La crisi economica giapponese cominciò a essere avvertita nel 1991, e poi esplose nel 1992 causando l'avviamento di un ciclo recessivo e negativo durato decenni. Alla luce della crisi economica attuale, è interessante rileggere il mio articolo Keizaiteki kiki scritto in proposito. Infatti l'articolo è utile per comprendere come l'attuale crisi provenga da lontano e sia stata generata da una applicazione di sconsiderate teorie economiche che non tengono in considerazione la storia, le condizioni e lo sviluppo concreto dei paesi.
Keizaiteki kiki. La crisi economica giapponese
di Cristiano Martorella
2 dicembre 2001. L’espressione keizaiteki kiki (letteralmente crisi economica) è pienamente adeguata a descrivere la storia giapponese dell’ultimo decennio del XX secolo.
Dopo quasi mezzo secolo di crescita economica a livelli elevati, il Giappone conobbe una grave e inaspettata recessione agli inizi degli anni ’90. Tra il 1950 e il 1973 l’economia crebbe al tasso medio del 10% annuo, raddoppiando la propria dimensione ogni sette anni (crescita elevata, definita in giapponese koudo seichou). Intorno al 1974-1975 vi fu un drastico rallentamento provocato dalla grave crisi petrolifera internazionale. Superato questo breve periodo, la crescita riprese a buoni ritmi. Nel 1986 vi fu il fenomeno della bubble economy, una speculazione sulle aree immobiliari e il mercato azionario che arricchì tantissimi ma creò diverse anomalie. Infatti nel 1991 si manifestò la crisi che portò a un tasso di crescita di appena lo 0,1% nel 1993.
In un primo momento le autorità giapponesi sottovalutarono la crisi, negando anche che si trattasse di una recessione profonda e illudendosi che fosse un momentaneo rallentamento. I governi giapponesi pensarono di poter invertire il trend negativo con qualche operazione di aggiustamento, dimostrando una miopia considerevole. Tra il 1992 e il 1995 furono applicati diversi pacchetti economici, tutti inefficaci. Queste politiche economiche non potevano avere effetto perché paradossalmente erano la causa della recessione. Il finanziamento pubblico indiscriminato aveva creato enormi debiti e messo in crisi il settore finanziario gettando le maggiori banche in un gorgo che le trascinava inesorabilmente al fallimento.
La totale incomprensione della situazione economica da parte della classe dirigente si palesava in imbarazzanti silenzi. Si dovette aspettare l’elezione nel 2001 di Koizumi Jun’ichiro per sentire delle parole chiare sulla crisi giapponese. Il premier non alimentò più le false illusioni e dichiarò che la gravità della situazione imponeva sacrifici per tutti. Koizumi prometteva anche una serie di riforme che avrebbero cambiato drasticamente l’assetto strutturale dell’economia giapponese. Riforme auspicate anche all’estero e che facevano identificare la politica di Koizumi con la tendenza neoliberista di molti paesi occidentali. Ma anche le previsioni di Koizumi si rivelarono eccessivamente ottimiste nonostante il suo atteggiamento realista e pragmatico. Ciò che stava accadendo in Giappone era molto grave e dimostrava ancora una volta quanto economisti, sociologi e analisti sapessero ben poco del mondo che studiavano. Intanto non si era tracciato un quadro interpretativo del fenomeno. Sui giornali di tutto il mondo si parlava di crisi economica giapponese senza specificarne le modalità.
Abbiamo detto che le manovre economiche dei governi giapponesi fra il 1992 e il 1995 non furono la soluzione, ma favorirono la continuazione della crisi. La crisi economica giapponese non fu soltanto causata dall’esplosione della bolla speculativa degli anni ’80. Ogni tipo di speculazione arricchisce qualcuno a scapito di qualcun altro. Ma questo genere di deformazione trova il modo di essere riequilibrata in breve tempo all’interno di un’economia sana. Se non fosse così, il sistema delle borse internazionali sarebbe fallito in pochi anni. Una crisi che perdurava da più di un decennio non poteva essere definita come il riflesso di una speculazione. In un sistema economico integrato come quello giapponese, finanza e apparato statale lavoravano insieme su programmi di lungo termine. Questo genere di politica economica era in passato orchestrata dal MITI (poi divenuto METI), il Ministero del Commercio Estero e dell’Industria. I finanziamenti alle imprese erano operati su criteri di fiducia, in base a credenziali molto difficili da definire in termini tecnici e legate maggiormente a vincoli relazionali (spesso determinati in modo personale e umano).
La seconda particolarità dell’economia giapponese era costituita dagli straordinari attivi dovuti all’esportazione. Questo significa, come contraltare, che il mercato interno del Giappone è insufficiente a coprire in modo discreto l’offerta dell’industria nipponica. E questo non deve sembrare paradossale per un paese considerato come la civiltà del consumismo. In realtà si tratta di uno stereotipo che non tiene presente i fattori materiali e geografici. Le risorse di spazio in Giappone sono estremamente limitate per la presenza di aree montuose e boschive (le quali occupano il 75% del territorio), e che i giapponesi preferirebbero conservare integre, non soltanto per motivi ambientalisti, ma per ragioni storiche e pratiche. Lo sviluppo urbano negli ultimi secoli è avvenuto lungo le coste. Ripensare la geografia urbana del Giappone per conquistare i terreni interni e montuosi da riconvertire all’edilizia sarebbe un impegno titanico (e vano) per creare collegamenti, disboscare, cementificare. La mancanza di risorse naturali ha decretato una vocazione all’esportazione di prodotti tecnologici, un bene che i giapponesi dimostrarono con eccellenza di saper realizzare. Non si deve però credere a un mito tecnologico confondendo il primato dei giapponesi nel settore come una facoltà innata. Ciò provocherebbe confusione, associando l’idea della tecnologia elettronica a una specie di antropologia culturale. E sarebbe un torto arrecato ai giapponesi stessi che si impegnarono fino allo stremo, con enormi sacrifici, per costituire uno stato moderno e competitivo alla pari delle maggiori potenze occidentali.
