebbe essere la terza potenza economica mondiale, diventando una seria minaccia per la Cina, e tallonandola da vicino per il sorpasso. D'altronde l'India non conosce il problema della crisi demografica che attanaglia la Cina e altri paesi, e può contare su margini di crescita ancora elevati e migliorabili. Quindi, l'economia indiana è destinata a galoppare, o meglio usando una metafora più appropriata, a ballare la danza benevola del dio Shiva, però se dovesse essere trascinata in guerra, lasciando viceversa che la danza sia condotta dalla ferale dea Kali, potrebbe disporre di un arsenale non trascurabile. L'India è infatti una ragguardevole potenza militare dotata di armi atomiche, che possiede attualmente 140 testate nucleari, ma ha già accumulato plutonio weapons-grade per fabbricare altri 150-200 ordigni, e dispone di una riserva di più di 8 tonnellate di plutonio per uso civile, sufficiente a ricavare un migliaio di testate. La triade si basa sul potere aereo, navale e terrestre, con l'aeronautica che fornisce capacità di bombardamento atomico con i cacciabombardieri Dassault Mirage 2000 e SEPECAT Jaguar, la marina con i sottomarini lanciamissili della classe Arihant, e l'esercito con i missili balistici a corto raggio Prithvi, a medio raggio Agni-I e Agni-II, intermedio Agni-III e Agni-IV, e intercontinentale Agni-V. 

In questi anni la crescita dei missili balistici indiani è stata davvero impressionante, ed è perciò interessante analizzare in dettaglio queste armi. L'Agni-V è un missile intercontinentale (ICBM) lungo 17,5 m, con un diametro di 2 m, e un peso di 50 t, cpapace di trasportare una testata pesante 1,5 t. Composto da tre stadi propulsi da motori a razzo a combustibile solido, raggiunge nella fase terminale di volo una velocità massima di Mach 24. Il raggio d'azione è stimato intorno a 5.500-5.800 km, ma secondo alcuni analisti la gittata sarebbe ben superiore, raggiungendo 8.000 km. In ogni caso il missile sarebbe in grado di colpire qualsiasi bersaglio in Cina comprese città come Pechino e Shanghai. Una versione più potente, chiamata Agni-VI, sarebbe in fase di sviluppo dal 2014. L'Agni-VI è più grande, dotato di una gittata di 8.000-12.000 km, e capace di trasportare almeno 10 testate MIRV. Un altro missile ICBM, presumibilmente in fase di sviluppo, è chiamato Surya, e avrebbe una gittata di 12.000 km, e capacità di trasporto per 3-10 MIRV. 

La famiglia dei missili Agni può comunque vantare vettori di qualità che sono attualmente già in servizio, e che costituiscono certamente armi micidiali. Così come l'Agni-IV, un missile intermedio (IRBM) a due stadi, con un raggio d'azione di 4.000 km, e l'Agni-III, un altro missile intermedio a due stadi, con gittata di 3.500-5.000 km. Invece il missile a medio raggio (MRBM) Agni-II ha una gittata di 2.000-3.500 km, e può colpire obiettivi nella Cina meridionale, mentre l'Agni-I è un missile a corto raggio (SRBM) che ha soltanto un raggio d'azione di 700-900 km. 

In conclusione l'India ha a disposizione i missili balistici Agni-II, Agni-III e Agni-IV in grado di colpire la Cina con testate atomiche, a cui si aggiunge il nuovo Agni-V più performante, e in futuro avrà anche l'Agni-VI dotato di testate MIRV. Questo sviluppo dei missili balistici indiani è destinato a subire un'ulteriore accelerazione a causa delle gravi tensioni nella regione asiatica, e soprattutto della rivalità geopolitica fra Cina e India che sicuramente aumenterà ancora. 

Impressionante è anche la realizzazione della nuova classe di sottomarini lanciamissili a propulsione nucleare chiamata Arihant, che vale davvero la pena analizzare in dettaglio. Il capoclasse Arihant è entrato in servizio nell'agosto 2016, seguito da una seconda unità varata nel novembre 2017 col nome Arighat, che sarà operativa verso la fine del 2019, o poco dopo, mentre sono pianificati altri due battelli da costruire, per un totale di 4 sottomarini. Gli Arihant hanno un dislocamento di 6.000 t in emersione, con una lunghezza di 112 m e larghezza di 11 m, propulsi da un reattore nucleare pressurizzato che consente una velocità massima di 24 nodi. L'armamento principale è composto da quattro tubi lanciamissili che possono ospitare 12 missili K-15 Sagarika con una gittata di 750 km, oppure 4 missili K-4 con un raggio d'azione di 3.500 km. Questi SLBM (Submarine Launched Ballistic Missile) sono in grado di minacciare obiettivi militari cinesi, ma anche le più importanti città. In particolare, il K-4 ha una testata del peso di 2,5 t, stimata di una potenza massima di 250 chilotoni. I sottomarini Arihant sono stati realizzati grazie al fondamentale aiuto russo, e in effetti sembrerebbe che siano basati sulla classe Akula, ma hanno comunque molti componenti originali indiani che dimostrano come sia stata raggiunta un'avanzata tecnologia. 

