martedì 8 giugno 2010

Crisi economica giapponese

La crisi economica giapponese cominciò a essere avvertita nel 1991, e poi esplose nel 1992 causando l'avviamento di un ciclo recessivo e negativo durato decenni. Alla luce della crisi economica attuale, è interessante rileggere il mio articolo Keizaiteki kiki scritto in proposito. Infatti l'articolo è utile per comprendere come l'attuale crisi provenga da lontano e sia stata generata da una applicazione di sconsiderate teorie economiche che non tengono in considerazione la storia, le condizioni e lo sviluppo concreto dei paesi.



Keizaiteki kiki. La crisi economica giapponese
di Cristiano Martorella

2 dicembre 2001. L’espressione keizaiteki kiki (letteralmente crisi economica) è pienamente adeguata a descrivere la storia giapponese dell’ultimo decennio del XX secolo.

Dopo quasi mezzo secolo di crescita economica a livelli elevati, il Giappone conobbe una grave e inaspettata recessione agli inizi degli anni ’90. Tra il 1950 e il 1973 l’economia crebbe al tasso medio del 10% annuo, raddoppiando la propria dimensione ogni sette anni (crescita elevata, definita in giapponese koudo seichou). Intorno al 1974-1975 vi fu un drastico rallentamento provocato dalla grave crisi petrolifera internazionale. Superato questo breve periodo, la crescita riprese a buoni ritmi. Nel 1986 vi fu il fenomeno della bubble economy, una speculazione sulle aree immobiliari e il mercato azionario che arricchì tantissimi ma creò diverse anomalie. Infatti nel 1991 si manifestò la crisi che portò a un tasso di crescita di appena lo 0,1% nel 1993.

In un primo momento le autorità giapponesi sottovalutarono la crisi, negando anche che si trattasse di una recessione profonda e illudendosi che fosse un momentaneo rallentamento. I governi giapponesi pensarono di poter invertire il trend negativo con qualche operazione di aggiustamento, dimostrando una miopia considerevole. Tra il 1992 e il 1995 furono applicati diversi pacchetti economici, tutti inefficaci. Queste politiche economiche non potevano avere effetto perché paradossalmente erano la causa della recessione. Il finanziamento pubblico indiscriminato aveva creato enormi debiti e messo in crisi il settore finanziario gettando le maggiori banche in un gorgo che le trascinava inesorabilmente al fallimento.

La totale incomprensione della situazione economica da parte della classe dirigente si palesava in imbarazzanti silenzi. Si dovette aspettare l’elezione nel 2001 di Koizumi Jun’ichiro per sentire delle parole chiare sulla crisi giapponese. Il premier non alimentò più le false illusioni e dichiarò che la gravità della situazione imponeva sacrifici per tutti. Koizumi prometteva anche una serie di riforme che avrebbero cambiato drasticamente l’assetto strutturale dell’economia giapponese. Riforme auspicate anche all’estero e che facevano identificare la politica di Koizumi con la tendenza neoliberista di molti paesi occidentali. Ma anche le previsioni di Koizumi si rivelarono eccessivamente ottimiste nonostante il suo atteggiamento realista e pragmatico. Ciò che stava accadendo in Giappone era molto grave e dimostrava ancora una volta quanto economisti, sociologi e analisti sapessero ben poco del mondo che studiavano. Intanto non si era tracciato un quadro interpretativo del fenomeno. Sui giornali di tutto il mondo si parlava di crisi economica giapponese senza specificarne le modalità.

Abbiamo detto che le manovre economiche dei governi giapponesi fra il 1992 e il 1995 non furono la soluzione, ma favorirono la continuazione della crisi. La crisi economica giapponese non fu soltanto causata dall’esplosione della bolla speculativa degli anni ’80. Ogni tipo di speculazione arricchisce qualcuno a scapito di qualcun altro. Ma questo genere di deformazione trova il modo di essere riequilibrata in breve tempo all’interno di un’economia sana. Se non fosse così, il sistema delle borse internazionali sarebbe fallito in pochi anni. Una crisi che perdurava da più di un decennio non poteva essere definita come il riflesso di una speculazione. In un sistema economico integrato come quello giapponese, finanza e apparato statale lavoravano insieme su programmi di lungo termine. Questo genere di politica economica era in passato orchestrata dal MITI (poi divenuto METI), il Ministero del Commercio Estero e dell’Industria. I finanziamenti alle imprese erano operati su criteri di fiducia, in base a credenziali molto difficili da definire in termini tecnici e legate maggiormente a vincoli relazionali (spesso determinati in modo personale e umano).

