sabato 19 agosto 2023

Il Giappone contro il caos

Articolo pubblicato dalla rivista "Panorama Difesa". Cfr. Cristiano Martorella, Il Giappone contro il caos, in "Panorama Difesa", n. 418, anno XL, maggio 2022, pp. 58-69. 



Il Giappone contro il caos 

Il paese del Sol Levante ha assunto una posizione risoluta contro un eventuale sovvertimento dell'attuale ordine internazionale, avvertendo che non permetterà mai l'invasione di Taiwan da parte della Cina. 

di Cristiano Martorella 


L'invasione russa dell'Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022, ha provocato una durissima reazione del governo giapponese guidato dal primo ministro Fumio Kishida, che si è concretizzata in rigorose sanzioni economiche e nell'interruzione dei progetti congiunti (a Sakhalin e nelle Curili), oltre al congelamento dei beni di varie banche e il blocco delle esportazioni di semiconduttori e altri prodotti hi-tech. Soprattutto è stato ribadito che si ritiene intollerabile il disprezzo del diritto internazionale e la mancanza di rispetto della sovranità e integrità territoriale dei paesi, lanciando anche un chiaro monito alla Cina che sembrerebbe intenzionata ad approfittare della situazione. Infatti si teme che Pechino voglia trarre vantaggio dagli eventi per compiere qualche azione militare a favore delle sue numerose rivendicazioni territoriali. L'esecutivo nipponico è particolarmente preoccupato per le affermazioni del ministro degli Esteri cinese Wang Yi, che durante la sua visita in Giappone del 24-25 novembre 2020, si espresse in maniera decisamente aggressiva, sostenendo che la Repubblica Popolare Cinese riconosceva come territori giapponesi soltanto quelli indicati nella Dichiarazione di Potsdam (26 luglio 1945), escludendo così molte isole, tra le quali l'intero arcipelago delle Ryukyu e le isole Ogasawara. Tuttavia le maggiori attenzioni sono rivolte a un altro pericoloso contenzioso territoriale, che riguarda l'isola di Taiwan, al centro di una disputa che è soprattutto ideologica e politica, poiché mette in crisi il "principio di una sola Cina", essendo Taiwan nient'altro che la Repubblica di Cina proclamata nel 1912, dopo la Rivoluzione Cinese (1911-1912) e la caduta della dinastia Qing. Anche se riconosciuta da pochi governi, Taiwan è comunque uno "stato indipendente" de facto, con un assetto democratico e un presidente eletto regolarmente attraverso libere elezioni e un vasto consenso popolare, e si trova dunque in una condizione che può essere sovvertita soltanto con l'uso della forza. 


La verità storica

Per comprendere la questione della disputa che riguarda Taiwan è assolutamente necessario conoscere correttamente la storia di quest'isola, purtroppo poco nota e spesso confusa a causa della propaganda politica. Paradossalmente l'isola di Taiwan, chiamata Formosa dagli occidentali, non era un possedimento cinese nell'antichità, e soltanto in tempi relativamente recenti è entrata a far parte dell'Impero Cinese, ma tuttavia non ha mai fatto parte della Repubblica Popolare Cinese che fu istituita soltanto nel 1949. Originariamente abitata soltanto da tribù di aborigeni e popolazioni malesi, fu scoperta e visitata dai navigatori portoghesi nel XVI secolo, e successivamente instaurò scambi commerciali anche con olandesi e spagnoli. Furono appunto gli europei a darle il nome di Formosa, attribuitole per la bellezza esotica. Nel 1683 l'isola fu annessa dall'Impero Cinese dominato dalla dinastia mancese dei Qing, assegnandole invece il nome cinese di Taiwan che letteralmente significa "baia del tavolo." Nel 1895 venne ceduta al Giappone a seguito del Trattato di pace di Shimonoseki, che sancì la sconfitta e la resa della Cina nella Prima guerra sino-giapponese (1894-1895). Taiwan venne restituita al governo nazionalista di Chiang Kai-shek, rappresentante della Repubblica di Cina, soltanto nel 1945, dopo la resa del Giappone nella Seconda guerra mondiale. 

Ancora più complessa e intricata risulta la disputa fra le diverse forze politiche che si sono contese il potere in Cina. Infatti, da un punto di vista storico, Taiwan è anche l'eredità della guerra civile cinese, che in realtà non sarebbe mai terminata, non essendoci mai stato un armistizio o un trattato di pace. Il conflitto ha origini lontane che è indispensabile conoscere esattamente per evitare equivoci e fraintendimenti, purtroppo molto frequenti nelle ricostruzioni dei fatti. La Rivoluzione Cinese, iniziata nel 1911, si concluse con la caduta dell'Impero della dinastia Qing, e con la proclamazione delle Repubblica di Cina nel 1912, che fu inizialmente guidata dal presidente Sun Yat-sen. Il nuovo stato cercò di estendere il proprio controllo su gran parte della Cina, ma fu molto difficile a causa delle divisioni interne, e così molte regioni rimasero indipenendti e governate dai cosiddetti "signori della guerra". Nel 1921 venne fondato a Shanghai il Partito Comunista Cinese, che avrebbe assunto un ruolo significativo in seguito, fino a diventare la causa di un lacerante conflitto. In questa prima fase, comunque, i comunisti collaborarono con il Partito Nazionalista (Kuomintang) che deteneva il potere, in un sistema politico ancora basato sul pluralismo, la rappresentanza parlamentare, e la democrazia liberale di matrice occidentale. Nel 1927 iniziò una dura repressione contro i comunisti, e la guerra civile esplose travolgendo l'intero paese e trascinandolo in un sanguinoso conflitto. Il comandante supremo dell'Esercito Nazionalista era Chiang Kai-Shek, che fu l'artefice di questo duro scontro caratterizzato da una forte connotazione ideologica. Chiang Kai-shek divenne nel 1928 anche capo di stato e presidente della Repubblica di Cina, dando una svolta autoritaria al governo del paese con il principio del partito unico, e ponendo la capitale a Nanchino. Negli anni '30 l'occupazione della Cina da parte delle forze militari giapponesi aumentò la confusione e la destabilizzazione politica. I comunisti, cacciati dai nazionalisti e attaccati dai giapponesi, furono impegnati in una catastrofica ritirata, in cui perirono circa 79.000 uomini, che nonostante tutto la propaganda celebrò come fosse stata una vittoria e la chiamò la "lunga marcia" (changzheng). Nel 1945 l'entrata in guerra dell'Unione Sovietica contro il Giappone cambiò le sorti del Partito Comunista Cinese, che armato e dotato di mezzi e logistica adeguata dai russi, iniziò un'offensiva contro i nazionalisti di Chiang Kai-shek. Nel 1949 le forze militari di Chiang Kai-shek si ritirarono sull'isola di Formosa, chiamata dai cinesi col nome di Taiwan, portando con sé numerosi tesori artistici e ricchezze. Queste risorse e capitali furono in seguito fondamentali per la crescita economica di Taiwan. Il 1° ottobre 1949 fu fondata la Repubblica Popolare Cinese, e ciò creò un grave contenzioso politico su quale stato rappresentasse davvero la Cina. Ma la disputa non era soltanto poltica, ma anche militare perché dopo la guerra civile dal 1927 al 1937, il conflitto riprese con intensità dal 1946 al 1950, e la ritirata sull'isola di Taiwan non pose fine alla guerra, piuttosto creò una condizione favorevole ai nazionalisti che approfittarono delle carenze di mezzi anfibi e da sbarco dei comunisti, impossibilitati quindi a conquistare l'isola. Nel 1954 ci fu la prima crisi dello stretto di Taiwan, quando l'artiglieria comunista iniziò a bombardare le isole di Quemoy e Matsu, ma le pressioni degli Stati Uniti posero fine a questa aggressione. La seconda crisi dello stretto di Taiwan avvenne nel 1958, sempre con le stesse modalità, e vide il pesante cannoneggiamento di Quemoy, e la richiesta della resa delle forze presenti sull'isola. Ma i nazionalisti erano riusciti a resistere grazie alle eccellenti difese rappresntate da una fitta rete di bunker e gallerie. Anche in questo caso fu decisivo l'intervento americano, con la Settima Flotta che si recò nell'area degli scontri. In questa fase le forze armate di Taiwan, rifornite con le armi più moderne dagli Stati Uniti, dimostrarono una certa superiorità tecnologica rispetto alle forze comuniste. I caccia F-86F Sabre, dotati dei nuovi missili AIM-9 Sidewinder, riuscirono ad abbattere ben 29 aerei nemici fra MiG-15 e MiG-17, subendo soltanto una perdita. Un altro scontro fra caccia avvenne molto più tardi, il 13 gennnaio 1967, quando quattro F-104G Starfighter di Taiwan riuscirono ad abbattere due MiG-19, confermando anche in questo caso la loro superiorità. La terza crisi dello stretto di Taiwan avvenne il 25 luglio 1995, quando l'Esercito Popolare di Liberazione cinese lanciò alcuni missili nelle acque a nord di Taiwan. Anche in questo caso l'aggressione si concluse con l'intervento della Settima Flotta che si recò sul posto per scoraggiare qualsiasi tentativo di aggressione. 

L'aspetto politico è però molto più intricato del confronto militare perché Taiwan, come spiegato in precedenza, è l'erede della Repubblica di Cina fondata nel 1912, e non ha cambitato denominazione, e nemmeno la bandiera, rimanendo pressoché inalterata nella sua forma politica e istituzionale. L'isola ha conosciuto un ritorno alla democrazia, così come era all'origine, quando negli anni '80 venne ritirata la legge marziale e ripristinato il pluralismo. Per molti anni la Repubblica di Cina, ovvero Taiwan, ha rappresentato la Cina nelle istituzioni internazionali. Soltanto dal 25 ottobre 1971, l'ONU ha riconosciuto ufficialmente la Repubblica Popolare Cinese al posto della Repubblica di Cina. Mentre gli Stati Uniti hanno ristabilito le relazioni e il riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese nel 1979. 


Le difese di Taiwan

Davvero è possibile invadere Taiwan? Secondo gli esperti militari ci sono diverse difficoltà che rendono l'impresa complessa e problematica da realizzare. La prima difficoltà è di carattere fisico e geografico, costituita dallo stretto di Taiwan che ha un'ampiezza massima di 200 km, e nel caso di uno sbarco esporrebbe le navi impegnate al fuoco nemico per un periodo di tempo troppo lungo. Inoltre Taiwan è vicina al cosiddetto Triangolo del Drago (o Mare del Diavolo), una zona dell'Oceano Pacifico caratterizzata da terribili tempeste e tifoni che impediscono la navigazione, e hanno provocato l'affondamento frequente di grosse navi. Le dimensioni di Taiwan rappresentano poi un altro serio ostacolo, con un'area di 36.197 chilometri quadrati, e una popolazione di 23 milioni di abitanti. Risulta evidente che in caso di occupazione sarebbe arduo controllare l'intero territorio, e l'invasione degenerebbe in una guerra di resistenza a oltranza. 

Un altro aspetto che rappresenta una difficoltà ragguardevole riguarda le difese attive e passive delle Forze Armate taiwanesi, le quali non sono affatto trascurabili in alcuni settori specifici. Fra le difese passive ci sono i vasti complessi di bunker sotterranei collegati da una fitta rete di gallerie, che nascondono e proteggono gli impianti e i sistemi d'arma, fra cui anche gli shelter per gli aeroplani che spesso sono anch'essi posti in rifugi sottoterra o ricavati da grotte nelle montagne. Fra le basi aeree più importanti figurano Hsinchu, Ching Chuan Kang, Chiayi e Hualien, tutte dotate di shelter pesantemente rinforzati, mentre le difese antiaeree e antinave dispongono di opportuni rifugi distribuiti sul territorio, e permettono quindi lo spostamento e il trasferimento in diversi punti del paese. Distruggere tutte queste installazioni è impossibile, perché anche in caso di un attacco massiccio qualcuna sopravviverebbe, e poi dovrebbe comunque essere individuata. Soprattutto rimarrebbero intatti gran parte dei sitemi antiaerei e antinave, quasi tutti mobili come nel caso dei sistemi Antelope armati con i missili terra-aria Tien Chien TC-2, oppure Avenger con i missili Stinger, a cui si aggiungono anche i missili MIM-23 Hawk e RIM-7 Sparrow del sistema Skyguard. Un altro potente missile a disposizione delle difese antiaeree è il Tien Kung, di cui esistono tre versioni (TK-1, TK-2, TK-3), che può vantare anche capacità antimissile balistico, funzione svolta in gran parte dalle batterie di missili Patriot PAC-3, in fase di potenziamento con l'acquisto della nuova versione MSE (Missile Segment Enhancement). Con quest'ultima acquisizione della versione più recente, Taiwan dovrebbe raggiungere un numero complessivo di più di 650 missili Patriot, una dotazione considerevole e adeguata alla situazione. 