Un'altra eccellenza è costituita dall'aeronavale con la portaerei Vikramaditya, ex Admiral Gorshkov della classe Kiev, venduta dalla Russia nel gennaio 2004, ricostruita e modificata, e poi entrata in servizio nel 2014. Con un dislocamento a pieno carico di 45.000 t, lunga 283 m e larga 60 m, può imbarcare fino a un massimo di 35 velivoli, fra cui i caccia Mikoyan MiG-29K Fulcrum e gli elicotteri Kamov Ka-31 e Ka-28. Un'altra portaerei, la nuova Vikrant (da non confondere con una precedente unità con lo stesso nome), è stata varata il 12 agosto 2013, ed entrerà in servizio verso il 2023. Con un dislocamento di circa 40.000 t, permetterà di impiegare fino a 40 velivoli. Si parla molto poco delle portaerei indiane, mentre le equivalenti unità cinesi ricevono un'attenzione spesso spropositata dalla stampa, come nel caso della modesta Liaoning. Però la Marina Indiana ha tuttavia un'esperienza molto più lunga e una migliore preparazione, potendo vantare l'impiego della Viraat dal 1987 al 2017, con i cacciabombardieri Sea Harrier, e ancora prima con la vecchia e gloriosa Vikrant, entrata in servizio nel 1961 e radiata nel 1997, divenuta famosa durante la guerra con il Pakistan nel 1971, grazie alle operazioni dei suoi caccia Hawker Sea Hawk. 

Un altro importante successo militare indiano è rappresentato dalla missione Shakti, avvenuta il 27 marzo 2019, con il lancio dal poligono dell'isola Abdul Kalam, nel Golfo del Bengala, di un missile ASAT che ha intercettato e distrutto un satellite a 300 km di altitudine. Così l'India è divenuta il quarto paese dopo Stati Uniti, Russia e Cina, ad aver sperimentato un missile antisatellite. Questo missile ASAT dovrebbe essere una versione modificata del Prithvi Defense Vehicle (PDV), un intercettore antibalistico esoatmosferico che opera nella fase di midcourse, e chiamata semplicemente Prithvi Defense Vehicle Mk 2. 

                                                    

Le dispute territoriali 

I rapporti fra India e Cina sono pessimi, e in questi anni sono peggiorati a causa delle consuete dispute territoriali che il governo di Pechino fomenta con la sua politica espansionista, assertiva e autoritaria, all'origine infine di tutti i conflitti con i paesi confinanti, e motivo della corsa al riarmo in Asia. Le diatribe fra India e Cina sono ormai storiche, e sono addirittura sfociate in uno scontro di vaste dimensioni, la cosiddetta Guerra Sino-Indiana del 1962. Questa guerra fu sospesa da un armistizio, ma non fu mai firmato un trattato di pace perché Nuova Delhi rivendica ancora 38.000 chilometri quadrati di territorio, e Pechino addirittura 90.000. Significa, quindi, che i due paesi sono formalmente ancora in guerra. L'esperienza di questo conflitto ha reso l'India molto guardinga nei confronti della Cina, che è considerata il principale avversario dopo il Pakistan, e soprattutto ha spinto alla realizzazione del programma nucleare come deterrente essenziale. La Cina, infatti, minaccia ancora i territori al confine indiano, in particolare Arunachal Pradesh e Ladakh, e non nasconde le proprie rivendicazioni sulla regione himalayana. In tempi recenti si sono verificati frequenti scontri fra truppe indiane e cinesi, fra cui ricordiamo l'incidente avvenuto nell'aprile 2013 nella valle di Dapsang nel Ladakh, e un altro il 16 giugno 2017 nel Doklam, al confine col Bhutan, dove 270 soldati indiani allontanarono i cinesi che avevano sconfinato. Queste tensioni sono destinate a salire vertiginosamente considerando i progetti cinesi inerenti alla "Nuova Via della Seta", e l'intenzione di costruire strade e ferrovie anche in zone contese. Ciò non dovrebbe sorprendere perché la "Nuova Via della Seta" è principalmente un progetto militare che sfrutta le motivazioni commerciali come pretesto, ma fondamentalmente ha lo scopo di estendere il controllo politico e militare della Cina. Per questa ragione la "Nuova Via della Seta" sarà certamente la causa dell'acuirsi di ulteriori conflitti, e non porterà nessun vantaggio economico ai paesi coinvolti che sono destinati a subire semplicemente l'oppressione del potere autoritario cinese. 