La seconda particolarità dell’economia giapponese era costituita dagli straordinari attivi dovuti all’esportazione. Questo significa, come contraltare, che il mercato interno del Giappone è insufficiente a coprire in modo discreto l’offerta dell’industria nipponica. E questo non deve sembrare paradossale per un paese considerato come la civiltà del consumismo. In realtà si tratta di uno stereotipo che non tiene presente i fattori materiali e geografici. Le risorse di spazio in Giappone sono estremamente limitate per la presenza di aree montuose e boschive (le quali occupano il 75% del territorio), e che i giapponesi preferirebbero conservare integre, non soltanto per motivi ambientalisti, ma per ragioni storiche e pratiche. Lo sviluppo urbano negli ultimi secoli è avvenuto lungo le coste. Ripensare la geografia urbana del Giappone per conquistare i terreni interni e montuosi da riconvertire all’edilizia sarebbe un impegno titanico (e vano) per creare collegamenti, disboscare, cementificare. La mancanza di risorse naturali ha decretato una vocazione all’esportazione di prodotti tecnologici, un bene che i giapponesi dimostrarono con eccellenza di saper realizzare. Non si deve però credere a un mito tecnologico confondendo il primato dei giapponesi nel settore come una facoltà innata. Ciò provocherebbe confusione, associando l’idea della tecnologia elettronica a una specie di antropologia culturale. E sarebbe un torto arrecato ai giapponesi stessi che si impegnarono fino allo stremo, con enormi sacrifici, per costituire uno stato moderno e competitivo alla pari delle maggiori potenze occidentali.

La tecnologia giapponese non era il prodotto di una semplice applicazione delle tecniche occidentali. Il Giappone non aveva le risorse dell’Impero Britannico, né della Germania, e quanto meno degli Stati Uniti, paese che poteva vantare giacimenti petroliferi e filoni auriferi. La tecnologia non può svilupparsi senza risorse energetiche e il Giappone partiva con questo handicap gravoso. Gli intellettuali giapponesi, come ad esempio Fukuzawa Yukichi (1835-1901), erano pienamente consapevoli dei limiti imposti al loro paese. L’unica risorsa che il Giappone possedeva in abbondanza, accumulata in secoli di storia, era una volontà ferrea, il seishin. Quello stesso seishin (spirito di volontà) che viene rimproverato ai giapponesi attuali come un tratto caratteriale antiquato e retrogrado, caratteristica e retaggio di una cultura samuraica.

Lasciando da parte questo genere di speculazioni e ritornando all’economia, possiamo riconoscere l’applicazione di uno spirito illuminista nella società giapponese dell’Ottocento che diede l’avvio all’ascesa del capitalismo giapponese. Lo spirito illuminista europeo fu l’anima vibrante dell’economia del XVIII e XIX secolo: il concetto di laissez faire, l’idea di un mercato internazionale, il riconoscimento del valore aggiunto, e soprattutto una società concepita sul lavoro. Si passava dall’idea contadina della terra come bene assoluto, all’idea moderna del lavoro come produzione di beni. Un cambiamento epocale. Molti intellettuali giapponesi, influenzati ancora dal seishin, riconobbero nelle idee superiori dell’Illuminismo un principio da perseguire con tenacia, con volontà ferrea. La modernità era considerata un’ideale da tramutare nella società ad ogni costo. Nakae Chomin (1847-1901) tradusse il Contratto sociale di Rousseau, Fukuzawa Yukichi (1835-1901) scrisse Gakumon no susume (Incoraggiamento al sapere), Mitsukuri Rinsho (1847-1897) tradusse il codice civile francese. I risultati si fecero sentire. La riforma del 1871 eliminò le vecchie classi sociali, i privilegi e le restrizioni. Con lo shimin byodo (parità delle quattro categorie), il 99% della popolazione si trovò istituzionalmente allo stesso livello. Il Giappone fu il primo paese asiatico a dotarsi di una costituzione (1889). I paradossi della nazione tramutarono lo svantaggio in una occasione straordinaria.

La debolezza del paese era evidente a tutti, dai cittadini alle classi dirigenti. Ciò che accade comunemente in situazioni simili, è quello spostamento d’interessi del governo verso la conservazione del proprio potere a discapito della collettività. Una tendenza egoistica teorizzata in parte da Otto Hintze. Cosa che d’altronde molti storici attribuiscono anche allo stesso Giappone della Restaurazione Meiji. Ma l’innesto delle idee illuministe nella società giapponese ebbe un effetto inaspettato e sotterraneo. Il periodo Edo (1600-1867) aveva profondamente cambiato i rapporti di forza fra le classi, a favore di una emergente borghesia. L’arrivo delle idee illuministe fu come gettare benzina sul fuoco. Il Giappone era povero di risorse materiali, ma particolarmente ricco di risorse intellettuali. L’Illuminismo alimentava la fiducia nella ragione e nelle sue capacità. I politici giapponesi credettero di poter battere l’Occidente usando l’intelligenza e, in maniera metaforica, accettarono nel loro pantheon di divinità scintoiste anche la dea dei lumi. L’espressione "toyo dotoku seiyo geijutsu" (morale orientale e tecnica occidentale) può essere interpretata anche come "intelligenza" giapponese nell’applicazione del sapere. Erano infatti le idee illuministe che affermavano l’universalità della ragione e il relativismo delle culture. La scienza non era dunque una prerogativa culturale europea.