I missili antinave e cruise

Un approfondimento speciale deve essere dedicato ai missili antinave e cruise, che in questo contesto risultano determinanti, essendo chiaro che l'impiego di navi da trasporto sono indispensabili per lo sbarco e l'occupazione dell'isola, e il blocco della flotta nemica determinerebbe il fallimento dell'invasione fin dal primo momento. Taiwan non intende perciò fronteggiare la Repubblica Popolare Cinese realizzando un dispositivo militare equivalente, ma al contrario si pone l'obiettivo di seguire la dottrina della guerra asimmetrica per mettere in crisi l'avversario con armamenti e tecniche di combattimento differenti. Così la flotta taiwanese dovrebbe rimanere limitata alle fregate, in gran parte di vecchio modello, e alle piccole unità costiere utili per rapide incursioni, e l'aviazione, pur subendo un rinnovamento, sarà basata ancora sui caccia di quarta generazione. Le armi che invece si vogliono sviluppare in gran quantità e al massimo livello tecnologico sono i missili cruise e i missili antinave supersonici, e si ritiene di poter realizzare facilmente questo obiettivo contando sul supporto dell'avanzata industria locale. Attualmente i principali modelli di queste armi sono rappresentati dai missili antinave supersonici Hsiung Feng III, e i missili cruise Hsiung Feng IIE e Wan Chien, ma nuove versioni sono ormai state completate e sono pronte a entrare in servizio. La varietà e la qualità di questi missili è sorprendente, ed è senza dubbio utile approfondirne la conoscenza. Lo Hsiung Feng II è un missile antinave disponibile in tre versioni, aviolanciabile, navalizzato e per batterie costiere. Ha un peso di 685 kg, una lunghezza di 4,8 m, e un diametro di 40 cm, con una testata bellica di 180 kg. Il raggio d'azione è di 160 km per il modello Block I, e 250 km per il Block II. Il sistema propulsivo impiega un turbogetto che garantisce una velocità di crociera subsonica intorno a Mach 0,85 (equivalente a 1.049 km/h). Il sistema di guida è inerziale per la fase di volo intermedia, e invece per la fase terminale impiega un dual system basato sulla guida radar attiva e infrarossa. Lo Hsiung Feng III è un potente missile supersonico a medio raggio, che può svolgere sia il ruolo di missile cruise contro obiettivi terrestri, sia di missile antinave. Può essere lanciato dalle navi, come le fregate e le motocannoniere missilistiche, ma anche da canister montati su rimorchio trainato da un autocarro, ed è ampiamente impiegato anche nei bunker rinforzati. Ha un peso di 1.500 kg, una lunghezza di 6 m, un diametro di 45 cm, con una testata bellica perforante di 225 kg. Il sistema propulsivo è composto di due booster a combustibile solido e un motore ramjet, ed è capace di garantire una velocità massima di Mach 2,5, con un raggio d'azione di 400 km. Lo Hsiung Feng IIE, noto anche come HF-2E, non è una variante dello Hsiung Feng II, ma è invece un missile completamente nuovo, e il nome adottato è volutamente equivoco con lo scopo di coprire il progetto durante lo sviluppo attraverso la disinformazione. Lo Hsiung Feng IIE è infatti un potente missile cruise con una gittata fra 600 e 2.000 km che appartiene alla categoria dei missili com lo RGM-109 Tomahawk. Ha un peso di 1.600 kg, una lunghezza di 6 m, un diametro di 51 cm, ed è propulso da un turbogetto che gli consente una velocità subsonica fra Mach 0,75 e Mach 0,85. Ha una testata bellica di 450 kg, ma può montare anche altre testate belliche più leggere che permettono di incrementare l'autonomia. Il sistema di guida impiega il GPS e il TERCOM (Terrain Contour Matching), con guida infrarossa nella fesa terminale. Il Wan Chien è un missile cruise aviolanciabile, con un raggio d'azione di 240 km, ma la nuova versione in fase di sviluppo avrebbe addirittura una gittata di 400 km. Ha un peso di 650 kg, una lunghezza di 3,5 m, con un diametro di 61 cm. Il missile usa come propulsore un turbofan che gli consente una velocità di crociera subsonica. La testata bellica ha un peso di 350 kg, e può montare diversi tipi di submunzioni, mentre il sistema di guida impiegato è il GPS. Questa varietà di missili cruise e antinave costituisce una minaccia insidiosa per la Repubblica Popolare Cinese, e ciò è ancora più vero se si considera il fatto che gran parte dei missili è protetta in bunker rinforzati difficili da espugnare. 


La posizione del Giappone

Il ministro Fumio Kishida ha espresso, in un discorso del 2 marzo 2022, una posizione molto dura nei confronti della Russia, riaprendo anche un contenzioso irrisolto che dura da molto tempo. Infatti, verso la fine della Seconda guerra mondiale, l'Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone, combattendo dall'8 agosto al 2 settembre 1945. Il 18 agosto 1945, nonostante fossero trascorsi appena tre giorni dalla dichiararazione di resa del Giappone, furono invase le isole Curili, in un'operazione di sbarco che costò alle truppe sovietiche perdite maggiori di quelle nipponiche. Purtroppo l'Unione Sovietica si rifiutò di firmare il Trattato di Pace di San Francisco (8 settembre 1951), e i due paesi non trovarono quindi un accordo per risolvere i problemi territoriali, e nonostante la Dichiarazione Congiunta Sovietico-Giapponese (19 ottobre 1956) che impegnava i rispettivi governi a negoziare un trattato di pace, non si riuscì a raggiungere nessun tipo di compromesso. Il Giappone aveva ottenuto legalmente il possesso dell'intero arcipelago delle isole Curili scambiandolo nel 1875 con l'isola di Sakhalin, ed è in base a questi accordi che avanza delle pretese, chiedendo la restituzione di almeno quattro isole (Kunashiri, Etorofu, Shikotan, Habomai). Ma i negoziati non si sono mai risolti positivamente, e il governo Kishida ha deciso di assumere una posizione molto più aggressiva, approfittando anche delle difficoltà economiche della Russia. Per quanto riguarda la questione di Taiwan, il premier Kishida ha ripreso un indirizzo del suo predecesso Yoshihide Suga. Ricordiamo, infatti, che il 5 luglio 2021, il vice primo ministro giapponese Taro Aso, un importante membro del governo Suga, dichiarò che Tokyo sarebbe intervenuta in aiuto di Taiwan nel caso di un tentativo di invasione cinese, e ciò costituì una novità ragguardevole, rompendo la consuetudine diplomatica di non schierarsi apertamente in un possibile conflitto, ma al contrario prendendo una netta e inequivocabile posizione al riguardo. Una settimana dopo, il 13 luglio 2021, il governo nipponico pubblicò il suo rapporto annuale sulla difesa, che per la prima volta menzionava l'importanza di mantenere la stabilità intorno a Taiwan, che è considerata di fondamentale interesse per la sicurezza del Giappone. Il vice primo ministro Taro Aso ha poi aggiunto altri particolari che riguardano la posizione del proprio paese, osservando che Taiwan dista soltanto 110 km dalle isole giapponesi più vicine (l'arcipelago delle Yaeyama), e quindi un'invasione cinese rappresenterebbe una minaccia esistenziale alla sicurezza del Giappone. Inoltre i media locali hanno rivelato la richiesta delle autorità militari giapponesi di conoscere i piani americani per la difesa di Taiwan, così da predisporre un proprio intervento e una partecipazione adeguata, e la domanda sarebbe stata accolta avviando una più stretta cooperazione per garantire la sicurezza dell'area. Già adesso i rapporti fra Taiwan e il Giappone sono molto buoni, specialmente nel settore della sicurezza, che consiste in una collaborazione sempre più frequente e proficua. Infatti, le autorità militari giapponesi comunicano esattamente la posizione e gli spostamenti delle navi da guerra cinesi alle rispettive autorità di Taipei, e ciò avviene sia quando sono in procinto di avvicinarsi all'isola, sia quando si muovono in modo sospetto. Questa collaborazione impedisce perciò qualsiasi possibile attacco a sorpresa delle navi cinesi che sono attentamente monitorate. Inoltre, sull'isola giapponese di Yonaguni è operativa una potente stazione radar che controlla lo spazio aereo e il mare con un raggio d'azione di circa 370 km, coprendo quindi anche parte di Taiwan e dello stretto che la divide dal continente. Infatti, l'isola di Yonaguni dista soltanto 110 km da Taiwan, e costituisce un avamposto e un punto cruciale delle difese nipponiche, tanto che in questi anni ha ricevuto un significativo rafforzamento con impianti, mezzi e soldati. Per questo motivo è stata decisa anche la creazione entro il 2023 di una base con un reparto per la guerra elettronica, che può inibire con i suoi strumenti l'utilizzo dei radar e bloccare i sistemi di guida dei missili danneggiando le loro apparecchiature elettroniche. Secondo la stampa giapponese, queste attrezzature per la guerra elettronica sarebbero molto potenti ed efficaci, e poiché costituiscono un notevole vantaggio vengono ancora avvolte dal segreto, evitando la diffusione di dettagli e prestazioni. 


Le difese del Giappone

Il dispositivo militare del Giappone è ottimizzato per fornire una eccellente difesa dei territori in prossimità delle sue isole, ma anche di paesi vicini come Taiwan, che sono considerati nella sfera di competenza delle Forze di Autodifesa giapponesi. Infatti, i sottomarini delle classi Soryu e Taigei sono stati progettati appositamente per operare nei bassi fondali dello stretto di Taiwan e del Mar Cinese Meridionale, grazie a una struttura e un design particolare, fra cui i timoni a forma di X, che permettono di navigare in acque poco profonde. Anche i siluri, come i siluri corti per navi e aerei Type 12 da  324 mm, e i Type 89  e Type 18 da 533 mm per i sottomarini, sono stati riprogettati per operare in ambienti marini con bassi fondali, e ridurre al minimo i disturbi acustici causati dal differente ambiente. Ciò permetterebbe, in caso di conflitto, una grande libertà di movimento ai sottomarini giapponesi, che potrebbero affondare indisturbati le navi impegnate in un eventaule sbarco. Soprattutto, il Giappone è in grado di controllare, tramite le batterie di missili antinave Type 12 SSM, i passaggi attraveso gli stretti e le isole della lunga catena dell'arcipelago delle Ryukyu, posti davanti alla Cina, e questo limiterebbe decisamente i movimenti della flotta cinese. Al contrario di ciò che afferma la propaganda di Pechino, la strategia espansionistica della Cina è in grave crisi per alcuni motivi che cercheremo di analizzare meglio. I due più importanti riguardano la mancata realizzazione del completo controllo dell'Oceano Pacifico, e il forte riarmo dei paesi asiatici rivali, che impedisce di attuare azioni militari senza rischiare gravissime perdite. Secondo l'ammiraglio Liu Huaqing, entro il 2010 la Cina avrebbe dovuto ottenere la supremazia e il controllo della prima catena di isole (composte da Giappone, Ryukyu, Taiwan, Filippine e Borneo), ed entro il 2020 della seconda catena (isole Marianne, Guam e Palau). Però è evidente che nonostante l'imponente crescita della flotta cinese, ciò non è avvenuto e i paesi asiatici rivali hanno continuato a mantenere il controllo dei propri territori, aumentando conseguentemente le forze a disposizione con un aumento degli investimenti nella Difesa. Questo è il caso del Giappone che spicca anche per la realizzazione di una A2/AD (Anti-Access/Area Denial) molto ampia e potente, che si estende dall'arcipelago delle Ryukyu fino all'isola di Kyushu. Normalmente questo tipo di difesa è chiamata "bolla", ma in questo frangente siamo in presenza di una "linea" di isole molto serrate e vicine, che sono collegate fra loro, e permettono quindi il passaggio di rinforzi, comprese le batterie di missili. Infatti, è la quantità di batterie di missili disposte su queste isole che ci consente di parlare con cognizione di termini di una difesa anti-intrusione giapponese, tanto da meritare di essere analizzata con maggiore precisione perché tutto ciò ha importanti implicazioni geopolitiche. 