Un'altra disputa che oppone Nuova Delhi e Pechino riguarda l'Oceano Indiano, dove la presenza delle navi da guerra cinesi sta gravemente irritando gli indiani, che però hanno trovato nella collaborazione con i giapponesi un'ottima occasione per contenere le ambizioni del pericoloso rivale. 

                                                           

Lo specchio di Amaterasu 

Il Giappone e l'India hanno stipulato un importante accordo chiamato Joint Declaration on Security Cooperation between Japan and India, firmato il 22 ottobre 2008 a Tokyo dal primo ministro giapponese Taro Aso e dall'omologo indiano Manmohan Singh. Questo accordo prevede la condivisione di un comune punto di vista sulla politica estera, la cooperazione delle forze militari con esercitazioni congiunte, la collaborazione dell'intelligence con lo scambio di informazioni, e possibilmente il sostegno e la compartecipazione ad attività e programmi nel settore dell'industria militare. Il Giappone si trova in una fase delicata, come nella leggenda della dea del sole Amaterasu che vide riflesso nello specchio la sua immagine splendente e ne venne attratta, uscendo dalla grotta in cui si era rifugiata privando il mondo della luce, così la nazione deve interrogarsi sul suo ruolo geopolitico, guardare se stessa e decidere come impegnarsi, accettando le sfide del mondo contemporaneo. Infatti, il ruolo del Giappone in Asia è determinante poiché geograficamente si pone in una posizione, che insieme all'India, stringe la Cina da entrambi i lati, come in una tenaglia, e soprattutto può condizionare il controllo marittimo fra l'Oceano Indiano e il Pacifico. La flotta giapponese è decisamente imponente, e recentemente i cacciatorpediniere sono arrivati al numero di 47, e si prevede che raggiungeranno in futuro le 54 unità. Queste unità, indicate genericamente in giapponese come goeikan (nave scorta), e in inglese come destroyer, includono diverse tipologie di navi che possono essere così elencate insieme al loro numero: 4 cacciatorpediniere portaelicotteri (DDH), 8 lanciamissili (DDG), 29 multiruolo (DD), e 6 cacciatorpediniere di scorta (DE). I cacciatorpediniere portaelicotteri sono costituiti dalle classi Izumo e Hyuga, i lanciamissili dagli Hatakaze, Kongo e Atago, i multiruolo dagli Hatsuyuki, Asagiri, Murasame, Takanami, Akizuki e Asahi, e di scorta dagli Abukuma. A questi 47 cacciatorpediniere vanno aggiunte altre 3 unità della classe Hatsuyuki, che nonostante conservino l'armamento completo, sono impiegate come navi scuola per l'addestramento. Quindi la Marina giapponese ha in realtà ben 50 cacciatorpediniere in servizio, a cui si aggiungeranno presto quelli già in costruzione, realizzando quel piano di riorganizzazione e potenziamento annunciato da tempo. Il maggiore rafforzamento della flotta è avvenuto recentemente con l'ingresso in servizio dei multiruolo della classe Asahi, ossia il capoclasse Asahi (Sole del mattino) e lo Shiranui (Fosforescenza marina). Inizialmente presentati come una versione più economica degli Akizuki, sono stati poi modificati durante l'allestimento divenendone un vistoso potenziamento. Dotati di radar multifunzione OPY-1 e del sistema di controllo di tiro FCS-3, sono armati con 64 missili Evolved Sea Sparrow (ESSM) capaci di abbattere ogni velivolo, i missili cruise subsonici altamente manovrabili a bassa quota e al livello del mare, i più veloci missili supersonici, e infine anche i missili balistici a corto raggio. Il sistema FCS-3 consente di inseguire e tracciare più di 300 bersagli e di attaccarne contemporaneamente 60 circa, garantendo prestazioni nettamente superiori rispetto ad altri sistemi radar. Quasi completati sono anche i due grossi cacciatorpediniere lanciamissili della classe Maya da 10.250 t a pieno carico, con il capoclasse Maya che sarà operativo nel marzo 2020, e lo Haguro che entrerà in servizio l'anno successivo. Queste due poderose navi impiegheranno i missili antiaerei SM-6 specializzati per l'abbattimento dei missili balistici a medio raggio, come i cinesi DF-21D e DF-26, ma avranno anche gli SM-3 Block IIA con capacità ancora superiori di intercettazione nella fase di volo intermedia (midcourse) dei missili. Inoltre le due portaelicotteri della classe Izumo saranno modificate e convertite in portaerei, rispettivamente nel 2020 e nel 2022, e potranno così imbarcare i caccia Lockheed Martin F-35B Lightning II. 