L’economia giapponese del XIX e XX secolo si sviluppò quindi come un’economia della concertazione, di un tacito contratto sociale sottoscritto da tutti i cittadini: uno stato economicamente più forte per il bene di tutti. Quando questo modello si dimostrò vincente nel XX secolo, molti intellettuali giapponesi si accanirono per dimostrare le origini della coesione sociale giapponese nell’applicazione dei principi confuciani. Primo fra tutti Morishima Michio, autore di Why has Japan Succeeded? Tutto ciò lascia perplessi. La necessità ideologica di creare una spiegazione orientale alla storia economica giapponese tentava di negare come fosse stato lo spirito illuminista a innescare la scintilla del capitalismo giapponese. Il confucianesimo è la forma di pensiero conservatore più stabile che sia stata formulata. Confucio affermava: "Io non creo, seguo la tradizione" (I dialoghi, VII, 1). Il confucianesimo è funzionale al mondo contadino, e notevolmente in contraddizione con la modernità. I giapponesi non potevano ammettere d’aver applicato i principi illuministi degli occidentali in una società influenzata da altri fattori, come ad esempio il pensiero buddhista, una religione che ridimensionava le tendenze individualiste. Anzi, volevano negarlo, facendo credere d’aver usato soltanto le tecniche degli occidentali (wakon yosai) e non il loro spirito. In realtà la società giapponese era una creazione totalmente nuova e originale che non poteva essere attribuita né alla tradizione orientale né alla scienza occidentale. Era qualcosa di completamente nuovo. Gli intellettuali, con l’appoggio della classe politica, avevano creato nel periodo Meiji (1868-1912) una creatura simile al mostro descritta nel romanzo Frankenstein di Mary Shelley. Dal laboratorio Giappone era uscita una creatura composta di pezzi diversi: principi illuministi, tecniche occidentali, spirito buddhista, vitalismo shintoista, regole confuciane. Dunque non bisogna meravigliarsi se oggi, nel XXI secolo, nessuno è in grado di spiegare i fenomeni economici giapponesi. Il mostro è terribile nella sua magnificenza.

Il Giappone è entrato in una profonda crisi economica per ragioni intrinseche del suo sistema, le stesse ragioni che furono motivo di riscossa e ascesa. Sarebbe sbagliato credere, come fa Vittorio Volpi, che il sistema giapponese presenti delle anomalie anacronistiche dovute a un mancato sviluppo liberale della sua economia. Volpi considera il modello occidentale come panacea di tutti i mali. Ma dimentica quanto i giapponesi siano stati più occidentali di chiunque altro nell’applicazione dei principi illuministi. Una liberalizzazione economica sfrenata e selvaggia non porterebbe soltanto vantaggi, ma anche storture ragguardevoli. Ad esempio, l’abbandono in mano a privati privi di scrupoli delle centrali nucleari, con rischi incalcolabili (come segnalato da un articolo di Pio d’Emilia).

La situazione giapponese è delicata, perciò bisogna essere cauti nelle affermazioni. A volte le crisi economiche si sono tramutate in svolte autoritarie, come nel caso della Repubblica di Weimar. Se non vogliamo creare l’emersione di un neoimperalismo giapponese, bisogna eliminare questo clima di contrapposizione che trasforma il Giappone in un caso patologico. In un mondo globalizzato i problemi vanno affrontati insieme, e nessuno deve ergersi a maestro sull’altro.

Avendo tracciato un piccolo quadro storico, possiamo meglio capire cosa è accaduto negli anni ’90. Le banche giapponesi, come era prassi consolidata, avevano finanziato le imprese anche quando le condizioni non erano favorevoli. Rispetto al passato, esistevano però una serie di fattori concomitanti che non permettevano più una simile procedura. Soprattutto la crisi mondiale all’inizio degli anni ’90, la quale colpì gravemente gli Stati Uniti (che ne uscirono grazie all’amministrazione Clinton) e in seguito le "tigri asiatiche" (Corea del sud, Singapore, Taiwan, Hong Kong). Il Giappone era troppo dipendente dalle esportazioni, e le difficoltà dei suoi clienti stranieri ebbero gravi ripercussioni. L’industria nipponica era sana, produttiva, altamente competitiva, ma la mancanza di vendite provocate dalla crisi che aveva attanagliato i paesi stranieri ebbe un effetto superiore alle aspettative. Le banche che avevano sostenuto e coperto i passivi delle imprese furono trascinate in una spirale perversa. Le imprese fallivano e i debiti non venivano riscossi. In breve tempo il settore bancario giapponese entrò in crisi. Gli istituti bancari chiudevano uno dopo l’altro. Sembrava un collasso inconcepibile. La situazione si stabilizzò dopo l’intervento del governo a sostegno del settore finanziario. Ma la situazione era ormai compromessa. C’erano però aspetti paradossali: il Giappone era il maggior creditore fra i paesi del mondo. La sua crisi era dovuta soltanto a una concomitanza di eventi che erano particolarmente significativi e dannosi per il suo sistema altamente integrato (che crea quindi dipendenze e relazioni forti fra i diversi settori economici).