In questo contesto sono innanzitutto determinanti le postazioni di sorveglianza e controllo, con un ruolo determinante per i radar. Infatti postazioni radar sono già stati dispiegati dalla JGSDF (Japan Ground Self-Defense Force) nelle isole di Yonaguni, Miyako, Ishigaki e Iriomote. Inoltre, il 28 marzo 2016 è stata inaugurata la nuova fondamentale base militare a Yonaguni, l'isola più remota del Giappone posta a sud-ovest, dotata di una stazione radar permanente presidiata da un contingente di 160 soldati della Coastal Observation Unit (Enkaikanshitai) della JGSDF, comandata dal tenente colonnello Daigo Shiomitsu. Con questo potente radar si estendono di oltre 370 km le capacità di sorveglianza marittima e aerea. Ricordiamo che a Yonaguni si trovano postazioni radar anche nelle località di Kubura e Sonai. A queste installazioni si aggiungono gli impianti radar più grandi che si trovano nelle basi militari della JASDF (Japan Air Self-Defense Force) a Okinoerabu, Kume, Yozadake e Miyako. La base di Okinoerabu ospita un radar J/FPS-7 aggiornato con funzioni antibalistiche in grado di intercettare i missili balistici, mentre a Kume c'è un radar aereo J/FPS-4, e sulla più distante isola di Miyako si trova un altro radar J/FPS-7 con le stesse capacità antibalistiche, e infine a Yozadake sull'isola di Okinawa è installato un J/FPS-5C, fra i più moderni e potenti impianti radar, anch'esso dotato di funzioni per l'intercettazione dei missili balistici. Quindi il dispositivo di controllo radar impiegato nelle isole meridionali giapponesi è molto esteso e potente, ma anche decisamente aggiornato e raffinato, e costituisce un formidabile ostacolo che impedisce l'effetto sorpresa di un attacco, e inoltre rappresenta anche uno strumento fondamentale per coordinare una risposta efficace e un contrattacco determinante contro il nemico. Si noti che molti impianti radar sono posti su isole vicine, e ciò non significa che siano un inutile doppione, ma risponde all'esigenza di ridondanza in previsione di un possibile attacco, con la possibilità di avere più radar in funzione anche se qualcuno è stato colpito e distrutto.   

Con il Mid-Term Defense Program 2014-2018 si è provveduto a un consistente potenziamento delle difese A2/AD che possiamo vedere nei particolari, descrivendo i rafforzamenti esistenti, realizzati o in corso di completamento per ciascuna isola. Su Ishigaki è stato pianificato un aumento delle truppe della JGSDF fino a 600 soldati, ma soprattutto è stato realizzato lo schieramento dei missili antinave Mitsubishi Type 12 SSM con una gittata di 250 km, e in grado quindi di inibire l'accesso alle navi nemiche in prossimità delle isole contese, e inoltre a essi si aggiungono anche le batterie dei missili terra-aria Mitsubishi Type 03 Chu-SAM Kai in grado di abbattere aerei da combattimento supersonici, missili cruise, e anche missili balistici a medio raggio. Sull'isola di Miyako sono installate altre batterie di missili Type 12 e Type 03, e truppe della JGSDF che arriveranno a un massimo di 800 soldati. Anche sull'isola di Amami Oshima le difese sono state rafforzate nello stesso modo, con missili antinave e antiaereo, e 550 soldati. Infine c'è la più grande delle isole Ryukyu, la ben nota isola di Okinawa, dove si trova la base navale della JMSDF (Japan Maritime Self-Defense Force), adiacente alla US White Beach Naval Facility a Uruma, e l'aeroporto della base aerea di Naha. Per salvaguardare le strutture militari da un attacco missilistico a sorpresa l'isola è dotata di batterie di missile antibalistici PAC-3, ma a queste si aggiungono anche quelle dei missili antiaerei Type 03, utili per intercettare missili cruise e supersonici a quote più basse. In proposito ricordiamo che le batterie di PAC-3 sono state già disposte nelle isole di Ishigaki e Miyako, e nell'isola di Okinawa a Naha e Nanjo, ma essendo facilmente trasportabili via nave o aereo possono in poco tempo essere dispiegate in qualsiasi isola delle Ryukyu dotata di porto o aeroporto (in quest'ultimo caso sarebbero impiegati gli aerei cargo Kawasaki C-2 per il trasporto). 

La mobilità è appunto una delle caratteristiche fondamentale dell'interpretazione giappponese della A2/AD, perché riprende i principi esposti dalla dottrina del Dynamic Defense Plan ideata da Yosuke Isozaki, e sviluppo delle National Defense Program Guidelines del 2013. Già con le National Defense Program Guidelines del 2010 del governo di Naoto Kan si introduceva il concetto di Dynamic Defense Force (Doteki boei ryoku), ma è appunto con National Defense Program Guidelines del 2013, durante l'esecutivo di Shinzo Abe, che viene definito il concetto di Dynamic Joint Defense Force (Togo kido boei ryoku), versione estrema dell'idea di difesa mobile e interforze con l'impiego congiunto del potere aereo, navale e terrestre. Per raggiungere questi obiettivi le Forze di Autodifesa (Jieitai) hanno rivoluzionato i propri concetti operativi, e soprattutto hanno implementato nuovi armamenti innovativi. Innanzitutto si è provveduto alla realizzazione di un Transporter Erector Launcher (TEL) particolarmente agile e mobile, il Mitsubishi Omosowa, noto anche come Jusorin sharyo (autocarro pesante), ricavato dal carro recupero della JGSDF (Japan Ground Self-Defense Force) chiamato Jusorin kaishusha. Quest'ultimo è un veicolo ottenuto dalla collaborazione fra Mitsubishi e Kato Works, ed è derivato in particolare dal carro gru Kato Works KA-900 All Terrain Crane. L'Omosowa è lungo 11 m e largo 2,5 m, pesa 24,8 t, e può trasportare un carico di 15 t.  Ha una trazione integrale 8x8 che permette una eccezionale mobilità, potendo raggiungere una velocità massima di 100 km/h. Contemporaneamente si è realizzato anche il potenziamento dei missili antinave costieri e aerei, con il continuo miglioramento dei missili in dotazione. Attualmente si sta realizzando anche una nuova versione del già eccellente missile antinave costiero Type 12, chiamata Type 12 Kai (kai significa modificato) che dovrebbe vantare una gittata doppia, intorno a 300-400 km, ma secondo altre indicazioni dovrebbe superare anche 900 km. Ciò è sorprendente se si pensa che il Type 12 è già un miglioramento del Type 88, ancora in servizio. Comunque, già ora la combinazione dei missili Type 12 e del TEL Omosawa è decisamente micidiale. Infatti, le capacità del Type 12 sono notevoli, potendo essere programmato per effettuare manovre complesse, in modo da consentire l'arrivo simultaneo sul bersaglio da diverse direzioni e con differenti profili d'attacco. Inoltre offre una maggiore flessibilità d'impiego, potendo adottare traiettorie programmate con numerosi way-point. Il sistema di guida include un sistema di navigazione inerziale (INS), un sistema di guida GPS, e un radar per la fase terminale del volo. Il sistema GPS interviene nella fase mid-course, migliorando la precisione e permettendo una esatta conoscenza della topografia del terreno. Così è possibile che il lanciatore resti protetto dietro un'altura, ricevendo le coordinate del bersaglio dal centro di comando e controllo. In tal modo il missile compie una serie di manovre fra le colline, prima di attaccare le navi nemiche. Perciò il lancio può avvenire anche a grande distanza dal mare, nell'interno del territorio. Il missile è in grado di volare a un'altezza di soli 5 metri dal suolo e dalla superficie del mare, riducendo drasticamente la sua visibilità. L'arma è collegata tramite network a diverse piattaforme che possono selezionare e cambiare gli obiettivi anche durante il volo. L'Omosowa può vantare, nonostante le grandi dimensioni, una straordinaria maneggevolezza e mobilità, ed è impiegato come lanciatore non soltanto per i missili antinave Type 12, ma anche per i missili superficie-aria Type 03 Chu-SAM. Quest'arma sta subendo un ulteriore sviluppo con la versione Kai che sembrerebbe dotata di capacità superlative, ancora in gran parte coperte dal segreto (secondo alcune fonti la gittata supera 100 km). La prima versione del  Chu-SAM è costituita da un missile a stadio singolo dotato di un razzo a propellente solido, pesante 570 kg, e lungo 4,9 metri con ha un diametro di 32 cm. La velocità massima raggiunge Mach 2,5, mentre il raggio d'azione è superiore ai 50 km, con un'altitudine massima di 10 km. La struttura è apparentemente semplice con impennaggi cruciformi, ma soprattutto ha il vantaggio di utilizzare un ugello orientabile con spinta vettoriale (thrust vectoring noozle) che permette al missile una grande manovrabilità. Questa eccellente maneggevolezza unita alla buona autonomia lo rendono un'arma assolutamente temibile, con caratteristiche che lo pongono al vertice della categoria. Fra le peculiarità migliori del Chu-SAM spicca il sistema di guida, e in particolare il sofisticato network per l'acquisizione dei bersagli. Il missile viene guidato dal radar dell'unità a terra nella prima fase di volo (mid-course), oppure può usare i dati ricevuti da altri canali, successivamente quando è in prossimità del bersaglio utilizza il proprio radar. L'intercettazione avviene garantendo le massime prestazioni, e infatti il sistema può seguire tracciando simultaneamente 100 bersagli, e colpirne 12 contemporaneamente. Queste caratteristiche sono esaltate dalla versione evoluta Chu-SAM Kai che oltre ad aggiungere nuovi sensori e migliorare il radar, valorizza e potenzia i data link e i collegamenti network. Il missile può quindi utilizzare un data link che permette la comunicazione con gli aerei radar Boeing E-767 AWACS e Northrop Grumman E-2D Advanced Hawkeye, ma anche con i cacciatorpediniere dotati di sistema Aegis e le nuove fregate, così in grado di guidare l'arma direttamente sul bersaglio. 

La mobilità delle batterie di missili Type 12 e Type 03 è garantita dal trasporto aereo fornito dal cargo Kawasaki C-2, un aereoplano che può caricare anche i lanciatori M902 dei missili Patriot PAC-3, e ha fra le sue migliori caratteristiche la possibilità di atterrare su piste particolarmente brevi. Infatti il C-2 ha la capacità di atterrare e decollare in brevissimo spazio: con un carico minimo di 26 t può utilizzare una pista di soltanto 500 metri. Ciò significa che l'aereo può raggiungere e rifornire anche le isole più piccole e remote del Giappone. 

Come già detto, ma è bene ribadirlo, la preclusione degli stretti posizionati lungo l'arco dell'arcipelago delle isole Ryukyu ha enormi conseguenze strategiche, essendo un passaggio obbligatorio per le navi che uscendo dai porti cinesi volessero dirigersi a est verso l'Oceano Pacifico. Bloccando questi passaggi le navi resterebbero intrappolate nel Mar Cinese Orientale senza alcuna possibilità di fuga. Questo è il dilemma strategico della Repubblica Popolare Cinese, che non è ancora riuscita a risolvere, ed è anche la spiegazione della sua affannosa corsa al riarmo navale. Il Giappone e Taiwan, senza troppo clamore e proclami bellicosi, hanno rafforzato le proprie difese missilistiche con l'adozione di più avanzati e potenti missili antinave, ribaltando la situazione, e creando una crisi irreversibile difficile da risolvere per la Cina. 