La tecnologia giapponese non era il prodotto di una semplice applicazione delle tecniche occidentali. Il Giappone non aveva le risorse dell’Impero Britannico, né della Germania, e quanto meno degli Stati Uniti, paese che poteva vantare giacimenti petroliferi e filoni auriferi. La tecnologia non può svilupparsi senza risorse energetiche e il Giappone partiva con questo handicap gravoso. Gli intellettuali giapponesi, come ad esempio Fukuzawa Yukichi (1835-1901), erano pienamente consapevoli dei limiti imposti al loro paese. L’unica risorsa che il Giappone possedeva in abbondanza, accumulata in secoli di storia, era una volontà ferrea, il seishin. Quello stesso seishin (spirito di volontà) che viene rimproverato ai giapponesi attuali come un tratto caratteriale antiquato e retrogrado, caratteristica e retaggio di una cultura samuraica.
Lasciando da parte questo genere di speculazioni e ritornando all’economia, possiamo riconoscere l’applicazione di uno spirito illuminista nella società giapponese dell’Ottocento che diede l’avvio all’ascesa del capitalismo giapponese. Lo spirito illuminista europeo fu l’anima vibrante dell’economia del XVIII e XIX secolo: il concetto di laissez faire, l’idea di un mercato internazionale, il riconoscimento del valore aggiunto, e soprattutto una società concepita sul lavoro. Si passava dall’idea contadina della terra come bene assoluto, all’idea moderna del lavoro come produzione di beni. Un cambiamento epocale. Molti intellettuali giapponesi, influenzati ancora dal seishin, riconobbero nelle idee superiori dell’Illuminismo un principio da perseguire con tenacia, con volontà ferrea. La modernità era considerata un’ideale da tramutare nella società ad ogni costo. Nakae Chomin (1847-1901) tradusse il Contratto sociale di Rousseau, Fukuzawa Yukichi (1835-1901) scrisse Gakumon no susume (Incoraggiamento al sapere), Mitsukuri Rinsho (1847-1897) tradusse il codice civile francese. I risultati si fecero sentire. La riforma del 1871 eliminò le vecchie classi sociali, i privilegi e le restrizioni. Con lo shimin byodo (parità delle quattro categorie), il 99% della popolazione si trovò istituzionalmente allo stesso livello. Il Giappone fu il primo paese asiatico a dotarsi di una costituzione (1889). I paradossi della nazione tramutarono lo svantaggio in una occasione straordinaria.
La debolezza del paese era evidente a tutti, dai cittadini alle classi dirigenti. Ciò che accade comunemente in situazioni simili, è quello spostamento d’interessi del governo verso la conservazione del proprio potere a discapito della collettività. Una tendenza egoistica teorizzata in parte da Otto Hintze. Cosa che d’altronde molti storici attribuiscono anche allo stesso Giappone della Restaurazione Meiji. Ma l’innesto delle idee illuministe nella società giapponese ebbe un effetto inaspettato e sotterraneo. Il periodo Edo (1600-1867) aveva profondamente cambiato i rapporti di forza fra le classi, a favore di una emergente borghesia. L’arrivo delle idee illuministe fu come gettare benzina sul fuoco. Il Giappone era povero di risorse materiali, ma particolarmente ricco di risorse intellettuali. L’Illuminismo alimentava la fiducia nella ragione e nelle sue capacità. I politici giapponesi credettero di poter battere l’Occidente usando l’intelligenza e, in maniera metaforica, accettarono nel loro pantheon di divinità scintoiste anche la dea dei lumi. L’espressione "toyo dotoku seiyo geijutsu" (morale orientale e tecnica occidentale) può essere interpretata anche come "intelligenza" giapponese nell’applicazione del sapere. Erano infatti le idee illuministe che affermavano l’universalità della ragione e il relativismo delle culture. La scienza non era dunque una prerogativa culturale europea.
L’economia giapponese del XIX e XX secolo si sviluppò quindi come un’economia della concertazione, di un tacito contratto sociale sottoscritto da tutti i cittadini: uno stato economicamente più forte per il bene di tutti. Quando questo modello si dimostrò vincente nel XX secolo, molti intellettuali giapponesi si accanirono per dimostrare le origini della coesione sociale giapponese nell’applicazione dei principi confuciani. Primo fra tutti Morishima Michio, autore di Why has Japan Succeeded? Tutto ciò lascia perplessi. La necessità ideologica di creare una spiegazione orientale alla storia economica giapponese tentava di negare come fosse stato lo spirito illuminista a innescare la scintilla del capitalismo giapponese. Il confucianesimo è la forma di pensiero conservatore più stabile che sia stata formulata. Confucio affermava: "Io non creo, seguo la tradizione" (I dialoghi, VII, 1). Il confucianesimo è funzionale al mondo contadino, e notevolmente in contraddizione con la modernità. I giapponesi non potevano ammettere d’aver applicato i principi illuministi degli occidentali in una società influenzata da altri fattori, come ad esempio il pensiero buddhista, una religione che ridimensionava le tendenze individualiste. Anzi, volevano negarlo, facendo credere d’aver usato soltanto le tecniche degli occidentali (wakon yosai) e non il loro spirito. In realtà la società giapponese era una creazione totalmente nuova e originale che non poteva essere attribuita né alla tradizione orientale né alla scienza occidentale. Era qualcosa di completamente nuovo. Gli intellettuali, con l’appoggio della classe politica, avevano creato nel periodo Meiji (1868-1912) una creatura simile al mostro descritta nel romanzo Frankenstein di Mary Shelley. Dal laboratorio Giappone era uscita una creatura composta di pezzi diversi: principi illuministi, tecniche occidentali, spirito buddhista, vitalismo shintoista, regole confuciane. Dunque non bisogna meravigliarsi se oggi, nel XXI secolo, nessuno è in grado di spiegare i fenomeni economici giapponesi. Il mostro è terribile nella sua magnificenza.
Il Giappone è entrato in una profonda crisi economica per ragioni intrinseche del suo sistema, le stesse ragioni che furono motivo di riscossa e ascesa. Sarebbe sbagliato credere, come fa Vittorio Volpi, che il sistema giapponese presenti delle anomalie anacronistiche dovute a un mancato sviluppo liberale della sua economia. Volpi considera il modello occidentale come panacea di tutti i mali. Ma dimentica quanto i giapponesi siano stati più occidentali di chiunque altro nell’applicazione dei principi illuministi. Una liberalizzazione economica sfrenata e selvaggia non porterebbe soltanto vantaggi, ma anche storture ragguardevoli. Ad esempio, l’abbandono in mano a privati privi di scrupoli delle centrali nucleari, con rischi incalcolabili (come segnalato da un articolo di Pio d’Emilia).