Omae Ken’ichi (trascritto anche Ohmae Kenichi), nel suo Il continente invisibile, ci presenta una storia della crisi economica giapponese che fornisce nuovi elementi interpretativi. Secondo Omae, negli anni ’90 sarebbero stati gli Stati Uniti a imporre le scelte economiche dei giapponesi. Egli denuncia che i sostenitori americani del libero mercato sono gli stessi che chiedono ai governanti giapponesi di ricostruire l’economia nipponica attraverso investimenti statali. Tra il 1998 e il 2000, il governo statunitense ha chiesto al governo giapponese di abbassare a zero i tassi d’interesse, di ridurre la pressione fiscale, aumentare la spesa pubblica e salvare le banche. Omae ritiene che la spesa pubblica sia la causa della crisi e che gli Stati Uniti stiano chiedendo al Giappone manovre economiche che impediscano la ripresa.

Uscirà il Giappone dalla crisi che l’ha attanagliato? E in quale modo? Non spettano a noi queste risposte. Sarebbe estremamente presuntuoso pensare di poter parlare per gli altri. Sarà il popolo giapponese a fornire le risposte alle domande che ci siamo posti. Possiamo soltanto immaginare che le risorse che i giapponesi potranno sfruttare sono quelle che abbiamo già individuato: la creatività e l’ingegno intellettuale.



Bibliografia

Ito, Takatoshi, L’economia giapponese, EGEA, Milano, 1995.
Morishima, Michio, Why has Japan Succeeded?, Cambridge University Press, Cambridge, 1982.
Omae, Ken’ichi [Ohmae Kenichi], Il continente invisibile, Fazi Editore, Roma, 2001.
Halliday, Jon, A Political History of Japanese Capitalism, Pantheon Books, New York, 1975
Takaiya, Taichi, Taihen na jidai, Kodansha, Tokyo, 1998.
D’Emilia, Pio, Aiuto! Il nucleare è in mano ai kamikaze, in "Sette", 30 novembre 2000.
Volpi, Vittorio, Un Big Bang alla giapponese, in "Italia Giappone Oggi", anno XIV, n.56, novembre 1996.
Yanaga, Chitoshi, Big Business in Japanese Politics, Yale University Press, New Haven and London, 1969.

domenica 6 giugno 2010

Kisei kanwa

In questi giorni si discute molto di nuove regole per il mercato economico, dimenticando quanto si è detto poco tempo fa sull'argomento. Infatti ciò che si è sostenuto per anni è stato l'esatto contrario. Per questo motivo ripropongo un mio articolo pubblicato nel 2002, sulla questione delle riforme in Giappone. Trovo che sia importante non perdere la memoria degli eventi storici, anche recenti.



Kisei kanwa, la deregulation
Liberismo e libero mercato nell’economia giapponese
di Cristiano Martorella