L'ideologia e il caos

La crisi attuale sembrerebbe apparentemente aver spaccato il mondo in due blocchi contrapposti, da una parte le democrazie liberali e dall'altra le cosiddette autocrazie. In realtà la situazione è ben più complessa perché il mondo aveva già assunto un assetto multipolare, e attori importanti non possono essere schierati da una parte o dall'altra, perché hanno una propria storia e interessi divergenti. Per esempio, l'India si definisce fieramente come "paese non allineato", così come era stato espresso nella Conferenza di Bandung (18-24 aprile 1955), che fu un caposaldo di una visione politica decisamente differente. Oggi, con l'ascesa di altre potenze economiche e militari, questo quadro multipolare diventa sempre più determinante. Tuttavia riconoscere l'assetto multipolare del mondo non significa che si debba ignorare l'importanza di questo argomento ideologico che è fortemente sentito in paesi autoritari come la Russia e la Cina, e rappresenta quindi un punto di svolta. I due leader di questi paesi, Vladimir Putin e Xi Jinping, hanno ripetutamente spiegato che, secondo il loro punto di vista, l'Occidente sarebbe in una crisi irreversibile e un declino inarrestabile. Addirittura affermano che la democrazia liberale sarebbe un modello politico fallito, avendo mostrato le sue incapacità e contraddizioni, e una debolezza cronica rispetto ai sistemi politici autoritari con una forte leadership. Sostengono inoltre che è finito l'ordine mondiale creato al termine della Seconda guerra mondiale, guidato soprattutto dagli Stati Uniti, ed è destinato in breve tempo a essere sostituito da un nuovo ordine mondiale diretto da Russia e Cina. Ovviamente queste idee sono contestate duramente, anche in Giappone, perché la Cina a causa dei suoi estesi contenziosi territoriali sta destabilizzando l'Asia, mentre la Russia ha creato una crisi senza precedenti nel cuore dell'Europa, e quindi si può concludere senza timore di smentita che non si sta costituendo un nuovo ordine mondiale, ma piuttosto un "disordine mondiale". Siamo infatti in presenza di un caos sistemico che può soltanto peggiorare perché è anacronistico ritenere che si possa ricostituire un ordine basato sulla ricostruzione di antichi imperi come la Russia zarista oppure l'Impero Ming. Il Giappone ha poi un'altra motivazione ideologica per osteggiare questo "nuovo ordine mondiale", ed è la scelta di campo compiuta a favore dell'Occidente, da ormai quasi due secoli. Quando nel 1853 le navi del commodoro Matthew Perry arrivarono nella baia di Tokyo, imponendo con la forza al Giappone di aprire i propri porti alle navi straniere per permettere il commercio internazionale, le autorità politiche del paese si interrogarono sull'atteggiamento da assumere. I giapponesi iniziarono a studiare gli stranieri, inviarono alcune spedizioni all'estero, come l'ambasciata in Europa (1862) e la missione Iwakura (1871-1873), e si convinsero che le istituzioni feudali dell'Impero Giapponese erano arcaiche e inadeguate, e la modernità era inarrestabile oltre che desiderabile e auspicabile. Si pretende quindi che adesso il Giappone rinneghi la propria storia e la modernizzazione, rifiuti la democrazia e la libertà, conquistata faticosamente in due secoli, soltanto per compiacere i sogni di due leader che vogliono riportare indietro il tempo. Non c'è dubbio che davanti a questa prospettiva si opporrà non soltanto il governo nipponico, ma tutto l'intero popolo del Giappone. 



Il Giappone suona i tamburi di guerra

Articolo pubblicato dalla rivista "Panorama Difesa". Cfr. Cristiano Martorella, Il Giappone suona i tamburi di guerra, in "Panorama Difesa", n. 326, anno XXXII, gennaio 2014, pp. 70-75. 




Il Giappone suona i tamburi di guerra 

Le dichiarazioni dei leader politici e l'impressionante riarmo del paese del Sol Levante stanno rapidamente cambiando gli assetti e gli equilibri in Estremo Oriente. Il premier Shinzo Abe afferma che la nazione è pronta a combattere, dimostrando una determinazione che spaventa nemici e alleati. 

di Cristiano Martorella  


 

In una intervista al Wall Street Journal del 25 ottobre 2013, tanto significativa da lasciare il segno, il premier Shinzo Abe ha espresso l'intenzione del suo governo di affermare la propria leadership in maniera più assertiva. Il Giappone vorrebbe proporsi come garante della sicurezza in Asia e nel Pacifico ricorrendo a una revisione legislativa dell'impiego delle forze di autodifesa e in un maggior impegno e collaborazione con gli alleati. Fra gli obiettivi dei provvedimenti del governo giapponese vi è l'espansione del perimetro di potenziale operatività delle forze di autodifesa per consentire una cosiddetta "difesa collettiva" in aiuto alle forze armate amiche. I limiti imposti dalla legislazione sarebbero superati agevolmente, permettendo l'intervento anche in quei casi finora proibiti. Invece rimarrebbe ancora preclusa la possibilità di cambiare la Costituzione. La riforma dell'Articolo 9 della Costituzione, che priva il Giappone del diritto di belligeranza e della possibilità di dichiarare guerra per primo, rimarrebbe un traguardo ideale ma irraggiungibile. Infatti i cambiamenti costituzionali richiederebbero i 2/3 dei voti del Parlamento, perciò mancherebbero i voti di parte dell'opposizione, ma perfino di partiti della maggioranza come il New Komeito orientati su posizioni pacifiste. Tuttavia ciò non sembra un ostacolo all'impegno nipponico per la sicurezza che può essere svolto anche con normali provvedimenti legislativi. 

Shinzo Abe ha detto che "ci si attende dal Giappone una leadership non solo sul fronte economico, ma anche nel campo della sicurezza nell'area asiatica". Soprattutto il Giappone dovrebbe opporsi ai piani della Cina che vorrebbe sovvertire l'attuale ordine e geografia con l'uso della forza. Le intenzioni presunte della Repubblica Popolare Cinese si deducono dalle dichiarazioni e dalle azioni aggressive che in questi anni hanno assunto dimensioni preoccupanti. 

Nel suo discorso al XVIII Congresso del Partito Comunista Cinese, l'8 novembre 2012, il segretario Hu Jintao affermò che la potenza militare della Cina doveva diventare egemone e controllare l'intero Mar Cinese. Fu un segnale di una offensiva politica e militare che allarmò i paesi limitrofi. Il cambiamento della dirigenza cinese non ha migliorato la situazione, anzi sembra aver esasperato le tensioni, e il presidente Xi Jinping  e il premier Li Keqiang non hanno dimostrato nessuna apertura e concessione. La Cina ha numerosi contenziosi territoriali che spesso risolve con l'occupazione militare, come nel caso del Tibet invaso nel 1951, oppure con dispute sfociate in guerre come lo scontro con l'India nel 1962 per le regioni di Ladakh e dell'Arunachal Pradesh. La Repubblica Popolare Cinese ha dimostrato di non temere nessun avversario, e nel 1969 sfidò perfino l'Unione Sovietica in un breve conflitto che coinvolse i territori contesi presso i fiumi Amur e Ussuri. 


La disputa per le isole  

La Cina rivendica la sovranità di molte isole nei mari dell'Estremo Oriente. Le più importanti sono le isole Spratly, Pratas, Paracel, Scarborough, Ieodo e Senkaku, senza dimenticare l'isola di Taiwan che è uno stato indipendente dal 1949,  ma viene ritenuta ancora una provincia ribelle da assoggettare. Anche se la maggioranza di queste isole sono minuscole e spesso quasi inabitabili, hanno comunque un'importanza geostrategica notevole permettendo di controllare le rotte e la navigazione in zone cruciali. 

Lo scontro per queste isole si è infiammato con la disputa per le Senkaku, quando il 15 agosto 2012 alcuni attivisti cinesi erano sbarcati a Uotsuri, la più grande delle isole Senkaku controllate dai giapponesi. I manifestanti furono arrestati dalla polizia e rimpatriati senza alcun danno o incidente. Tuttavia il governo del democratico Yoshihiko Noda, a capo di una coalizione di centrosinistra, gestì maldestramente la situazione. Per evitarne l'acquisto da parte dell'ultranazionalista Shintaro Ishihara (celebre scrittore amico di Yukio Mishima e governatore di Tokyo per molti anni), il governo comprò, l'11 settembre 2012, tre delle cinque isole dalla famiglia Kurihara, legittima proprietaria dei territori contesi. Ciò scatenò le ire dei cinesi. L'operazione fu considerata in Cina come una nazionalizzazione delle isole, provocando violente proteste e manifestazioni antinipponiche, con gravi devastazioni e atti di vandalismo contro le proprietà e le aziende giapponesi. La reazione fu sproporzionata e aggravata da un nazionalismo parossistico spesso sfruttato anche dalla classe politica per consolidare il consenso nei confronti del governo. 

Dal punto di vista storico, nessuno può reclamare con certezza il possesso delle Senkaku che nell'antichità sono state sempre disabitate e marginali. Le isole distano 160 km da Ishigaki che fa parte delle Sakishima (anche dette Yaeyama) del più grande arcipelago delle Ryukyu. Le Senkaku divennero un territorio sfruttato economicamente soltanto dopo l'occupazione giapponese di Taiwan nel 1895. Una azienda vi installò una fabbrica per la lavorazione del pesce dal 1900 al 1940, poi ritornarono disabitate. Formalmente e dal punto di vista legale, le isole Senkaku passarono sotto l'amministrazione giapponese, insieme alle isole Ryukyu, il 15 maggio 1972, con la consegna da parte degli Stati Uniti che le controllavano dal 1945.  

Considerando la posizione geografica, le isole Senkaku (chiamate Diaoyu dai cinesi) dovrebbero essere sottoposte a una gestione condivisa fra Giappone, Taiwan e Repubblica Popolare Cinese, ma la rigidità delle reciproche posizioni ha provocato la rottura di ogni accordo, arrivando a un aspro e violento scontro. 

Gli osservatori più equilibrati e onesti ritengono che alcune isole minuscole e disabitate nel Mar Cinese non possano essere attribuite alla sovranità di una nazione in particolare, ma dovrebbero essere gestite congiuntamente anche attraverso la mediazione della Asean (Association of South-East Asian Nations). Purtroppo si sta affrontando la questione con un pericoloso confronto fra nazioni che ricorda la rivalità bellicosa fra le potenze imperiali del XIX secolo, riportandoci indietro nel tempo a ritroso per centinaia di anni. 

La tensione si è ulteriormente aggravata con l'estensione dello spazio di difesa aerea unilateralmente decisa dalla Cina, e annunciata il 23 novembre 2013 con un minaccioso comunicato che avvertiva del rischio di abbattimento per i velivoli trasgressori. Lo spazio aereo cinese si sovrappone adesso a quelli di Corea del Sud, Giappone e altri paesi della regione.         

  

La preparazione militare del Giappone 

La Cina è senza dubbio un gigante economico e una potenza militare ragguardevole, tuttavia il Giappone non può essere sottovalutato, anzi ha molti punti a suo favore. Il Giappone è comunque la terza potenza economia mondiale, e può vantare un'industria tecnologicamente avanzata e all'avanguardia, capace di competere nei settori più innovativi. La Cina, invece, è ancora dipendente dal trasferimento di tecnologie russe (ex sovietiche), e nonostante stia decisamente superando questo limite, subisce un ritardo significativo. I governi cinesi hanno investito enormi risorse nella ricerca scientifica e tecnologica, ma le difficoltà hanno origine anche nelle strutture burocratiche e politiche. 

Le forze armate e il loro impiego, in questi due paesi, risentono quindi dell'influsso delle condizioni socio-economiche, politiche e culturali, senza trascurare anche quel fattore morale e psicologico altamente considerato da Karl von Clausewitz. 

Il Giappone ha deciso di svoltare a favore di un consistente riarmo con la vittoria del centrodestra alle elezioni del 16 dicembre 2012. Il capo del Partito Liberaldemocratico (Jiyuminshuto), Shinzo Abe, aveva interpretato il ruolo del leader capace di risvegliare l'orgoglio della nazione e in grado di suscitare rispetto e ammirazione per le forze di autodifesa. Per indicare questa svolta, Abe ha usato più volte l'argomento della modifica della Costituzione, spesso con fini puramente propagandistici considerando anche l'influenza del Partito della Restaurazione (Ishin no kai) di Toru Hashimoto e Shintaro Ishihara. 

Il nazionalismo giapponese ha registrato così  un revival, spesso amplificato dalla stampa internazionale che paventava un ritorno al passato militarista e autoritario, esprimendo un timore forse esagerato. Infatti le posizioni più estreme degli ultranazionalisti sono condivise soltanto da una minoranza esigua, e trovano sempre l'opposizione e la critica della maggioranza dei moderati. 

Comunque, nonostante le critiche, il governo giapponese ha provveduto a un potenziamento dell'apparato militare consolidando i programmi e garantendo le risorse. Shinzo Abe annunciò, nel gennaio 2013, la decisione di aumentare il budget della Difesa di 100 miliardi di yen, ovvero del 2% su una spesa complessiva di 4700 miliardi di yen (equivalenti in quel momento a 41 miliardi di euro). Questo aumento, pur non essendo enorme, è comunque il più importante e consistente nell'ultima decade, e indica una tendenza verso il riarmo intrapresa con decisione. Inoltre, il Giappone si situa così intorno al sesto posto circa per le spese militari con un dato rilevante che non può essere ignorato. 