La situazione giapponese è delicata, perciò bisogna essere cauti nelle affermazioni. A volte le crisi economiche si sono tramutate in svolte autoritarie, come nel caso della Repubblica di Weimar. Se non vogliamo creare l’emersione di un neoimperalismo giapponese, bisogna eliminare questo clima di contrapposizione che trasforma il Giappone in un caso patologico. In un mondo globalizzato i problemi vanno affrontati insieme, e nessuno deve ergersi a maestro sull’altro.
Avendo tracciato un piccolo quadro storico, possiamo meglio capire cosa è accaduto negli anni ’90. Le banche giapponesi, come era prassi consolidata, avevano finanziato le imprese anche quando le condizioni non erano favorevoli. Rispetto al passato, esistevano però una serie di fattori concomitanti che non permettevano più una simile procedura. Soprattutto la crisi mondiale all’inizio degli anni ’90, la quale colpì gravemente gli Stati Uniti (che ne uscirono grazie all’amministrazione Clinton) e in seguito le "tigri asiatiche" (Corea del sud, Singapore, Taiwan, Hong Kong). Il Giappone era troppo dipendente dalle esportazioni, e le difficoltà dei suoi clienti stranieri ebbero gravi ripercussioni. L’industria nipponica era sana, produttiva, altamente competitiva, ma la mancanza di vendite provocate dalla crisi che aveva attanagliato i paesi stranieri ebbe un effetto superiore alle aspettative. Le banche che avevano sostenuto e coperto i passivi delle imprese furono trascinate in una spirale perversa. Le imprese fallivano e i debiti non venivano riscossi. In breve tempo il settore bancario giapponese entrò in crisi. Gli istituti bancari chiudevano uno dopo l’altro. Sembrava un collasso inconcepibile. La situazione si stabilizzò dopo l’intervento del governo a sostegno del settore finanziario. Ma la situazione era ormai compromessa. C’erano però aspetti paradossali: il Giappone era il maggior creditore fra i paesi del mondo. La sua crisi era dovuta soltanto a una concomitanza di eventi che erano particolarmente significativi e dannosi per il suo sistema altamente integrato (che crea quindi dipendenze e relazioni forti fra i diversi settori economici).
Omae Ken’ichi (trascritto anche Ohmae Kenichi), nel suo Il continente invisibile, ci presenta una storia della crisi economica giapponese che fornisce nuovi elementi interpretativi. Secondo Omae, negli anni ’90 sarebbero stati gli Stati Uniti a imporre le scelte economiche dei giapponesi. Egli denuncia che i sostenitori americani del libero mercato sono gli stessi che chiedono ai governanti giapponesi di ricostruire l’economia nipponica attraverso investimenti statali. Tra il 1998 e il 2000, il governo statunitense ha chiesto al governo giapponese di abbassare a zero i tassi d’interesse, di ridurre la pressione fiscale, aumentare la spesa pubblica e salvare le banche. Omae ritiene che la spesa pubblica sia la causa della crisi e che gli Stati Uniti stiano chiedendo al Giappone manovre economiche che impediscano la ripresa.
Uscirà il Giappone dalla crisi che l’ha attanagliato? E in quale modo? Non spettano a noi queste risposte. Sarebbe estremamente presuntuoso pensare di poter parlare per gli altri. Sarà il popolo giapponese a fornire le risposte alle domande che ci siamo posti. Possiamo soltanto immaginare che le risorse che i giapponesi potranno sfruttare sono quelle che abbiamo già individuato: la creatività e l’ingegno intellettuale.
Bibliografia
Ito, Takatoshi, L’economia giapponese, EGEA, Milano, 1995.
Morishima, Michio, Why has Japan Succeeded?, Cambridge University Press, Cambridge, 1982.
Omae, Ken’ichi [Ohmae Kenichi], Il continente invisibile, Fazi Editore, Roma, 2001.
Halliday, Jon, A Political History of Japanese Capitalism, Pantheon Books, New York, 1975
Takaiya, Taichi, Taihen na jidai, Kodansha, Tokyo, 1998.
D’Emilia, Pio, Aiuto! Il nucleare è in mano ai kamikaze, in "Sette", 30 novembre 2000.
Volpi, Vittorio, Un Big Bang alla giapponese, in "Italia Giappone Oggi", anno XIV, n.56, novembre 1996.
Yanaga, Chitoshi, Big Business in Japanese Politics, Yale University Press, New Haven and London, 1969.
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martedì 8 giugno 2010
domenica 28 marzo 2010
Economia buddhista
Il buddhismo come superamento del capitalismo
di Cristiano Martorella
1. Capitalismo e religione
Dopo la pubblicazione de Il concetto giapponese di economia (1), in cui si sosteneva e spiegava l'influenza del buddhismo nel sistema economico nipponico, le esigenze ci impongono di considerare lo svolgimento storico e la prospettiva che abbiamo davanti. Nonostante la banalità dell'idea con la quale si afferma che il capitalismo sia l'unico sistema economico possibile, e soprattutto che sia sempre capace di autocorreggersi e rimediare alle crisi cicliche a cui è sottoposto, si continua a insistere nel riproporla pedissequamente. Però è evidente quanto ciò sia falso e mistificatorio. Le crisi, con cui il capitalismo si confronta periodicamente, non sono né fisiologiche né consuete. Infatti le crisi sono peggiorate in frequenza e complessità. Ciò che sorprende gli analisti e li coglie impreparati, è la frequenza con cui si manifestano. Dunque crisi che si manifestano sempre più spesso e più difficili da risolvere, tanto da aver condizionato la crescita dei paesi sviluppati. Il declino del capitalismo non significa comunque la fine dell'economia, ma più semplicemente la conclusione di un sistema, e l'inevitabile strutturazione di una diversa organizzazione sociale ed economica. Se il capitalismo è inevitabilmente avviato al tramonto, però non lo è in maniera chiara e manifesta tale che tutti lo comprendano. Molti punti rimangono ignorati e non sono neppure discussi. Ad esempio, quale relazione c'è tra il capitalismo e le religioni? Dopo l'11 settembre 2001, la propaganda e il populismo dei movimenti politici hanno diffuso la vulgata che identifica il cristianesimo e il capitalismo (2). Secondo questa idea il capitalismo sarebbe una creazione della società occidentale cristiana. L'idea riduzionistica dell'origine del capitalismo dal cristianesimo si poggia spesso sull'autorità del sociologo Max Weber. Però Max Weber studiò l'influenza del cristianesimo sul capitalismo, considerandoli separatamente e mai l'uno il prodotto dell'altro. Egli infatti indicò il successo dell'etica protestante nei confronti del cattolicesimo, distinguendo diversi tipi di sviluppo del capitalismo (3). Max Weber non si limitò a spiegare l'influenza della religione cristiana, ma in Sociologia delle religioni ed Economia e società (4) analizzò il rapporto delle altre religioni nell'economia. Max Weber non fu mai un dogmatico, e i suoi studi partirono sempre da un'analisi delle diverse società attraverso il metodo comparativo e dall'osservazione dei dati empirici.