20 dicembre 2002. Deregulation si dice in giapponese kisei kanwa. Un altro modo per dire deregulation è kisei teppai. C’è una leggera differenza fra le due espressioni. Kisei significa regolamentazione. Kanwa è un’attenuazione, mentre teppai è un’abolizione. Dunque i giapponesi preferiscono tradurre deregulation con kisei kanwa che ha il senso di una diminuzione delle regole, così come nel significato originale del termine deregulation (deregolamentazione).
Prima di trattare l’argomento in questione è necessaria una premessa. La società e l’economia giapponese hanno una propria specificità che si è realizzata attraverso il particolare sviluppo storico e culturale del paese. Tuttavia questa specificità non impedisce di inquadrare il Giappone in un contesto internazionale secondo le tematiche universali della politica e della sociologia. D’altronde il contrasto fra particolarità e universalità è un problema filosofico ancora dibattuto. Eppure nessuno studioso serio metterebbe in dubbio l’efficacia del metodo comparativo. La comparazione è uno strumento storiografico che serve a cogliere corrispondenze e differenze specifiche (1). Fu lo storico Noro Eitaro (1900-1934), autore di Nihon shihonshugi hattatsushi (Storia dello sviluppo del capitalismo giapponese) che dimostrò l’utilità del taglio comparativo capace di trattare i fenomeni giapponesi facendo uso di un linguaggio universale. E non possiamo dimenticare che il più autorevole sociologo, Max Weber (1864-1920), fu un tenace sostenitore nonché teorico e utilizzatore del metodo comparativo. Secondo Weber la spiegazione causale dei fenomeni culturali concerne la relazione individuale fra fenomeni storici e non la sussunzione di questi dentro un sistema di leggi generali, come avviene invece per le scienze naturali. Così si salva il carattere oggettivo e scientifico dell’indagine senza precludere la possibilità di stabilire relazione esplicative tra i fenomeni storici. Dunque non c’è motivo di dubitare della validità del metodo storico comparativo.
Il liberismo è la teoria economica che sostiene il vantaggio personale come unico e autentico stimolo per l’uomo ad operare in economia. Pertanto il sistema economico più consono sarebbe la libertà d’impresa o libera iniziativa. A livello macroeconomico il liberismo si esprime eliminando il protezionismo, le barriere doganali, i vincoli amministrativi, gli ostacoli tariffari, e favorendo viceversa il libero mercato. Inoltre sostiene la lotta contro i monopoli in favore della libera concorrenza.
Al liberismo possono essere associati i nomi di importanti economisti: Adam Smith, David Ricardo, William Jevons, Carl Menger, Vilfredo Pareto, Friedrich August Hayek, Milton Friedman e Maurice Allais.
Negli anni ’80 del XX secolo la dottrina liberista ebbe due eccezionali interpreti nel presidente statunitense Ronald Reagan e nel premier britannico Margaret Thatcher. Essi operarono su vasta scala e in modo intensivo proclamando la fiducia nel libero mercato. Margaret Thatcher smantellò lo stato assistenzialista (welfare state) che era causa di un forte indebitamento pubblico. La politica economica di Reagan chiamata "reaganomics" era fondata sulla diminuzione della pressione fiscale sulle imprese per favorire gli investimenti dei privati.
La deregulation (deregolamentazione) è una politica mirante alla trasformazione delle regole alle quali debbono sottostare le imprese in modo da renderle più libere di agire e rinforzare così la loro concorrenzialità. La deregulation fornisce anche la possibilità alle imprese private di entrare in settori precedentemente controllati dallo stato (per esempio i trasporti, le telecomunicazioni, i servizi pubblici).
Il premier Koizumi Jun’ichiro, eletto nel 2001, fu il primo politico giapponese a includere nel suo programma riforme liberiste che includevano una deregulation del mercato del lavoro. Ciò sollevò le preoccupazioni di un ampio strato della popolazione ormai abituata al posto fisso. Gli economisti giapponesi si pronunciarono senza riserve sulla questione della deregulation. Secondo Ohmae Kenichi (trascritto anche Omae Ken'ichi) il Giappone ha un debito pubblico insostenibile. Per superare questa impasse sarebbe necessario un batan (colpo). Bisognerebbe eliminare le banche e gli istituti finanziari in condizioni disastrate e accettare un elevato tasso di disoccupazione.

"Inoltre il governo giapponese dovrebbe ammettere la necessità di entrare in un lungo tunnel. Deregolamentando l’economia e lasciandosi catapultare nel tunnel, il Giappone potrebbe dare impulso alla produzione di nuova ricchezza. […] Perché il piano funzioni bisogna che il governo accetti l’idea di un aumento della disoccupazione fino a un tasso del 7-8% (forse anche con punte di oltre il 10%), che crea mobilità nel mercato del lavoro. […] In tutta onestà, la nostra famosa rete di sicurezza per i dipendenti garantisce troppa sicurezza, al punto che nessuno si muove." (2)

Questa posizione a favore della deregulation ha trovato numerosi oppositori in Giappone, in particolare gli economisti Tachibanaki Toshiaki e Ito Makoto che hanno indicato nella svolta liberista giapponese la causa delle crescenti disuguaglianze economiche e del disagio sociale.