La qualità degli armamenti del paese del Sol Levante risulta eccellente per molti aspetti, e sta conoscendo un significativo ammodernamento. La forza di autodifesa aerea (JASDF, in giapponese Koku jieitai) sarà dotata a breve del cacciabombardiere stealth Lockheed Martin F-35 Lightning II, il più avanzato velivolo di quinta generazione attualmente disponibile. Intanto, pur nella consueta e tradizionale riservatezza nipponica, procede il programma di un intercettore per la superiorità aerea prodotto localmente. Il nuovo aereo dovrebbe essere denominato F-3, e sarebbe costruito da Mitsubishi con la collaborazione di Ishikawajima Harima per la fornitura dei propulsori. Un dimostratore tecnologico, il Mitsubishi ATD-X Shinshin, è stato costruito per valutare la fattibilità del progetto. 

La Forza di Autodifesa Terrestre (JGSDF, in giapponese Rikujo jieitai) sta adottando nuovi mezzi che ne miglioreranno notevolmente le capacità di impiego. Il carro armato Type 10 (in giapponese Hitomaru shiki sensha) è già entrato in servizio nel gennaio 2012, e altri esemplari sono in fase di acquisizione. Il potente mezzo è dotato di un formidabile cannone L44 da 120 mm prodotto da Japan Steel Works Ltd., e può vantare le migliori capacità C4I (command, control, communications, computers and intelligence) grazie all'avanzatissima tecnologia elettronica. 

Un altro veicolo in fase di sviluppo è il 105 mm MCV (Maneuver Combat Vehicle), in giapponese Kidosentosha, un blindato 8x8 molto simile all'italiano Centauro. Le caratteristiche del veicolo consentono grande mobilità e facilità di trasporto con la possibilità di essere caricato anche su un aereo cargo Kawasaki C-2. 

La Marina giapponese, ovvero la Forza di Autodifesa Marittima (JMSDF, in giapponese Kaijo jieitai), è fra le più consistenti e attrezzate al mondo, con circa 50 grandi unità da combattimento, fra cui 38 DD (caccia di squadra) e DE (caccia di scorta o fregate), 8 DDG (grossi caccia lanciamissili), 2 DDH (caccia portaeromobili) e 3 LST (navi anfibie). Le unità più importanti sono i 6 cacciatorpediniere dotati di sistema AEGIS, derivati dagli Arleigh Burke della US Navy. Queste navi appartengono a due classi, la prima composta da DDG-173 Kongo, DDG-174 Kirishima, DDG-175 Myoko, DDG-176 Chokai, e la seconda da DDG-177 Atago e DDG-178 Ashigara. I cacciatorpediniere della classe Atago sono stati migliorati e ingranditi fino a 170 m di lunghezza, con un dislocamento superiore alle 10.000 t. L'arma principale è il missile Raytheon RIM-161 Standard SM-3 specializzato contro i missili balistici. Anche i cacciatorpediniere più piccoli possono vantare elettronica avanzatissima e armamenti temibili, come la classe Akizuki e Takanami dotate dei missili antiaereo e contro i missili antinave Raytheon RIM-162 Evolved Sea Sparrow. Recentemente è stata varata anche la DDH-183 Izumo, la prima di due unità portaeromobili da 27.000 t a pieno carico e lunga 248 m, che segna un ulteriore salto di qualità.    

    

Lo scenario futuro 

Un fenomeno che dovrebbe essere considerato attentamente, è il modo in cui sta cambiando la percezione nell'opinione pubblica della questione del riarmo del Giappone che ormai è avvertito come un'esigenza improcrastinabile. Anche nella cultura popolare giapponese, le forze armate stanno riscoprendo una rivalutazione e un apprezzamento considerevole, come dimostra la recente serie d'animazione intitolata Arpeggio of Blue Steel (Aoki Hagane no Arupejio), una storia fantascientifica che esalta il ruolo e l'importanza dei militari in un contesto di minacce di invasione. 

La sicurezza non può essere ritenuta semplicemente come un argomento di propaganda da usare in campagna elettorale, ma ha bisogno di una prospettiva certa  e di risposte concrete. Nel prossimo futuro le forze armate giapponesi, si chiamino ancora Forze di Autodifesa oppure Esercito Nazionale, saranno sicuramente rafforzate e ammodernate. Indipendentemente dallo schieramento politico al governo, diverranno un simbolo riconoscibile dell'affermazione del paese del Sol Levante nel XXI secolo, e ciò comporterà anche una più forte responsabilità nei confronti della comunità internazionale. Ciò che le autorità politiche cinesi sembrano non aver compreso, è come il loro atteggiamento intransigente e aggressivo stia accelerando il processo di riorganizzazione e riarmo delle forze armate giapponesi. Si ritiene di poter terrorizzare e scoraggiare i propri avversari semplicemente minacciando la guerra, tuttavia non si capisce che il popolo giapponese possiede virtù guerriere e capacità di abnegazione che sarebbe meglio non mettere alla prova. Il teorico dell'arte della guerra Sunzi (meglio noto come Sun Tzu) scriveva che chi non conosce il proprio avversario è destinato alla sconfitta. Evidentemente questo è un caso nel quale si applica alla perfezione la celebre massima del saggio orientale. 

Alcuni analisti escludono la possibilità che uno scontro fra Cina e Giappone possa tramutarsi in una guerra di ampie dimensioni, e ricordano correttamente che un simile conflitto sarebbe irrazionale perché avrebbe conseguenze drammaticamente dannose per le attività commerciali della Cina che vedrebbe le rotte marittime bloccate. Purtroppo i sociologi, come Vilfredo Pareto, hanno spiegato che i comportamenti umani sono raramente guidati dalla razionalità, e spesso si giustificano istinti e sentimenti con false argomentazioni logiche. I cinesi hanno costruito un'immagine del proprio paese come una superpotenza in crescita inarrestabile e invincibile, dotata di una forza militare superiore agli avversari, e credono di poter imporre senza intralci l'egemonia sull'intero globo. Purtroppo il Giappone è un ostacolo temibile per le loro ambizioni, e il "sogno cinese" potrebbe essere bruscamente interrotto.  

  

          

  

          

        

 

 


        


La crisi del multilateralismo

Articolo pubblicato dalla rivista "Panorama Difesa". Cfr. Cristiano Martorella, La crisi del multilateralismo, in "Panorama Difesa", n. 426, anno XLI, febbraio 2023, pp. 70-75. 



La crisi del multilateralismo 

Una riflessione sulla situazione politica internazionale si rivela necessaria alla luce dell'emergenza provocata dai conflitti che stanno deteriorando le relazioni fra Stati e compromettendo la stabilità mondiale. 

di Cristiano Martorella 


Frequentemente si utilizza l'idea di multilateralismo come proposta per risolvere tutti i problemi dei conflitti fra nazioni, ma si trascura un'analisi della realtà che mostra chiaramente come questa prospettiva sia in profonda crisi a causa di una situazione molto complessa. Innanzitutto bisogna chiarire definitivamente cosa si intenda con il termine multilateralismo, perché questa parola è sempre più utilizzata, ma rischia di diventare abusata e priva del suo autentico significato. Precisamente con il termine multilateralismo si definisce l'atteggiamento e il comportamento coordinato di più Stati che assumono politiche comuni e concordate per realizzare accordi internazionali e collaborazioni negli ambiti commerciali, del diritto e della sicurezza. Questa cooperazione internazionale si oppone all'unilateralismo delle potenze che cercano di imporre con la forza le proprie decisioni, oppure al bilateralismo che prevede un accordo soltanto fra due potenze, ignorando le esigenze degli altri Stati. Il multilateralismo si presenta quindi come la possibilità per l'attuazioni di azioni comuni mediante la creazione di codici di comportamento, regole, norme e istituzioni che dovrebbero avere poteri gestionali e decisionali al fine di concretizzare gli accordi. Ciò garantirebbe una diminuzione della conflittualità fra Stati, e la risoluzione pacifica delle controversie. Purtroppo l'inizio del XXI secolo ha visto l'emergere di nuove teorie politiche come il sovranismo, praticamente antitetiche e opposte al multilateralismo, e soprattutto il ritorno violento della politica di potenza, che induce gli Stati a impegnarsi anche in scontri militari per affermare le proprie pretese. Alla luce di questa situazione bisogna innanzitutto comprendere le cause della condizione caotica nella quale si trova il mondo, e interpretare differentemente il multilateralismo senza peccare di quella ingenuità che lo considera facilmente come risolutivo per ogni conflitto. 


Il mondo senza centro

Le origini dell'attuale situazione è da ricercare nel cambiamento del contesto internazionale avvenuto in questi anni, e in particolare al fatto che è venuto meno il sistema di governance mondiale creato dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Questo sistema era stato organizzato grazie alla straordinaria potenza economica degli Stati Uniti, che aveva consentito di stabilire regole e istituzioni valide in tutto il pianeta, e ciò avvenne attraverso gli accordi di Bretton Woods e del GAAT (General Agreement on Tarifs and Trade). Entrambi questi trattati furono fondamentali perché gettarono le basi dello sviluppo del libero mercato nell'ottica dell'economia capitalistica e delle democrazie liberali. Inoltre bisogna rimarcare che questi accordi internazionali furono una brillante applicazione del multilateralismo, e sono stati un grande successo nel dopoguerra che ha portato a una prosperità mai conosciuta prima nel mondo. Questo sistema è praticamente collassato all'inizio del XXI secolo, quando i processi di globalizzazione portarono a far emergere altre potenze economiche, spesso non allineate con i valori e gli interessi dell'Occidente. Il caso più emblematico è rappresentato dalla Repubblica Popolare Cinese, che approfittando delle contraddizioni della globalizzazione, ha imposto un proprio modello economico antitetico a quello occidentale, e potenzialmente pericoloso e distruttivo. Attraverso una concorrenza sleale che ignora completamente il rispetto dei brevetti e del diritto d'autore, e soprattutto non applica nessuna legge per tutelare i diritti dei lavoratori, ha totalmente inondato i mercati occidentali con merci prodotte a basso costo, sfruttando una manodopera in condizioni semi-schiavistiche, e violando palesemente brevetti, marchi e regole sul commercio. Ciò ha comportato anche un abbassamento dei salari nei paesi occidentali, provocato da una concorrenza che insegue irrazionalmente la diminuzione dei costi di produzione a discapito dei lavoratori e della qualità. Dal punto di vista militare, l'emergere di nuove potenze ha determinato la crescita di una molteplicità di attori, sia regionali che mondiali, spesso con interessi conflittuali, e difficilmente definiti e organizzati in schieramenti precisi. Diversamente dal periodo della Guerra Fredda (1947-1991) non si può parlare di due fronti contrapposti, anche se questa retorica è ancora molto utilizzata. Si pensi per esempio all'India, che è un partner commerciale e un importante acquirente di sistemi d'arma dalla Russia, ma anche il più ostile degli avversari della Cina, che a sua volta ostenta la sua amicizia con la Russia. Oppure si pensi alla Turchia, che pur essendo un membro della NATO, ha spesso atteggiamenti antioccidentali. Inoltre ci sono nuove potenze militari, come il Giappone, che cercano di definire un loro ruolo regionale, ostacolando i progetti egemonici della Cina. Questa complessità merita una terminologia precisa, ed è perciò utile chiamare tale pluralismo di attori con il nome di multipolarismo caotico, che descrive bene la molteplicità ma anche la confusione della situazione in cui ci troviamo. Il multipolarismo caotico è una fotografia della condizione attuale, non è una proposta per risovere i problemi bensì uno strumento d'analisi, e come ogni processo scientifico si fonda innanzitutto sull'osservazione dei fenomeni. Ciò può permettere di comprendere meglio gli eventi, studiarli e analizzarli, e soltanto dopo trarre delle conclusioni e prendere delle decisioni. In conclusione, possiamo affermare che il mondo contemporaneo è divenuto un "mondo senza centro", dove non esiste più un ordine mondiale precostituito e non c'è un unico centro decisivo, e può quindi spesso soggiacere al caos, all'imprevedibilità, e all'incomprensione. 