Nel mondo contemporaneo le economie più importanti si trovano in Asia, con in testa la Cina e il Giappone, e non ha alcun senso continuare a negare l'ascesa della potenza economica asiatica per favorire un modello interpretativo che identifica capitalismo, cristianesimo e società occidentale. Il capitalismo non è un'esclusiva della società occidentale, e storicamente non è nato soltanto in Europa. Infatti, il Giappone dell'epoca Edo (1603-1867) conobbe la fioritura di un'economia mercantilista che portò allo sviluppo di una struttura capitalistica (5). Il fenomeno è stato descritto e spiegato da molti studiosi fra cui ricordiamo, in particolare, Edwin Reischauer e Claudio Zanier (6), e anche Francesco Gatti, Franco Mazzei, Marcello Muccioli e Piero Corradini.
2. Storia delle crisi
La storia del capitalismo è la storia delle sue crisi. Infatti non esiste un periodo di espansione del capitalismo che non sia seguito da una brusca interruzione e una caduta rovinosa con la conseguente perdita di beni e valori. Quindi la storia ci insegna che il capitalismo è un sistema dinamico instabile. Vediamo nei dettagli questo processo, il suo andamento, e soprattutto le cause. I periodi di espansione più importanti durante la rivoluzione industriale sono i seguenti:
1815-1840 Prima rivoluzione industriale. Concorrenza tra industria nascente e artigianato.
1850-1870 Espansione della rivoluzione industriale. Concorrenza fra le imprese del sistema capitalistico e concorrenza interna.
1870-1890 Concorrenza agguerrita condotta sul piano nazionale e internazionale.
1890-1914 Seconda rivoluzione industriale. Innovazione tecnologica e organizzazione scientifica del lavoro.
1950-1973 Espansione dei mercati e della produzione favorita dalla ricostruzione e dalle riforme economiche guidate da organizzazioni internazionali e accordi (Bretton Woods, Piano Marshall, FMI, GATT).
Le crisi e le loro motivazioni sono le seguenti:
1846-1850 Crisi del '48. Crollo della liquidità monetaria interna. Collasso dovuto a un eccesso di credito bancario. Contrazione della domanda interna e della produzione. La crisi fu provocata da una diminuzione della domanda.
1876-1890 Grande depressione. Calo del rendimento delle tecnologie, mancanza di investimenti, divario offerta/domanda. La crisi fu soprattutto una crisi tecnologica.
1929-1933 Crisi del '29. Crollo della borsa di Wall Street. Si tratta principalmente di una crisi dovuta a un eccesso produttivo.
1937-1945 Recessione seguita al New Deal. Crisi dovuta allo squilibrio monetario delle nazioni e dalla nascita di politiche protezionistiche.
1970-1985 Crisi del '70. Inadeguatezza degli investimenti e della liquidità internazionale rispetto al tasso di sviluppo produttivo. Ristrutturazione tecnologica. Inflazione e disavanzo nella bilancia dei pagamenti.
1989-1993 Crisi del '90. Il debito pubblico pesa come un macigno sulle economie dei paesi sviluppati. Tagli degli investimenti pubblici, privatizzazioni. Politiche neoliberiste. L'inflazione cala a causa della diminuzione dei consumi.
2001-2009 Crisi dell'inizio del millennio. Scoppiano le bolle speculative della new economy informatica, dell'immobiliare e dei derivati. La crisi finanziaria si abbatte sull'economia reale con la forte contrazione della produzione industriale e dei consumi, e infine diventa crisi sociale con l'aumento della disoccupazione.
Le crisi economiche sono intrinseche alla natura del capitalismo che è autodistruttivo. Ogni volta il capitale deve essere ristrutturato e riorganizzato, ma in questo processo espelle e distrugge le risorse che non può più impiegare. Anche se i sostenitori a oltranza del capitalismo affermano che il benessere così prodotto è il maggiore che si sia mai goduto, essi non considerano i danni ambientali, le risorse esaurite e le vittime fra i milioni di persone che muoiono di fame nei paesi meno agiati che sono comunque depredati delle loro risorse dalle società capitalistiche. Nonostante ciò il benessere effimero di pochi non potrà durare a lungo perché le risorse che vengono distrutte non sono recuperabili, e il calcolo della ricchezza deve essere stabilito globalmente e non parzialmente. Il pianeta è un sistema complesso in cui ogni azione si ripercuote sulle altre, e quindi nulla può sopravvivere separatamente e indipendentemente.
Il capitalismo è un sistema dinamico squilibrato incapace di uno sviluppo stabile. Rifiutare di riconoscere la natura del capitalismo è semplicemente la negazione del problema che non porterà alla sua risoluzione. Ed è in questo modo che si accelera il declino del capitalismo che è incapace di comprendere se stesso.
3. Economia buddhista
Fra gli autori che hanno inquadrato la prospettiva di un'economia buddhista alternativa, c'è l'economista Ernst Fritz Schumacher (7). Ma chi ha ripreso con vigore questa idea, esponendola e divulgandola è stato certamente il pensatore giapponese Daisaku Ikeda nel libro Cittadini del mondo (8). Daisaku Ikeda presenta molti punti su cui riflettere. Soprattutto c'è la questione ambientale sempre più scottante. Ikeda sostiene che l'economia convenzionale manca di una prospettiva ecologica (9), e fa notare che il buddhismo, attraverso la nozione dell'origine dipendente, esprime la necessaria interdipendenza fra le cose (10), in modo da dare la dovuta importanza all'ambiente. Il cristianesimo considera l'ambiente, gli animali e le risorse naturali come una creazione di Dio a disposizione dell'uomo. La Bibbia, infatti, descrive il creato come una proprietà da sfruttare senza riserve e su cui domini l'uomo (Genesi, 1,26-31). Non è così per il buddhismo. Innanzitutto non c'è un dualismo fra ambiente ed essere umano (esho funi, non-dualismo di ambiente e vita), eppoi c'è l'insegnamento del rispetto per la natura. Tutto ciò sul convincimento che natura ed essere umano siano un'unica cosa inseparabile (il vero aspetto di tutti i fenomeni, shoho jisso).