"In ogni modo, attraverso questo processo di riforma economica e di ristrutturazione politica che ha l’obiettivo di creare un mercato sempre più competitivo all’interno di un sistema neoliberista, la società giapponese sta rafforzando la sua natura capitalistica di paese dipendente dalla grande impresa: una nazione che, per realizzare questi obiettivi, tende a opprimere le masse di lavoratori, combinando un mercato del lavoro sempre più competitivo a un sindacato sempre più debole. E se è vero che nei periodi di grande crescita il Giappone ha mostrato una tendenza verso un sistema di eguaglianza sociale economica, è anche vero che la tendenza si è invertita spostandosi verso un modello sempre più sperequato a vantaggio della popolazione ricca, della grande impresa, delle grandi banche più importanti e delle altre istituzioni finanziarie. In una ricerca statistica del 1998 Tachibanaki rivelava che l’indice di disuguaglianza nella distribuzione del reddito in Giappone era cresciuto rapidamente tra gli anni ’80 e ’90, e aveva superato sorprendentemente quello degli Stati Uniti. Questa trasformazione sociale del Giappone verso una crescita delle disuguaglianze sarà controproducente per la ripresa economica, anche se può essere considerato il risultato paradossale della riuscita ristrutturazione di un’economia capitalistica di mercato competitiva." (3)

Ito Makoto fornisce una interpretazione opposta al punto di vista di Ohmae Kenichi, ma è importante notare come egli riconosca l’esistenza della deregulation in Giappone. Entrambi gli autori descrivono la tendenza dell’economia giapponese al liberismo, ma mentre Ito Makoto la condanna, Ohmae Kenichi l’incoraggia. Un altro economista favorevole alla deregulation e al liberismo è Noguchi Yukio. Egli è un convinto assertore della necessità di riforme economiche eliminando l’impiego a vita, i salari in relazione all’anzianità di servizio e tutte quelle protezioni che impediscono la competizione. Dal punto di vista finanziario Noguchi critica la finanza pubblica centralizzata imperniata sulle imposte indirette e la protezione dei settori a bassa produttività. Insomma, egli propone la ricetta neoliberista di Reagan e Thatcher: chi non è in grado di sostenere la concorrenza deve fallire ed essere espulso dal mercato. Ogni tipo di assistenzialismo è eliminato. Noguchi Yukio è anche favorevole alla globalizzazione che considera un’occasione per competere sul libero mercato internazionale.
Non è facile destreggiarsi fra i diversi sostenitori delle teorie economiche. In questo senso sono utili le considerazioni di Sasaki Tadao che condanna la scellerata politica monetaria degli anni ’90.

"All’origine dell’inasprimento della crisi è il fallimento delle politiche economiche, ma è stata la ricetta monetarista che ha portato al restringimento dei cordoni della spesa pubblica, al rialzo delle tasse sui consumi di due punti percentuali nel 1997 […] Burocrati ed economisti della corrente maggioritaria, nel periodo successivo allo scoppio della bolla nel 1990, ignorarono l’opinione che fossero necessarie riparazioni di grande portata per i bad loans [prestiti inesigibili, ndr] a causa del carattere della crisi, determinata dal crollo dei prezzi delle attività finanziarie, e sostennero che fosse sufficiente proseguire la deregolamentazione mantenendo politiche di stimolo congiunturali operanti sugli aspetti di flusso dell’economia. L’idea che l’avvicinamento a un mercato ideale porti al rafforzamento dell’economia giapponese non è altro che ideologia dogmatica." (4)

Sasaki Tadao individua il nocciolo della questione. La fiducia nel libero mercato sembra un atto di fede piuttosto che la propensione razionale allo scambio utilitario (dottrina del liberismo di Adam Smith). Se la teoria liberista pone come condizione imprescindibile la libera concorrenza, possiamo porre lo stesso liberismo nel mercato delle idee economiche. Il fallimento delle politiche liberiste e della deregulation comporterà inevitabilmente il loro abbandono, altrimenti sarà il loro successo a decretarne la validità.

Note

1. Cfr. Hintze, Otto, Storia, sociologia, istituzioni. Introduzione di Giuseppe Di Costanzo. Morano Editore, Napoli, 1990, p.8.
2. Ohmae, Kenichi, Il continente invisibile, Fazi Editore, Roma, 2001, p.260.
3. Ito, Makoto, La crisi giapponese, in "La rivista del manifesto", n.19 luglio-agosto 2001.
4. Cfr. Collotti Pischel, Enrica (a cura di), Capire il Giappone, Franco Angeli, Milano, 1999, p.345.

Bibliografia

Drucker, Peter, La società post-capitalistica, Sperling & Kupfer, Milano, 1993.
Hammer, Michael e Champy, James, Ripensare l’azienda, Sperling & Kupfer, Milano, 1994.
Jenkins, Clive e Sherman, Barrie, The Collapse of Work, Eyre Methuen, London, 1979.
Ito, Makoto, The World Economic Crisis and Japanese Capitalism, Macmillan, London, 2000.
Rifkin, Jeremy, La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Arnoldo Mondadori, Milano, 2002.
Tachibanaki, Toshiaki, Nihon no keizai kakusa, Iwanami shoten, Tokyo, 1998.
Takahashi, Makoto, Toyota breaks new ground with cost-cutting system, in "The Nikkei Weekly", 23 settembre 2002, p.10.
Noguchi, Yukio, Senkyuhyakuyonjunen taisei, Toyo Keizai Shinposha, Tokyo, 1995.
Ohmae, Kenichi [Omae, Ken'ichi], Il continente invisibile. Oltre la fine degli stati-nazione: quattro imperativi strategici nell’era della Rete e della globalizzazione, Fazi Editore, Roma, 2001.
Ohmae, Kenichi [Omae Ken'ichi], Il mondo senza confini: lezione di management nella nuova logica del mercato globale, Il Sole 24 Ore, Milano, 1991.