Come è stato evidenziato in precedenza, l'aspetto che più interessa all'India riguarda il controllo marittimo con l'opportunità di poter fare affidamento sulla potenza navale giapponese per respingere le ingerenze cinesi, ed è per questa motivazione che sono state notevolmente intensificate le esercitazioni Malabar. Le esercitazioni navali Malabar iniziarono nel 1992, originariamente come attività addestrative soltanto fra India e Stati Uniti. Il Giappone fu invitato a parteciparvi nel 2007, e poi nel 2015 divenne un membro permanente insieme a India e Stati Uniti. Altri partecipanti sono l'Australia e Singapore, ma non hanno ancora lo status di partner permanenti. Il Giappone ha anche cominciato a partecipare da solo alle esercitazioni navali con l'India, e queste attività bilaterali hanno assunto sempre di più un ruolo considerevole. Le esercitazioni navali congiunte fra Giappone e India sono chiamate JIMEX (Japan-India Maritime Exercise), e si svolsero per la prima volta il 9-12 giugno 2012 nella baia di Sagami nella prefettura di Kanagawa, con l'impiego dei cacciatorpediniere giapponesi Ariake e Setogiri, e quattro navi indiane, il cacciatorpediniere Rana, la fregata Shivalik, la corvetta Karmukh e il rifornitore Shakti, inoltre partecipò anche l'aviazione navale nipponica con i pattugliatori P-3C Orion e vari elicotteri. L'esercitazione JIMEX 13 si è svolta l'anno seguente, a Chennai nel golfo del Bengala, il 19-22 dicembre 2013, con la fregata Satpura, il cacciatorpediniere Ranvijay e la corvetta Kuthar. L'esercitazione più recente è stata la JIMEX 18, svoltasi il 7-15 ottobre 2018, a Visakhapatnam, nel sud dell'India, con un dispiegamento di forze notevole che comprendeva la portaeromobili giapponese Kaga, il cacciatorpediniere multiruolo Inazuma, e la fregata indiana Satpura, la corvetta Kadmat e il rifornitore Shakti. Queste operazioni bilaterali sono sempre più frequenti, e l'India sembra aver trovato nel Giappone un ottimo partner che risponde in maniera soddisfacente alle richieste del gigante asiatico, stringendo una collaborazione sempre più fruttuosa e importante. 

                                                     

Mistificazione e verità 

La crescita dell'India come potenza economica e militare, la crisi politica, economica e sociale della Cina, il riarmo e il ritorno del Giappone sulla scena geopolitica, sono tutti argomenti che sembrano usciti fuori da un mondo alternativo inimmaginabile, e fanno parte di una narrazione molto differente dal discorso mainstream. A questo punto sorge spontanea una domanda: dov'è la verità? In una società dove sono stati elaborati concetti come post-verità e fake-news è un po' difficile concepire un'idea "forte" di verità, ma per fortuna l'antica filosofia greca ci può ancora aiutare. La parola greca che indica la verità è aletheia che significa letteralmente "non nascosto". Questo significato autentico della verità ci indica che qualsiasi analisi, anche geopolitica e militare, deve partire dal tentativo di "demistificare" ciò che si crede vero, per cercare appunto il nascosto. Ed è questo il compito che gli analisti dovrebbero sforzarsi di realizzare, perché un'analisi basata esclusivamente su un elenco o una corrispondenza non scende mai in profondità, e soprattutto non vede il contesto, le relazioni fra le parti, e i rapporti di forze. Se oggi lo scenario geopolitico è quasi incomprensibile, o appare come tale, ciò è soprattutto imputabile a una carenza di approfondimento. Se la questione è molto complessa, allora bisogna affinare gli strumenti intellettuali, perché l'unico modo di ridurre la complessità a livelli comprensibili è quello di utlizzare appropriati strumenti di comprensione.