Secondo Daisaku Ikeda, il buddhismo afferma che la ricchezza va distribuita in quattro parti secodo modalità diverse. Un quarto di essa deve essere usato per il sostegno personale e della famiglia, un altro quarto deve essere versato al fisco ed essere utilizzato per favorire il bene sociale, un'altra parte deve essere impiegata come capitale per la produzione, mentre l'ultimo quarto dovrebbe essere conservato per i momenti di bisogno. Un esempio di economia buddhista è fornita dal regno di Ashoka, sovrano della dinastia Maurya del III secolo a.C., il quale migliorò la rete dei trasporti, si oppose alla discriminazione economica, istituì un ufficio pubblico per tutelare le donne, e intraprese lavori pubblici per piantare alberi e rendere salubre l'ambiente (11).
L'economia buddhista, quindi, sostiene il passaggio da un sistema basato sul profitto a un sistema basato sul servizio. Che cosa guadagnerebbe una persona da ciò? La risposta è il prestigio sociale. Spesso viene sottovalutato ma il prestigio sociale, il riconoscimento (thymos), è uno dei valori più importanti della società, ed è una delle motivazioni psicologiche più forti, probabilmente la più importante.
I fattori materiali necessari al benessere fisico verrebbero così trascurati? La ricchezza materiale nell'economia buddhista non è eliminata, ma semplicemente condivisa. La proprietà non sarebbe più un'ossessione. La prima e più importante virtù buddhista (paramita) è il dono. A differenza del comunismo che abolisce la proprietà privata, il buddhismo non nega il diritto alla proprietà, ma la ritiene superflua o di ostacolo al raggiungimento di obiettivi più elevati. Bisogna possedere ciò che ci serve, ha un valore e un senso, ma eliminare assolutamente il superfluo. Cosa si intende per superfluo? Non si tratta di una questione di beni materiali accumulati, ma piuttosto del rapporto con essi. L'economia consumistica che si basa sulla ripetizione di se stessa, sull'induzione alla propensione al consumo e all'incitamento del desiderio, non ha più senso.
I sostenitori del capitalismo potrebbero deridere l'economia buddhista, affermando che essa non produrrebbe ricchezza e rischierebbe di generare miseria e povertà. Il buddhismo però non è contrario alla ricchezza ma all'attaccamento alla ricchezza, e ciò è ben diverso. L'idea che la ricchezza sia generata soltanto dall'avidità personale è un pregiudizio (12). Molti paesi dell'Estremo Oriente godono di un grande benessere perché i servizi alla collettività funzionano meglio (trasporti pubblici, sicurezza, assistenza sanitaria, istruzione, ricerca scientifica, etc.). Essi sono considerati una priorità, mentre in Occidente non è così. Secondo una visione neoliberista, lo stato dovrebbe essere il meno invasivo possibile, e lasciare ai cittadini la libertà più assoluta comprendendo anche i servizi che dovrebbero essere privatizzati e in mano al mercato, includendo ovviamente anche la possibilità di fare profitto su ciò. Questa visione occidentale del mercato come supremo organizzatore della vita umana non è condivisa dall'economia buddhista, anzi è contestata e sostituita da una visione completamente diversa che pone l'interesse sociale prima del profitto. L'idea che il libero mercato sia in grado di autoregolarsi è stata dimostrata come storicamente falsa (13), e non ha più senso continuare a riproporla come un feticcio.
Un simile sistema basato sull'economia buddhista è un'utopia? Non lo è affatto perché i paesi asiatici hanno già una tendenza culturale a favorire i servizi alla collettività e gestire l'ordine, soprattutto le popolazioni hanno una grande propensione a cooperare. Quando le classi dirigenti e le élite asiatiche capiranno, e ciò sta già avvenendo, che il capitalismo occidentale è incapace di gestire la globalizzazione del pianeta, esse cercheranno un nuovo modello di sviluppo e lo troveranno in se stesse. Bisogna prepararsi a quel momento, comprendere il cambiamento, seguire ed elaborare un modello di sviluppo che non è privo di incognite, oltre alle speranze e alle aspettative che nutre. Il buddhismo come superamento del capitalismo porterà all'affermazione della cooperazione che è l'esatto contrario della competizione (14). I valori del capitalismo sono completamente rovesciati. Max Weber distingueva diversi tipi di agire razionale: agire conforme allo scopo e agire conforme al valore. L'economia buddhista si fonda su una prevalenza dell'agire conforme al valore, ed è questa differenza che le infonde energia. Adesso è il momento che tali valori diventino universali e vengano diffusi per il benessere di tutti, perché il declino del capitalismo può recare molti danni e sofferenze se non viene contrastato. Per fortuna sapere che esiste un'alternativa è un motivo di incoraggiamento formidabile.
Note
1. Cfr. Cristiano Martorella, Il concetto giapponese di economia. Le implicazioni sociologiche e metodologiche, Atti del XXV Convegno di Studi sul Giappone, Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia, 2002.
2. Cfr. Cristiano Martorella, Il declino del capitalismo, in "D La Repubblica", n.685, anno XV, sabato 13 marzo 2010, p.290. L'identico intervento è stato pubblicato dal quotidiano "Il Secolo XIX". Cfr. Cristiano Martorella, Il capitalismo è un sistema che si nutre di contraddizioni, in "Il Secolo XIX", lunedì 1 febbraio 2010, p.20. La decostruzione dell'economia nelle sue componenti ideologiche e mitologiche è stata operata da molti studiosi, in particolare è stata affrontata con maggiore incisività da Serge Latouche. Cfr. Serge Latouche, L'invenzione dell'economia, Bollati Boringhieri, Torino, 2010.
3. Cfr. Max Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, Firenze, 1945.
4. Cfr. Max Weber, Sociologia delle religioni, UTET, Torino, 1976; Max Weber, Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano, 1961; Max Weber, Sociologia della religione, Edizioni di Comunità, Milano, 1982.