La deterrenza 

Dopo il 24 febbraio 2022, è emerso con più chiarezza ciò che alcuni esperti affermavano da tempo, ovvero la crisi dell'idea di deterrenza nucleare. Infatti, quella data segnò non soltanto l'inizio dell'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, ma attraverso un minaccioso e inquietante discorso di Vladimir Putin anche l'intimidazione dell'impiego delle armi atomiche. Fino ad allora si era ritenuto che l'impiego di armi nucleari fosse inibito dalla minaccia dell'uso reciproco, e quindi dalla distruzione di entrambi i contendenti, ma con l'idea di una dottrina russa per l'impiego delle bombe atomiche tattiche, questa prospettiva è svanita ed è stata sostituita da un atteggiamento cinico e spegiudicato che ignora volutamente i rischi. Dobbiamo considerare che questo cambiamento è stato provocato essenzialmente dal contesto internazionale attuale, dove si osserva il passaggio dal bipolarismo delle due superpotenze, tipico della Guerra Fredda, al multipolarismo caotico contraddistinto da una notevole instabilità. Questo comporta anche gravi implicazioni nell'equilibrio, che non è più tale, fra potenze. Durante la Guerra Fredda l'equilibrio era garantito dal MAD (Mutual Assured Destruction), ovvero la distruzione reciproca assicurata che impediva l'escalation del conflitto, e si basava sulla speranza che nessuno avrebbe scatenato uno scontro dall'esito terrificante. A questo quadro si applica brillantemente la teoria dei giochi del matematico John Nash, con la quale si evidenzia come i giocatori cooperino per mantenere l'equilibrio. Durante la Guerra Fredda sia l'Unione Sovietica sia gli Stati Uniti ebbero un atteggiamento razionale e improntato alla ricerca di un equilibrio. Questa era quindi la caratteristica della Guerra Fredda, con giocatori razionali che cooperavano per mantenere l'equilibrio, mentre l'attuale sistema multipolare vede anche la presenza di giocatori potenzialmente irrazionali (o ritenuti tali) che non cooperano per mantenere un equilibrio, ma agiscono al contrario per sovvertirlo. A tale scenario si possono applicare le teorie dell'economista Richard Thaler, il quale ha studiato le devianze dal comportamento razionale nei mercati. In un simile contesto, la deterrenza non è più basata sulla minaccia della distruzione dell'avversario, ma si fonda sulla possibilità concreta di impedirgli di attaccare, agendo sulle capacità di bloccare ogni sua mossa. La differenza più evidente è che la Guerra Fredda era concepita sulla base di una teoria statica basata sull'equilibrio, mentre nell'attuale scenario c'è bisogno di una teoria dinamica basata sulla creazione delle condizioni per impedire e prevenire le azioni del nemico. Questa teoria trova la propria concretizzazione nei moderni sistemi antimissile, e l'accelerazione del loro sviluppo è la prova della crescente importanza del cambiamento concettuale della strategia militare contemporanea. Lo scudo antimissile non è soltanto un sistema d'arma, ma riveste dunque una importanza strategica, e infine è alla base dell'attuale concezione dell'instabiltà, a cui si può rispondere soltanto con una teoria dinamica della prevenzione dell'azione del nemico. In conclusione, si deve passare da una "deterrenza punitiva" (deterrence by punishment) a una "deterrenza per negazione" (deterrence by denial), basata sui più evoluti sistemi antimissile. 


Il dominio della complessità

Riconoscere la complessità della situazione non significa rinunciare a porre rimedio ai grandi squilibri che si sono creati, e infatti è appunto la teoria del caos a insegnarci che i sistemi complessi hanno una tendenza ad autorganizzarsi raggiungendo un equilibrio, e questo vale quindi anche nel caso dei rapporti fra potenze nel contesto geopolitico. 

Purtroppo ciò può avvenire soltanto nel lungo periodo, ed è probabile che per trovare questo equilibrio si debbe affrontare una fase di shock, e anche se non si può negare che il conflitto russo-ucraino sia stato un evento traumatico per la diplomazia internazionale, ci sono altre crisi potenzialmente esplosive. Ci riferiamo alla preoccupante minaccia della Corea del Nord, che è un regime fanatico totalmente fuori controllo, all'incognita del radicalismo religioso dell'Iran, alle ambizioni espansionistiche della Cina che preme sull'integrità territoriale dei paesi vicini, alla rivalità sempre più ostile fra l'India, che è una grande potenza economica e militare emergente, e la Cina che vorrebbe contrastarla. Paradossalmente l'organizzazione multilaterale più grande e importante è l'alleanza militare della NATO (North Atlantic Treaty Organization) che costituisce con i suoi numerosi paesi membri, fra i quali le più forti potenze mondiali, un'eccellenza senza pari, in grado di mantenere con la propria deterrenza la pace più duratura e intervenire nei conflitti per porvi fine e determinarne l'esito. Quindi bisogna riconoscere che la NATO ha un immenso potere, ma soprattutto ha la capacità di riunire un gran numero di paesi che collaborano per il mantenimento della stabilità, e per stringere rapporti internazionali approfonditi e di mutua cooperazione. Non sorprende dunque che la propaganda russa abbia preso di mira la NATO con una campagna diffamatoria senza precedenti, e arrivando a sostenere addirittura che la responsabilità della guerra in Ucraina sia imputabile unicamente all'Occidente e al Patto Atlantico. Critiche pretestuose alla NATO provengono anche dalla Cina che l'accusa di destabilizzare il mondo, mentre le rivendicazioni territoriali di Pechino sono in realtà causa di un conflitto decisamente più concreto in Asia. La Russia e la Cina attaccano la NATO perché la temono, e sanno benissimo che finché esisterà i loro progetti egemonici saranno irrealizzabili, ed è questa motivazione che infine ci spiega come uscire fuori dalla crisi del multilateralismo. Finché esisteranno regimi autoritari che vogliono imporre il loro dominio, non ci sarà alcuna possibilità di stabilire rapporti paritari fra le nazioni, ed è quindi interesse dei paesi democratici coalizzarsi per favorire lo smantellamento di ogni forma di dittatura. 







 


Free and Open Indo-Pacific Strategy

Articolo pubblicato dalla rivista "Panorama Difesa". 

Cfr. Cristiano Martorella, La FOIP e le mire egemoniche cinesi, in "Panorama Difesa", n. 397, anno XXXVIII, giugno 2020, pp. 58-69.  




La FOIP e le mire egemoniche cinesi 

La "Free and Open Indo-Pacific Strategy" è una efficace risposta al progetto geopolitico della "Nuova Via della Seta", e potrebbe essere una credibile alternativa capace di contrastare le ambizioni egemoniche cinesi.  

di Cristiano Martorella 


Il concetto di Free and Open Indo-Pacific Strategy fu esposto per la prima volta dal premier giapponese Shinzo Abe nell'agosto 2016, durante la Tokyo International Conference on African Development (TICAD) svoltasi in Kenya, e prevede la realizzazione di una maggiore integrazione fra le economie africane e asiatiche nella regione che va dall'Oceno Pacifico all'Oceano Indiano. Il progetto ha trovato l'immediato sostegno di Stati Uniti, India e Australia, e costituisce un evidente tentativo per contrastare la Belt and Road Initiative (meglio conosciuta come "Nuova Via della Seta") proposta dalla Cina nel 2013. Il concetto alla base della Free Open Indo-Pacific (FOIP) si distingue per una maggiore enfasi posta sui valori democratici, sulla trasparenza e sulla sostenibilità dei progetti, e l'impiego di massicci investimenti infrastrutturali che coinvolgano anche la manodopera locale (a differenza di ciò che accade con i progetti cinesi). Ovviamente i risvolti militari saranno enormi, perché si prevede di garantire la libertà di navigazione e la circolazione delle merci in un'immensa regione del mondo, dove già adesso esistono molti contenziosi territoriali (la maggior parte provocate dalle irrisolte rivendicazioni cinesi). I sostenitori della strategia sono innanzitutto i paesi che costituiscono il cosiddetto Quad (formalmente noto come Quadrilateral Security Dialogue), ovvero Stati Uniti, Giappone, Australia e India, che rappresentano il nocciolo duro del progetto, a cui si prevede l'adesione di numerose nazioni del Sud-Est Asiatico come Filippine, Thailandia, Vietnam, Singapore e Indonesia. Le implicazioni di questa strategia sono davvero importanti e complesse, e meritano senza dubbio un'analisi particolare. 


L'importanza della "Nuova Via della Seta"

Prima di affrontare un'analisi della Free Open Indo-Pacific (FOIP) è però necessario inquadrare correttamente e approfonditamente il significato della "Nuova Via della Seta", a cui si oppone non soltanto come sistema di infrastrutture, ma anche  ideologicamente. In proposito è utile ricordare come l'economia sia innanzitutto considerata dai cinesi come un fattore competitivo di straordinario valore militare, e venga inquadrata nell'ambito di una concezione multidimensionale della guerra. Fra gli strateghi che hanno messo in risalto tale aspetto, meritano di essere citati Wang Xiangsui e Qiao Liang, autori del libro Guerra senza limiti, scritto nel 1999, in cui si sosteneva la necessità per la Cina di affrontare gli Stati Uniti in una guerra non convenzionale, sfruttando l'economia, manipolando la finanza e ottenendo il controllo dei media. Questo approccio è molto radicato nel pensiero cinese, e può essere rintracciato nella tradizione, a partire dal classico L'arte della guerra di Sun Tzu, ma soprattutto con I metodi si Sima (Sima Fa), dove si ribadisce come la guerra sia uno strumento di governo, che il potere derivi dall'autorità, e che ogni mezzo sia lecito per mantenerlo. Ciò si ricollega anche al pensiero della Scuola del Legalismo (Fajia), che fu più importante perfino del pensiero di Confucio, e affermava la sua concezione politica secondo la quale la supremazia dello stato sull'individuo deve essere assoluta, ed è da perseguire con qualsiasi mezzo e metodo. 

Questa prospettiva è stata ripresa nei nostri tempi, secondo i precetti della guerra asimmetrica e non convenzionale, ed è stata riproposta nel progetto della cosiddetta "Nuova Via della Seta", ufficialmente definita come Belt and Road Initiative. Il piano è nato da una proposta di Wang Jisi, preside della Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Pechino, che nel 2012 suggerì sulle pagine del Global Times di "orientare a ovest" lo sforzo diplomatico ed economico della Cina, creando collegamenti più forti con l'Africa, il Medio Oriente e l'Europa. Il progetto fu poi presentato ufficialmente dal presidente Xi Jinping nel settembre 2013, e divenne noto come Belt and Road Initiative (anche conosciuto come One Belt One Road, in cinese Yi dai yi lu). La Cina intende così costruire nuove infrastrutture (porti, ferrovie e strade) per sfruttare le risorse energetiche e minerarie dell'Africa e del Medio Oriente, e incrementare le esportazioni verso l'Europa. Per fare ciò sono state individuate due strade, la prima costituita da una strada terrestre, e la seconda rappresentata dalle rotte marittime. Inoltre si vuole ottenere il controllo completo del sistema logistico, dei mezzi di trasporto e comunicazione, affermando così la propria supremazia assoluta. Tuttavia gli accordi commerciali presentati come estremamente vantaggiosi per i partner, sono soltanto utili per conseguire i progetti della Cina, e nascondono anche obiettivi militari come la creazione di nuove basi militari all'estero, e soprattutto di porti in grado di ospitare le navi da guerra, oltre che nel Sud-Est Asiatico e nell'Oceano Indiano, anche nel Mediterraneo. 

L'intero progetto riprende infatti le teorie di due classici della geopolitica, ovvero Halford Mackinder (1861-1947) e Nicholas Spykman (1893-1943). Secondo il geografo inglese Mackinder, esisterebbe un perno geografico del mondo che se controllato permetterebbe di governare l'intero pianeta, mentre il professore di relazioni internazionali Spykman sosteneva che l'area determinante di questo dominio sarebbe rappresentata invece dai mari circostanti ai continenti. Le due terorie sono quindi riassunte dai concetti di Heartland per Mackinder e Rimland per Spykman. Ebbene, la Belt and Road Initiative costituisce un modo per coniugare entrambe le teorie geopolitiche perché intende esercitare un serrato controllo sul continente attraverso la strada terrestre, e un dominio sui mari tramite le rotte marittime commerciali. Ovviamente, con il pretesto di garantire la sicurezza delle infrastrutture, ogni presidio sarebbe rapidamente tramutato in una base militare o un avamposto pesantemente occupato dalle forze militari cinesi. Unendo le teorie di Mackinder e Spykman, si mostra chiaramente che l'obiettivo è ottenere il controllo totale del mondo, potendo così gestire la più grande area del pianeta costituita da Europa, Asia e Africa.  