venerdì 4 giugno 2010

Hatoyama Yukio si dimette

Il premier giapponese Hatoyama Yukio ha annunciato le sue dimissioni, mercoledì 2 giugno, dopo che era stato circa otto mesi in carica. La sua popolarità era precipitata al 24%, e le dure polemiche scaturite dalla mancata chiusura della base statunitense di Futenma nell'isola di Okinawa, lo avevano fortemente indebolito. La situazione era precipitata dopo le dimissioni del ministro delle Pari opportunità, Fukushima Mizuho, leader del Partito Socialdemocratico. Contestualmente il Partito Socialdemocratico (Shakaiminshuto) annunciava di ritirarsi dal governo.
La notizia non è certamente rassicurante. Il Giappone si trova ancora in una critica situazione economica, e la ripresa è piuttosto debole. I mercati non accolgono bene l'evento. L'instabilità politica sta emergendo come un nuovo inaspettato problema per la società giapponese. Le ultime elezioni sembravano aver confermato una tendenza, e il consolidarsi di una coalizione politica, ma sembra che non sia affatto così. L'instabilità politica si presenta come un ulteriore problema per il paese del Sol Levante.
Cristiano Martorella

venerdì 28 maggio 2010

Prima guerra mondiale

Prima Guerra Mondiale
L'impegno dell'Impero del Sol Levante
di Cristiano Martorella

1. Premesse e considerazioni sulla storiografia

17 febbraio 2008. L'intervento del Giappone nella Prima Guerra Mondiale, in giapponese Daiichiji sekai taisen, è poco ricordato nei libri di storia occidentali. Ciò avviene perché politicamente scomodo. Infatti risulta estremamente facile condannare il militarismo giapponese quando è schierato con gli avversari ed è sconfitto, mentre è difficile accusarlo quando è alleato delle nazioni democratiche occidentali ed è vittorioso. In realtà la potenza militare del Sol Levante fu sostenuta e incoraggiata dalle potenze europee quando si opponeva alle nazioni rivali come la Germania e la Russia, mentre divenne invece una insidia quando minacciò gli interessi occidentali nell'Estremo Oriente. Ciò appare evidente con la Prima Guerra Mondiale, quando il Giappone era schierato con la Gran Bretagna e la Francia. Insomma, si trattò di un uso strumentale che non teneva in alcuna considerazione la diffusione dei diritti civili, e non sostenne in modo adeguato la fragile democrazia giapponese aggredita dagli estremismi. Nei libri di storia occidentali si racconta che il Giappone fosse un paese autoritario che divenne democratico solo dopo la sconfitta della Seconda Guerra Mondiale (1) nel 1945. Curiosamente questo stesso paese era alleato delle potenze occidentali nella Prima Guerra Mondiale, ossia già nel 1914. All'inizio del Novecento l'Impero del Sol Levante divenne una temibile potenza militare con il sostegno dell'Occidente fra il plauso e le lodi di tanti ammiratori, e anche parecchi aiuti materiali (2). Nel Giappone non vi era nulla di corrotto, lo era invece la mentalità dell'epoca che credeva nella forza degli eserciti e nel colonialismo come diffusione della civiltà. Questo saggio vuole raccogliere la descrizione puntuale e puntigliosa di alcuni eventi della Prima Guerra Mondiale ignorati dalla stampa. Ciascuno potrà poi trarne liberamente le dovute conseguenze cercando di conoscere la storia in modo completo e non lacunoso.