5. I sistemi capitalistici sono caratterizzati dall'uso diffuso e intenso della moneta, dall'accumulazione di capitale e reinvestimento di esso, dall'esistenza del libero mercato e del processo di urbanizzazione. Tutto ciò era presente e ben sviluppato nel Giappone del XVII secolo.
6. Claudio Zanier è decisamente polemico con chi sottovaluta il capitalismo giapponese e ne ignora la nascita e crescita. Cfr. Claudio Zanier, Accumulazione e sviluppo economico in Giappone. Dalla fine del XVI alla fine del XIX secolo, Einaudi, Torino, 1975. Edwin Reischauer individua gli stessi meccanismi di sviluppo del capitalismo europeo in Giappone. Cfr. Edwin Reischauer, Storia del Giappone, Rizzoli, Milano, 1994.
7. Cfr. Ernst Fritz Schumacher, Buddhist Economics, in "Resurgence", vol.1, n.11, January-February 1968.
8. Cfr. Daisaku Ikeda, Hazel Henderson, Cittadini del mondo, Sperling & Kupfer, Milano, 2005.
9. Ibidem, p.80.
10. Ibidem, p.161.
11. Ibidem, p.217.
12. Ibidem, pp.214-215.
13. Le critiche più interessanti e valide sono quelle di Karl Polanyi. Cfr. Karl Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974. Sulla questione del mercato autoregolato, ha scritto in maniera inequivocabile anche l'economista Joseph Alois Schumpeter. Secondo Schumpeter, un sistema sociale basato esclusivamente su una rete di liberi contratti guidati dai propri scopi utilitaristici non può funzionare. Ciò che Schumpeter critica, da un punto di vista tecnico, è che il mercato si possa autoregolare da solo. Il mito dell'autoregolazione del mercato è continuamente confutato dalle crisi periodiche che vengono sbrigativamente ignorate e sottovalutate. Cfr. Joseph A. Schumpeter, Il processo capitalistico, Bollati Boringhieri, Torino, 1977; Joseph A. Schumpeter, Storia dell'analisi economica, Bollati Boringhieri, Torino, 1990; Joseph A. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, Edizioni di Comunità, Milano, 1955.
14. Cfr. Daisaku Ikeda, Hazel Henderson, Cittadini del mondo, op. cit., p.203 e p.214.
di Cristiano Martorella
1. Capitalismo e religione
Dopo la pubblicazione de Il concetto giapponese di economia (1), in cui si sosteneva e spiegava l'influenza del buddhismo nel sistema economico nipponico, le esigenze ci impongono di considerare lo svolgimento storico e la prospettiva che abbiamo davanti. Nonostante la banalità dell'idea con la quale si afferma che il capitalismo sia l'unico sistema economico possibile, e soprattutto che sia sempre capace di autocorreggersi e rimediare alle crisi cicliche a cui è sottoposto, si continua a insistere nel riproporla pedissequamente. Però è evidente quanto ciò sia falso e mistificatorio. Le crisi, con cui il capitalismo si confronta periodicamente, non sono né fisiologiche né consuete. Infatti le crisi sono peggiorate in frequenza e complessità. Ciò che sorprende gli analisti e li coglie impreparati, è la frequenza con cui si manifestano. Dunque crisi che si manifestano sempre più spesso e più difficili da risolvere, tanto da aver condizionato la crescita dei paesi sviluppati. Il declino del capitalismo non significa comunque la fine dell'economia, ma più semplicemente la conclusione di un sistema, e l'inevitabile strutturazione di una diversa organizzazione sociale ed economica. Se il capitalismo è inevitabilmente avviato al tramonto, però non lo è in maniera chiara e manifesta tale che tutti lo comprendano. Molti punti rimangono ignorati e non sono neppure discussi. Ad esempio, quale relazione c'è tra il capitalismo e le religioni? Dopo l'11 settembre 2001, la propaganda e il populismo dei movimenti politici hanno diffuso la vulgata che identifica il cristianesimo e il capitalismo (2). Secondo questa idea il capitalismo sarebbe una creazione della società occidentale cristiana. L'idea riduzionistica dell'origine del capitalismo dal cristianesimo si poggia spesso sull'autorità del sociologo Max Weber. Però Max Weber studiò l'influenza del cristianesimo sul capitalismo, considerandoli separatamente e mai l'uno il prodotto dell'altro. Egli infatti indicò il successo dell'etica protestante nei confronti del cattolicesimo, distinguendo diversi tipi di sviluppo del capitalismo (3). Max Weber non si limitò a spiegare l'influenza della religione cristiana, ma in Sociologia delle religioni ed Economia e società (4) analizzò il rapporto delle altre religioni nell'economia. Max Weber non fu mai un dogmatico, e i suoi studi partirono sempre da un'analisi delle diverse società attraverso il metodo comparativo e dall'osservazione dei dati empirici.
Nel mondo contemporaneo le economie più importanti si trovano in Asia, con in testa la Cina e il Giappone, e non ha alcun senso continuare a negare l'ascesa della potenza economica asiatica per favorire un modello interpretativo che identifica capitalismo, cristianesimo e società occidentale. Il capitalismo non è un'esclusiva della società occidentale, e storicamente non è nato soltanto in Europa. Infatti, il Giappone dell'epoca Edo (1603-1867) conobbe la fioritura di un'economia mercantilista che portò allo sviluppo di una struttura capitalistica (5). Il fenomeno è stato descritto e spiegato da molti studiosi fra cui ricordiamo, in particolare, Edwin Reischauer e Claudio Zanier (6), e anche Francesco Gatti, Franco Mazzei, Marcello Muccioli e Piero Corradini.
2. Storia delle crisi
La storia del capitalismo è la storia delle sue crisi. Infatti non esiste un periodo di espansione del capitalismo che non sia seguito da una brusca interruzione e una caduta rovinosa con la conseguente perdita di beni e valori. Quindi la storia ci insegna che il capitalismo è un sistema dinamico instabile. Vediamo nei dettagli questo processo, il suo andamento, e soprattutto le cause. I periodi di espansione più importanti durante la rivoluzione industriale sono i seguenti:
1815-1840 Prima rivoluzione industriale. Concorrenza tra industria nascente e artigianato.
1850-1870 Espansione della rivoluzione industriale. Concorrenza fra le imprese del sistema capitalistico e concorrenza interna.
1870-1890 Concorrenza agguerrita condotta sul piano nazionale e internazionale.