Una economia predatoria 

Quando nel 2001 fu deciso di ammettere la Cina nel WTO (World Trade Organization), si pensò da parte occidentale di poter approfittare del potenziale mercato interno del paese asiatico, così da fornire un enorme accesso per le merci delle multinazionali americane ed europee. Al contrario, questa convinzione si è poi rivelata una clamorosa ingenuità, che già a suo tempo fu denunciata dall'economista Haruhiko Kuroda, attualmente governatore della Banca del Giappone. In realtà, la Cina ha approfittato delle contraddizioni della globalizzazione, sfruttando la mancanza di regole, il mercato selvaggio, e la tendenza a calpestare i diritti dei lavoratori. In poco tempo, ha copiato tutti i prodotti occidentali, riversando sul mercato mondiale imitazioni a basso costo, realizzate ovviamente tramite condizioni di lavoro semischiavistiche, e ha eliminato ogni concorrenza attraverso pratiche scorrette (e palesemente illegali nei paesi occidentali). Questo fenomeno storico ha permesso agli studiosi di definire l'attività commerciale cinese come "economia predatoria", perché basata su attività illecite come la copia dei brevetti, il dumping (vendita di prodotti a prezzi inferiori per eliminare la concorrenza), e lo sfruttamento di manodopera a basso costo, con l'obiettivo finale di eliminare i concorrenti dal mercato, e di impossessarsi di interi settori commerciali. Ciò sta avvenendo anche per quanto riguarda la "Nuova Via della Seta", come dimostrato dal caso eclatante dello Sri Lanka, che è divenuto a suo discapito una vittima esemplare del comportamento cinese. Infatti, il porto di Hambantota in Sri Lanka è stato costruito da aziende cinesi, ma le esose richieste di pagamento hanno creato un debito inesegibile, e nel 2017 i cinesi si sono impossessati del porto ottenendone la concessione per 99 anni. Questo comportamento merita a pieno titolo la definizione di "economia predatoria", e non è certo l'unico caso di una condotta che è talmente diffusa da aver creato una pessima fama ai cinesi in Asia, ormai considerati perfidi approfittatori. Inoltre, dimostra che ai cinesi non interessa affatto la crescita economica dei partner, anzi al contrario, si persegue il loro indebolimento per meglio controllarli, e applicare il proprio sharp power (potere di influenza e manipolazione). Anche per contrastare questi comportamenti è stata ideata la Free and Open Indo-Pacific Strategy, che intende fornire finanziamenti trasparenti, senza un indebitamento insostenibile, ai paesi in via di sviluppo, e ciò avverrebbe attraverso forme di pagamento oneste e non onerose. 


I furti di brevetti 

La diatriba sul rispetto della proprietà intellettuale e la tutela dei brevetti, è ancora oggi al centro dello scontro fra Stati Uniti e Cina, e costituisce uno degli argomenti fondamentali del tentativo di accordo avviato dopo la cosiddetta "guerra dei dazi" scatenata dal presidente Donald Trump. Tuttavia la questione è ben lontana dall'essere risolta, a causa di diverse e complesse motivazioni. I cinesi sono accusati di praticare su larga scala uno spionaggio industriale che gli consente di rubare dati sensibili, brevetti, e altre informazioni utili. La copia senza licenza dei prodotti occidentali, e la violazione dei diritti d'autore, è d'altronde talmente diffusa che non è nemmeno necessario discuterne, essendo evidente e comprovata. La situazione risulta però peggiorata dall'atteggiamento delle autorità cinesi che non riconoscono i diritti degli stranieri, e nemmeno attribuiscono un valore legale alle sentenze dei tribunali internazionali, valendo il principio dell'assoluto primato della sovranità nazionale. Alcuni commentatori hanno perciò rivolto ai cinesi pesanti accuse perché, a loro dire, mostrerebbero la totale assenza di un'etica. Tuttavia, dal punto di vista dell'antropologia culturale, i cinesi non sarebbero privi di un'etica, ma più semplicemente avrebbero un'etica diversa, ovvero la cosiddetta "etica confuciana" basata sulle cinque relazioni (wu lun). Queste relazioni sono sovrano/suddito, padre/figlio, marito/moglie, fratello maggiore/minore e amici. Con le cinque relazioni si esaltano i concetti di obbedienza, fedeltà, pietà filiale e fiducia. In questa etica ovviamente non rientrano gli stranieri che rimangono così esclusi dal rispetto delle regole della convivenza civile, e subiscono lo stigma sociale di appartenere a un paese diverso (il concetto di fedeltà al sovrano implica come sottinteso l'ostilità verso i paesi stranieri). 

I furti di brevetti e le copie non riguardano soltanto l'industria civile, ma coinvolgono massicciamente anche il settore militare. Fra i casi più noti ricordiamo il Sukhoi Su-27 e la sua copia cinese Shenyang J-11B. Nel 1998 Pechino aveva regolarmente pagato 2,5 miliardi di dollari per la produzione su licenza di 200 caccia Sukhoi Su-27SK, ma nel 2002 fu realizzato il prototipo dello Shenyang J-11B, che era dotato di avionica, armamento e motori cinesi, e venne perciò considerato un aereo autoctono. Nel 2004 la produzione del Su-27SK fu sospesa, e sostituita con il nuovo caccia di fabbricazione locale. Dopo l'avvio della produzione del J-11B apparve evidente che il programma di Pechino era utilizzare il Su-27 come punto di partenza per le versioni costruite dalla Shenyang senza licenza. Dopo il J-11B seguirono molte altre copie non autorizzate, fra cui il J-11D, il J-15 (copia del Su-33) e il J-16 (imitazione del Su-30). Un caso di copia illecita riguarda anche l'Italia. Infatti, 90 esemplari del missile Aspide Mk 1 prodotto da Alenia furono ordinati dalla Repubblica Popolare Cinese nel 1986, e vennero regolarmente consegnati a partire dal 1987. Ma la commissione fu sospesa a causa dell'embargo sulle armi imposto dopo la sanguinosa repressione delle proteste di piazza Tienanmen del 1989. Tuttavia Pechino continuò la produzione locale copiando le componenti che erano già a disposizione, ed ottenne così il missile aria-aria a guida radar semiattiva chimato PL-11, e il sistema antiaereo superficie-aria LY-60. 

Un altro caso clamoroso è rappresentato dal furto di dati che riguardano il caccia stealth F-35. Il 28 giugno 2014, l'uomo d'affari cinese Su Bin, in quel momento residente a Vancouver in Canada, venne arrestato con l'accusa di aver rubato dati riservati del caccia F-35 attraverso i sistemi informatici. In seguito Su Bin confessò il reato, fornendo anche utili particolari per ricostruire la vicenda, e venne condannato. Gli hacher cinesi erano già intervenuti anche in precedenza, sottraendo informazioni e dati tecnici dell'F-35, nel 2009 al Ministero della Difesa americano, e nel 2012 alla BAE Systems. Successivamente, si sono registrate altre violazioni e tentativi di accesso non autorizzato alle banche dati per sottrarre informazioni riservate. Questi furti di dati hanno permesso la costruzione, in tempi estremamente contenuti, del caccia stealth Shenyang J-31 Huying (Girfalco), attualmente noto con la sigla per l'export FC-31, che rivela chiaramente con il suo aspetto esteriore la diretta derivazione dall'F-35. 


La fabbrica delle menzogne 

La pandemia del coronavirus diffusasi nel 2020 non è stata soltanto la più grave emergenza sanitaria degli ultimi tempi, ma costituisce anche la più enorme operazione di insabbiamento e manipolazione dell'informazione che sia stata mai attuata, con la quale la Cina ha dimostrato di avere ormai i mezzi per estendere il suo sharp power, con la sua baldanzosa retorica, perfino in Occidente. Cominciamo con ordine per ripercorrere precisamente l'intera vicenda, che è divenuta ingarbugliata e confusa a causa della mistificazione della propaganda cinese. I primi casi di una insolita forma di polmonite furono registrati dai medici cinesi già nel mese di novembre del 2019, e gli scienziati hanno quindi ricostruito la diffusione del contagio del coronavirus 2019-nCoV (più noto come malattia del COVID-19) stimando una diffusione iniziale in Cina nei mesi di ottobre e novembre. Sappiamo con certezza che il medico cinese Li Wenliang, che lavorava all'ospedale centrale di Wuhan, all'inizio di dicembre aveva isolato e identificato il coronavirus, lanciando immediatamente l'allarme. Ciò provocò la reazione della polizia, che impegnata nel censurare e nascondere la nuova emergenza, fermò e ammonì Li Wenliang accusandolo di diffondere informazioni destabilizzanti e pericolose per l'ordine pubblico. Anche la dottoressa Ai Fen, direttrice del pronto soccorso di Wuhan, subì la pesante pressione della polizia che intendeva nascondere l'epidemia con i soliti metodi brutali. Ma la gravità dell'epidemia non poteva essere nascosta completamente, e soprattutto molto a lungo. Ufficialmente, il 31 dicembre 2019 i medici cinesi avevano comunicato all'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) l'esistenza di un nuovo pericoloso coronavirus, tuttavia la puntuale censura del regime continuò a nascondere la minaccia all'opinione pubblica nazionale e mondiale. Secondo alcune ricostruzioni, anche il presidente Xi Jinping era a conoscenza dei fatti molte settimane prima delle comunicazioni ufficiali. Si calcola che il regime cinese sia responsabile di un ritardo di quasi un mese nella segnalazione dell'epidemia, con ovvie conseguenze disastrose. Ciò significa che in quel periodo, fra novembre e gennaio, migliaia di turisti e lavoratori cinesi hanno potuto viaggiare indisturbati nel mondo senza nessun controllo e prevenzione. Ciò spiega perché l'epidemia di COVID-19 nata in Cina nel 2019 si è potuta trasformare in una pandemia che ha coinvolto tragicamente l'intero mondo, mentre la SARS che fu scoperta nel novembre 2002, venne comunque contenuta. Anche nel 2003 si denunciarono le carenze cinesi, le omissioni, e la tendenza a insabbiare gli errori commessi, ma ciò fu però possibile, mentre nel 2019 la capacità di manipolazione del regime si è dimostrata molto più forte, e in grado di alterare gravemente l'informazione, arrecando danni catastrofici. Un altro grave sacnadalo, in questo senso, riguarda il direttore dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), l'etiope Tedros Adhanom Gebreyesus, che fu eletto nel 2017 soprattutto grazie ai voti cinesi, e ciò ha comportato il suo atteggiamento sostanzialmente subalterno e favorevole ai suoi sponsor. L'azione di lobbying cinese nei confronti dell'OMS è stata davvero deprorevole. A gennaio l'OMS ha infatti minimizzato i rischi dell'epidemia, fiancheggiando l'operazione di insabbiamento del regime cinese, poi ha cambiato atteggiamento lanciando un allarme tanto forte quanto tardivo, ma nonostante ciò ha continuato a consigliare di non chiudere le frontiere e i collegamenti con la Cina (suggerimento fortunatamente inascoltato), e infine ha lodato gli sforzi di contenimento dell'epidemia da parte del governo cinese, invece di denunciarne i colpevoli ritardi. L'altro scandalo riguarda i dati falsificati circa le vittime dell'epidemia in Cina. Secondo Pechino i morti sarebbero stati circa 4.600, ma questa è una cifra assolutamente ridicola confrontata con la popolazione cinese coinvolta, e non corrisponde minimamente alle previsioni calcolate da matematici e statistici, e soprattutto non rispecchia il numero di vittime che si sono registrate in altri paesi. Alcuni giornali hanno però pubblicato immagini che fanno vedere le urne cinerarie raccolte a Wuhan, e ne mostrerebbero chiaramente decine di migliaia, sbugiardando clamorosamente un altro misfatto della propaganda. Secondo alcune stime i morti in Cina potrebbero essere stati addirittura fra 40.000 e 50.000. Infine, ed è l'aspetto più importante, c'è stato l'avvio di una martellante campagna di propaganda per affermare l'efficienza e la superiorità della società cinese, esaltare la guida del Partito Comunista Cinese (PCC), e glorificare il comando esperto e competente del compagno Xi Jinping. Un totale rovesciamento dei fatti accaduti che è assolutamente grottesco, con un'esasperata esaltazione della figura del presidente Xi Jinping, e un malsano culto della personalità con risvolti davvero inquietanti. La consueta "educazione patriottica" del popolo è stata così rinnovata con l'introduzione di una nuova forma di "educazione alla gratitudine" che non si è limitata ai confini cinesi, ma ha investito altri paesi con presunti aiuti (in realtà materiale sanitario regolarmente pagato), e la pretesa di riconoscenza nei confronti di chi si presenta come il nuovo "salvatore del mondo". La macchina della propaganda cinese ha così raggiunto risultati che non erano mai stati conseguiti da un regime totalitario, e si è giustamente guadagnata la definizione di "fabbrica delle menzogne" grazie a una produzione di disinformazione a livelli industriali. 