1890-1914 Seconda rivoluzione industriale. Innovazione tecnologica e organizzazione scientifica del lavoro.
1950-1973 Espansione dei mercati e della produzione favorita dalla ricostruzione e dalle riforme economiche guidate da organizzazioni internazionali e accordi (Bretton Woods, Piano Marshall, FMI, GATT).
Le crisi e le loro motivazioni sono le seguenti:
1846-1850 Crisi del '48. Crollo della liquidità monetaria interna. Collasso dovuto a un eccesso di credito bancario. Contrazione della domanda interna e della produzione. La crisi fu provocata da una diminuzione della domanda.
1876-1890 Grande depressione. Calo del rendimento delle tecnologie, mancanza di investimenti, divario offerta/domanda. La crisi fu soprattutto una crisi tecnologica.
1929-1933 Crisi del '29. Crollo della borsa di Wall Street. Si tratta principalmente di una crisi dovuta a un eccesso produttivo.
1937-1945 Recessione seguita al New Deal. Crisi dovuta allo squilibrio monetario delle nazioni e dalla nascita di politiche protezionistiche.
1970-1985 Crisi del '70. Inadeguatezza degli investimenti e della liquidità internazionale rispetto al tasso di sviluppo produttivo. Ristrutturazione tecnologica. Inflazione e disavanzo nella bilancia dei pagamenti.
1989-1993 Crisi del '90. Il debito pubblico pesa come un macigno sulle economie dei paesi sviluppati. Tagli degli investimenti pubblici, privatizzazioni. Politiche neoliberiste. L'inflazione cala a causa della diminuzione dei consumi.
2001-2009 Crisi dell'inizio del millennio. Scoppiano le bolle speculative della new economy informatica, dell'immobiliare e dei derivati. La crisi finanziaria si abbatte sull'economia reale con la forte contrazione della produzione industriale e dei consumi, e infine diventa crisi sociale con l'aumento della disoccupazione.
Le crisi economiche sono intrinseche alla natura del capitalismo che è autodistruttivo. Ogni volta il capitale deve essere ristrutturato e riorganizzato, ma in questo processo espelle e distrugge le risorse che non può più impiegare. Anche se i sostenitori a oltranza del capitalismo affermano che il benessere così prodotto è il maggiore che si sia mai goduto, essi non considerano i danni ambientali, le risorse esaurite e le vittime fra i milioni di persone che muoiono di fame nei paesi meno agiati che sono comunque depredati delle loro risorse dalle società capitalistiche. Nonostante ciò il benessere effimero di pochi non potrà durare a lungo perché le risorse che vengono distrutte non sono recuperabili, e il calcolo della ricchezza deve essere stabilito globalmente e non parzialmente. Il pianeta è un sistema complesso in cui ogni azione si ripercuote sulle altre, e quindi nulla può sopravvivere separatamente e indipendentemente.
Il capitalismo è un sistema dinamico squilibrato incapace di uno sviluppo stabile. Rifiutare di riconoscere la natura del capitalismo è semplicemente la negazione del problema che non porterà alla sua risoluzione. Ed è in questo modo che si accelera il declino del capitalismo che è incapace di comprendere se stesso.
3. Economia buddhista
Fra gli autori che hanno inquadrato la prospettiva di un'economia buddhista alternativa, c'è l'economista Ernst Fritz Schumacher (7). Ma chi ha ripreso con vigore questa idea, esponendola e divulgandola è stato certamente il pensatore giapponese Daisaku Ikeda nel libro Cittadini del mondo (8). Daisaku Ikeda presenta molti punti su cui riflettere. Soprattutto c'è la questione ambientale sempre più scottante. Ikeda sostiene che l'economia convenzionale manca di una prospettiva ecologica (9), e fa notare che il buddhismo, attraverso la nozione dell'origine dipendente, esprime la necessaria interdipendenza fra le cose (10), in modo da dare la dovuta importanza all'ambiente. Il cristianesimo considera l'ambiente, gli animali e le risorse naturali come una creazione di Dio a disposizione dell'uomo. La Bibbia, infatti, descrive il creato come una proprietà da sfruttare senza riserve e su cui domini l'uomo (Genesi, 1,26-31). Non è così per il buddhismo. Innanzitutto non c'è un dualismo fra ambiente ed essere umano (esho funi, non-dualismo di ambiente e vita), eppoi c'è l'insegnamento del rispetto per la natura. Tutto ciò sul convincimento che natura ed essere umano siano un'unica cosa inseparabile (il vero aspetto di tutti i fenomeni, shoho jisso).
Secondo Daisaku Ikeda, il buddhismo afferma che la ricchezza va distribuita in quattro parti secodo modalità diverse. Un quarto di essa deve essere usato per il sostegno personale e della famiglia, un altro quarto deve essere versato al fisco ed essere utilizzato per favorire il bene sociale, un'altra parte deve essere impiegata come capitale per la produzione, mentre l'ultimo quarto dovrebbe essere conservato per i momenti di bisogno. Un esempio di economia buddhista è fornita dal regno di Ashoka, sovrano della dinastia Maurya del III secolo a.C., il quale migliorò la rete dei trasporti, si oppose alla discriminazione economica, istituì un ufficio pubblico per tutelare le donne, e intraprese lavori pubblici per piantare alberi e rendere salubre l'ambiente (11).
L'economia buddhista, quindi, sostiene il passaggio da un sistema basato sul profitto a un sistema basato sul servizio. Che cosa guadagnerebbe una persona da ciò? La risposta è il prestigio sociale. Spesso viene sottovalutato ma il prestigio sociale, il riconoscimento (thymos), è uno dei valori più importanti della società, ed è una delle motivazioni psicologiche più forti, probabilmente la più importante.
I fattori materiali necessari al benessere fisico verrebbero così trascurati? La ricchezza materiale nell'economia buddhista non è eliminata, ma semplicemente condivisa. La proprietà non sarebbe più un'ossessione. La prima e più importante virtù buddhista (paramita) è il dono. A differenza del comunismo che abolisce la proprietà privata, il buddhismo non nega il diritto alla proprietà, ma la ritiene superflua o di ostacolo al raggiungimento di obiettivi più elevati. Bisogna possedere ciò che ci serve, ha un valore e un senso, ma eliminare assolutamente il superfluo. Cosa si intende per superfluo? Non si tratta di una questione di beni materiali accumulati, ma piuttosto del rapporto con essi. L'economia consumistica che si basa sulla ripetizione di se stessa, sull'induzione alla propensione al consumo e all'incitamento del desiderio, non ha più senso.
I sostenitori del capitalismo potrebbero deridere l'economia buddhista, affermando che essa non produrrebbe ricchezza e rischierebbe di generare miseria e povertà. Il buddhismo però non è contrario alla ricchezza ma all'attaccamento alla ricchezza, e ciò è ben diverso. L'idea che la ricchezza sia generata soltanto dall'avidità personale è un pregiudizio (12). Molti paesi dell'Estremo Oriente godono di un grande benessere perché i servizi alla collettività funzionano meglio (trasporti pubblici, sicurezza, assistenza sanitaria, istruzione, ricerca scientifica, etc.). Essi sono considerati una priorità, mentre in Occidente non è così. Secondo una visione neoliberista, lo stato dovrebbe essere il meno invasivo possibile, e lasciare ai cittadini la libertà più assoluta comprendendo anche i servizi che dovrebbero essere privatizzati e in mano al mercato, includendo ovviamente anche la possibilità di fare profitto su ciò. Questa visione occidentale del mercato come supremo organizzatore della vita umana non è condivisa dall'economia buddhista, anzi è contestata e sostituita da una visione completamente diversa che pone l'interesse sociale prima del profitto. L'idea che il libero mercato sia in grado di autoregolarsi è stata dimostrata come storicamente falsa (13), e non ha più senso continuare a riproporla come un feticcio.
Un simile sistema basato sull'economia buddhista è un'utopia? Non lo è affatto perché i paesi asiatici hanno già una tendenza culturale a favorire i servizi alla collettività e gestire l'ordine, soprattutto le popolazioni hanno una grande propensione a cooperare. Quando le classi dirigenti e le élite asiatiche capiranno, e ciò sta già avvenendo, che il capitalismo occidentale è incapace di gestire la globalizzazione del pianeta, esse cercheranno un nuovo modello di sviluppo e lo troveranno in se stesse. Bisogna prepararsi a quel momento, comprendere il cambiamento, seguire ed elaborare un modello di sviluppo che non è privo di incognite, oltre alle speranze e alle aspettative che nutre. Il buddhismo come superamento del capitalismo porterà all'affermazione della cooperazione che è l'esatto contrario della competizione (14). I valori del capitalismo sono completamente rovesciati. Max Weber distingueva diversi tipi di agire razionale: agire conforme allo scopo e agire conforme al valore. L'economia buddhista si fonda su una prevalenza dell'agire conforme al valore, ed è questa differenza che le infonde energia. Adesso è il momento che tali valori diventino universali e vengano diffusi per il benessere di tutti, perché il declino del capitalismo può recare molti danni e sofferenze se non viene contrastato. Per fortuna sapere che esiste un'alternativa è un motivo di incoraggiamento formidabile.
Note
1. Cfr. Cristiano Martorella, Il concetto giapponese di economia. Le implicazioni sociologiche e metodologiche, Atti del XXV Convegno di Studi sul Giappone, Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia, 2002.
2. Cfr. Cristiano Martorella, Il declino del capitalismo, in "D La Repubblica", n.685, anno XV, sabato 13 marzo 2010, p.290. L'identico intervento è stato pubblicato dal quotidiano "Il Secolo XIX". Cfr. Cristiano Martorella, Il capitalismo è un sistema che si nutre di contraddizioni, in "Il Secolo XIX", lunedì 1 febbraio 2010, p.20. La decostruzione dell'economia nelle sue componenti ideologiche e mitologiche è stata operata da molti studiosi, in particolare è stata affrontata con maggiore incisività da Serge Latouche. Cfr. Serge Latouche, L'invenzione dell'economia, Bollati Boringhieri, Torino, 2010.
3. Cfr. Max Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, Firenze, 1945.
4. Cfr. Max Weber, Sociologia delle religioni, UTET, Torino, 1976; Max Weber, Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano, 1961; Max Weber, Sociologia della religione, Edizioni di Comunità, Milano, 1982.
5. I sistemi capitalistici sono caratterizzati dall'uso diffuso e intenso della moneta, dall'accumulazione di capitale e reinvestimento di esso, dall'esistenza del libero mercato e del processo di urbanizzazione. Tutto ciò era presente e ben sviluppato nel Giappone del XVII secolo.
6. Claudio Zanier è decisamente polemico con chi sottovaluta il capitalismo giapponese e ne ignora la nascita e crescita. Cfr. Claudio Zanier, Accumulazione e sviluppo economico in Giappone. Dalla fine del XVI alla fine del XIX secolo, Einaudi, Torino, 1975. Edwin Reischauer individua gli stessi meccanismi di sviluppo del capitalismo europeo in Giappone. Cfr. Edwin Reischauer, Storia del Giappone, Rizzoli, Milano, 1994.
7. Cfr. Ernst Fritz Schumacher, Buddhist Economics, in "Resurgence", vol.1, n.11, January-February 1968.
8. Cfr. Daisaku Ikeda, Hazel Henderson, Cittadini del mondo, Sperling & Kupfer, Milano, 2005.
9. Ibidem, p.80.
10. Ibidem, p.161.
11. Ibidem, p.217.
12. Ibidem, pp.214-215.
13. Le critiche più interessanti e valide sono quelle di Karl Polanyi. Cfr. Karl Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974. Sulla questione del mercato autoregolato, ha scritto in maniera inequivocabile anche l'economista Joseph Alois Schumpeter. Secondo Schumpeter, un sistema sociale basato esclusivamente su una rete di liberi contratti guidati dai propri scopi utilitaristici non può funzionare. Ciò che Schumpeter critica, da un punto di vista tecnico, è che il mercato si possa autoregolare da solo. Il mito dell'autoregolazione del mercato è continuamente confutato dalle crisi periodiche che vengono sbrigativamente ignorate e sottovalutate. Cfr. Joseph A. Schumpeter, Il processo capitalistico, Bollati Boringhieri, Torino, 1977; Joseph A. Schumpeter, Storia dell'analisi economica, Bollati Boringhieri, Torino, 1990; Joseph A. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, Edizioni di Comunità, Milano, 1955.
14. Cfr. Daisaku Ikeda, Hazel Henderson, Cittadini del mondo, op. cit., p.203 e p.214.
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