Il mondo della post-globalizzazione 

Il progetto della "Nuova Via della Seta" sarà molto probabilmente reso superato dai tragici eventi che stanno sconvolgendo il mondo, e che stanno riscrivendo drasticamente la storia. Infatti, il concetto stesso di globalizzazione è entrato in crisi, e appare anacronistico nei confronti di quanto sta accadendo. L'emergenza della pandemia non ha cambiato soltanto i rapporti fra le nazioni, ma ha anche imposto pesanti restrizioni a tutti gli individui. Ciò significa semplicemente che l'idea sostenuta con la globalizzazione di un mondo trasformato in un "villaggio globale", senza frontiere e con un'assoluta libertà di circolazione di merci e persone, sembra decisamente fallita, o almeno fortemente ridimensionata. Il progetto della "Nuova Via della Seta" si fonda appunto sulla convinzione di una crescita infinita e senza limiti, con la Cina che avrebbe preso autorevolmente la guida di un nuovo modello di globalizzazione dotato di "caratteristiche cinesi". Questa svolta sarebbe stata favorita anche dai cambiamenti politici degli ultimi anni. Infatti, con l'elezione del presidente Donald Trump nel 2016, gli Stati Uniti hanno mutato atteggiamento nei riguardi della globalizzazione. Bisogna notare che Trump fu eletto grazie appunto a una campagna contro la globalizzazione e i suoi aspetti negativi, come le delocalizzazioni, la perdita di posti di lavoro, l'abbassamento dei salari, il calo del potere d'acquisto, e la bilancia commerciale americana fortemente negativa. Quindi Trump rappresentò abilmente le istanze antiestablishment e contro la globalizzazione che si erano create nelle società occidentali, e divenne il paladino del cosiddetto sovranismo, con idee che ha poi applicato concretamente con il protezionismo e la guerra dei dazi. Viceversa il presidente Xi Jinping ha cercato di accreditarsi come alfiere della globalizzazione e del libero mercato, una evidente contraddizione se si considera che è anche il segretario del più grande partito comunista, che tuttavia la retorica (e una buona dose di faccia tosta) è riuscita ad affermare nonostante la palese ipocrisia. Il 17 gennaio 2017, il presidente Xi Jinping tenne uno storico discorso al 47° Forum Economico Mondiale a Davos, nel quale difendeva la globalizzazione, definita un processo inarrestabile e irreversibile. Sottolineava inoltre che ormai nessuno avrebbe potuto fermare il libero scambio di merci, capitali e persone tra le economie del mondo. Oggi, purtroppo, sappiamo che qualcosa ha potuto fermarlo, e non è stata una persona particolare o un politico, bensì un virus. Comprendere le conseguenze economiche e sociali di questo fenomeno è sicuramento complesso, ma abbiamo l'obbligo di chiamarlo con un nome preciso, ovvero post-globalizzazione. La fine dell'era della globalizzazione avrà senza dubbio ripercussioni fortissime, e ciò riguarderà tutti, compresi i paesi che come la Cina sognavano una crescita infinita e inarrestabile. 


L'alternativa alla "Nuova Via della Seta" 

Un aspetto quasi ironico, concerne la "Nuova Via della Seta", che partita nel 2013 non è stata ancora completata, e già viene contrastata da altri progetti, e soprattutto dal nuovo corso della storia. La Free and Open Indo-Pacific sta interessando molti paesi asiatici perché offre appunto un'alternativa, e si afferma con più vigore una possibilità di sostituire un progetto ormai considerato dannoso e tossico dalla comunità internazionale. Infatti, la pandemia ha dimostrato ancora una volta quanto sia inaffidabile Pechino, e quanto siano pericolosi i rapporti commerciali e i legami politici che sono dettati unicamente dalla smania di potere e dominio. Per questo motivo la Free and Open Indo-Pacific ha elaborato un piano di certificazione chiamato Blue Dot Network che dovrebbe garantire la trasparenza, l'affidabilità e la sostenibilità dei finanziamenti. In questi decenni Pechino ha sempre promesso di investire nel Sud-Est Asiatico, ma in realtà è arrivato molto poco alle aziende dei paesi della regione, perché la politica cinese intende favorire solo le aziende nazionali. Si pensi che i progetti infrastrutturali giapponesi nel Sud-Est Asiatico sono già superiori a quelli cinesi in termini di valore economico (321 miliardi di dollari contro 255), e non sono mancati altri finanziamenti a paesi cruciali come le Filippine. Invece nel Vietnam il principale investitore sono gli Stati Uniti, e questo è indicativo per capire il reale rapporto di forze in atto nell'Asia. Da un punto di vista strategico, il Giappone si pone l'obiettivo di perseguire una strategia geopolitica volta a superare la tradizionale alleanza con gli Stati Uniti, e la sua ottica e logica bilaterale, per costruire una strategia basata su una logica multilaterale, come sta cercando di fare con l'adesione al Quadrilateral Security Dialogue, che consente consultazioni e collaborazioni in ambito militare con l'India e l'Australia. D'altronde la Free and Open Indo-Pacific Strategy si presenta anche come un'opportunità del mondo post-globalizzazione, ridiscutendo e negoziando nuove regole per l'Asia che non possono essere più dettata dalla Cina, ormai considerata come il nemico principale di tutti i paesi dell'area. Soprattutto queste regole devono stabilire dei precisi diritti, garantire i lavoratori, e proteggere i cittadini da tutte le minacce militari e naturali (comprese quelle biologiche). 


La crisi della Cina 

L'immagine della Cina come uno stato invincibile, destinato a una crescita inarrestabile, è ormai uno stereotipo della stampa che sta divenendo anche tremendamente noioso, perché meriterebbe anche qualche approfondimento più articolato che fornisca un quadro meno ripetitivo e appiattito sulla propaganda del regime. Risulta evidente che la crisi economica che sta colpendo l'intero mondo si abbatterà duramente anche sulla Cina, e non bisogna farsi ingannare dai dati forniti da Pechino che sono ampiamente manipolati per suggestionare l'Occidente. La crescita economica in Cina è avvenuta grazie a due fattori: la bilancia commerciale ampiamente positiva grazie all'export e la crescita del settore edilizio (con una cementificazione senza precedenti che ha danneggiato gravemente l'ambiente). La crisi mondiale ha già ridimensionato le esportazioni cinesi, e la bilancia commerciale rimane leggermente positiva soltanto grazie al crollo delle importazioni (ciò significa il drastico calo dei consumi e una tendenza recessiva dell'economia). 

In realtà la Cina ha giganteschi problemi sia interni sia esterni, e sono ovviamente soltanto quest'ultimi che possiamo conoscere a causa della stringente censura del regime. Tuttavia analisti, sociologi, ed economisti sono riusciti comunque a fornire un quadro del paese molto differente dall'immagine ufficiale presentata dalla classe politica dominante, nonostante la chiusura e le difficoltà ad accedere alle informazioni, così da poter conoscere meglio anche la situazione interna del paese. L'economia cinese è infatti ben diversa dall'essere quel gigante invincibile così come è rappresentata dai media mainstream. Il prodotto interno lordo cinese nel 2019 è cresciuto soltanto del 6% circa, ed era già in continuo rallentamento, ma soprattutto è ben lontano dai trionfali tassi di crescita a due cifre di inzio secolo. Ma sono altri i fattori che preoccupano. La Cina in questi anni è diventata un paese sempre più chiuso e inaccessibili, e recentemente si sta assistendo a una fuga dei capitali degli investitori stranieri. La legislazione è infatti sempre più severa e svantaggiosa per gli operatori economici stranieri, inoltre una normativa unica e pesantemente restrittiva impedisce l'accesso al web, penalizando ed escludendo i colossi stranieri, e fornendo un enorme vantaggio alle aziende locali. Ciò impedisce qualsiasi competizione leale, ed è una grave distorsione del mercato che così non è affatto libero. Questa situazione si protrae da molti anni, e sta divenendo insostenibile, anche perché simili restrizioni non esistono in Occidente. 

Le distorsioni del mercato cinese non danneggiano soltanto l'Occidente, ma anche la Cina perché provocano mancanza di competizione, clientelismo e corruzione, con una cattiva gestione che genera una commistione perversa fra stato, partito comunista ed economia. Ciò si ripercuote sui sistemi del finanziamento con una preoccupante crescita dei debiti di famiglie e imprese. Il governo di Pechino ha incentivato in modo eccessivo il ricorso al credito per stimolare la domanda interna, ma l'abbondanza di investimenti ha provocato sprechi e inefficienze, frutto di una corsa per accaparrarsi i finanziamenti ottenuti tramite la corsa alla crescita.  Queste sono le cause di un indebitamento senza freni, e inoltre si deve notare che questi debiti risultano molto più pesanti per le famiglie cinesi perché dispongono di un Pil pro capite, e soprattuto di un reddito medio, molto più basso di quello occidentale. Un cinese in media possiede un reddito che è un quarto di quello americano, e meno della metà di quello europeo. Così diventa difficilissimo per la Cina raggiungere gli standard occidentali, diventando un'economia avanzata, ma rischia viceversa di rimanere nella categoria dei paesi in via di sviluppo. Infine, a causa di queste distorsioni del mercato, gli investimenti in Cina producono sempre meno profitti, e ciò spiega un altro fenomeno, ovvero la fuga dei capitali dalla Cina e gli enormi investimenti cinesi all'estero. 

La crisi della Cina non è però soltanto economica, ma anche politica come dimostrano le rivolte a Hong Kong nel 2019. Iniziate come manifestazioni pacifiche contro la legge sull'estradizione, sono diventate poi proteste violente con scontri durissimi con la polizia, e l'intervento del governo di Pechino che ha condannato gli eventi definendoli "atti terroristici". Gli scontri a Hong Kong hanno mostrato un vulnus della politica interna della Cina, e quanto sia debole la capacità di mediare le istanze della popolazione con le esigenze del potere politico, determinando una pericolosa spaccatura sociale con gravissime implicazioni. I successivi eventi hanno fatto dimenticare quanto successo recentemente, ma le tensioni politiche a Hong Kong, l'insistenza sull'appartenenza di Taiwan alla Cina continentale, e le aspirazioni indipendentisctiche nello Xinjiang e in Tibet, sono tutte questioni destinate a esplodere drammaticamente, e a rivelarsi ingestibili. 


Le tensioni militari nell'Oceano Pacifico

Mentre l'epidemia di COVID-19 imperversava ancora in Cina, le forze militari avviavano una serie di esercitazioni per distogliere l'attenzione dai problemi reali e contingenti che affliggevano il paese. I bombardieri H-6 iniziarono a svolgere una serie di esercitazioni nei pressi di Taiwan, provocando l'irritazione delle autorità politiche dell'isola. Nei giorni 8-11 aprile 2020, un gruppo navale costituito dalla portaerei Liaoning, due cacciatorpediniere, due fregate, e una nave di supporto, ha attraversato lo stretto di Miyako e si è diretto verso sud in direzione di Taiwan. L'operazione ha avuto una enorme copertura mediatica da parte degli organi della propaganda, e come ormai avviene di consueto, ha trovato anche la sponda dei media occidentali estremamente permeabili e influenzabili. Le esercitazioni sono state ovviamente descritte come la dimostrazione della ripresa della Cina e della difficoltà dell'Occidente, destinato a essere travolto dalla sua forza inarrestabile. Si dimenticava però di descrivere le esercitazioni condotte dalle forze avversarie nell'area. Il 25 gennaio 2020, la littoral combat ship Montgomery aveva attraversato il Mar Cinese Meridionale nei pressi delle isole Spartly, per svolgere un'operazione FONOP (Freedom Of Navigation Operation) per affermare la libertà di navigazione nelle acque rivendicate dalla Cina. Il 10 aprile, il cacciatorpediniere lanciamissili Barry attraversava lo stretto di Taiwan, per affermare l'indipendenza dell'isola dalla Cina continentale. Nei giorni  9-11 aprile la nave anfibia America, dotata dei cacciabombardieri F-35B, si esercitava insieme al cacciatorpediniere giapponese Akebono nel Mar Cinese Orientale, per ribadire la protezione fornita alle isole nipponiche. Tutte queste esercitazioni dimostrano che la Cina non è sola nell'Oceano Pacifico, non è la forza principale che lo controlla, e soprattutto non è in grado di impedire ai suoi avversari di svolgere le proprie attività. E col passare del tempo, ciò sarà sempre più chiaro, anche grazie a progetti ambiziosi come la Free and Open Indo-Pacific, e la seria determinazione a fermare le ambizioni egemoniche cinesi.