2. Il coinvolgimento politico e militare

Il coinvolgimento del Giappone nella Prima Guerra Mondiale fu abbastanza rapido. Ecco la cronologia degli eventi. A causa dell'attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914, l'Austria dichiara guerra alla Serbia il 28 luglio. Il giorno 1 agosto 1914, la Germania dichiara guerra alla Russia. Il 3 agosto la Germania dichiara guerra alla Francia, il 4 agosto la Gran Bretagna dichiara guerra alla Germania, e il 12 agosto all'Austria. Il Giappone, su sollecitazione della Gran Bretagna, dichiara guerra alla Germania il 23 agosto 1914, appena tre settimane dopo l'inizio delle ostilità. L'intervento del Giappone fu voluto dalla Gran Bretagna, anche se riluttante e timorosa per l'ascesa della potenza nipponica. D'altronde il ruolo del Giappone nell'Oceano Pacifico era cruciale. La più potente flotta nell'Oceano Pacifico era giapponese. Soltanto i giapponesi potevano bloccare le navi tedesche presenti nelle vicinanze delle colonie, e impedire la minaccia e l'attacco tedesco verso l'India e l'Indocina. La Gran Bretagna aveva firmato già molti trattati d'alleanza con il Giappone. Il trattato anglo-giapponese del 1902 era stato rinnovato nel 1905, eppoi nel 1911. Il Giappone garantiva la protezione dell'India, possedimento britannico, dalle mire espansionistiche di Germania e Russia. Ma gli accordi fra Gran Bretagna e Giappone disturbavano la potenza americana. Gli Stati Uniti volevano espandere la loro influenza anche in Asia, inoltre avevano gravi problemi di politica interna con gli immigrati giapponesi. Essendo ottima manodopera capace di avviare attività imprenditoriali, gli immigrati giapponesi disturbarono i locali cittadini statunitensi e i loro egoistici interessi. Si arrivò addirittura a promulgare aberranti leggi locali contro i giapponesi. I bambini giapponesi erano esclusi dalle scuole col pretesto della mancanza di aule. Col Webb Act votato nello stato di California nel 1913, si vietava ai cittadini giapponesi di possedere terre. Queste angherie accrebbero smisuratamente il senso d'inferiorità e la volontà di riscatto dei giapponesi fermamente decisi a confrontarsi sullo stesso campo di battaglia degli occidentali: lo sviluppo della potenza militare.

3. L'impiego della marina militare

Nel 1914 la Marina imperiale giapponese (Dainihon teikoku kaigun) era la forza navale più potente presente nell'Oceano Pacifico, superiore anche ai contingenti statunitensi e britannici (3). Essa era composta da 22 corazzate, 2 incrociatori da battaglia, 15 incrociatori corazzati, 19 incrociatori protetti, 50 cacciatorpediniere, 40 torpediniere e 13 sommergibili. Le unità (4) più importanti erano le navi da battaglia Kawachi, Settsu, Fuso, Yamashiro e Ise, gli incrociatori Kongo, Hiei, Haruna, Kirishima, Kurama, Izumo, Iwate e Ibuki, gli incrociatori leggeri Chikuma, Hirado, Yahagi e Tone, i cacciatorpediniere Umikaze, Yamakaze, Sakura, Tachibana, Urakaze. Durante il periodo 1914-1918 furono impostate e costruite nuove navi da guerra, più potenti e innovative. Esse erano le navi da battaglia Nagato e Mutsu, gli incrociatori Tatsuta, Kuma, Tama e Yubari, i cacciatorpediniere Kaba, Kaede, Katsura, Kashiwa, Kusunoki, Matsu, Sakaki, Sugi e Ume. Tutte queste navi furono rilevanti e pregevoli, tanto che alcune di esse parteciparono anche alla Seconda Guerra Mondiale. Le corazzate Fuso e Yamashiro, costruite rispettivamente negli arsenali di Kure e Yokosuka nel 1912 e 1913, erano navi dalle linee armoniose, con l'armamento ripartito in due gruppi, e la protezione con una blindatura laterale massima di 305 mm. Entrambe affondarono nella battaglia dello stretto di Surigao il 25 ottobre 1944. Gli incrociatori Kongo, Haruna, Hiei e Kirishima, costruiti nel periodo 1911-1915, parteciparono a entrambi i conflitti mondiali. Al loro ingresso in servizio suscitarono notevole impressione perché imbarcavano un armamento principale che non trovava riscontro su nessun'altra unità similare, con 8 cannoni da 356 mm. La protezione raggiungeva uno spessore di 203 mm. L'apparato motore si componeva di 4 turbine ad accoppiamento diretto, con una potenza di 64000 HP e una velocità di 27,5 nodi. Kirishima e Hiei affondarono nel novembre del 1942 nelle acque di Guadalcanal, il Kongo affondò il 21 novembre 1944 presso Formosa, e l'Haruna fu distrutto dal bombardamento aereo del 27 luglio 1945 sull'arsenale di Kure. Quando apparvero nel 1907, l'Ibuki e il Kuruma furono i più potenti incrociatori corazzati costruiti al mondo. Durante la Prima Guerra Mondiale parteciparono alle operazioni intorno a Tsingtao e alla caccia alla squadra navale di Maximiliam von Spee. L'Ibuki fu la prima nave giapponese a imbarcare un apparato motore a turbina. Ritenuti superati, Ibuki e Kuruma furono smantellati nel 1923. La Marina imperiale giapponese vantò anche un altro primato. Essa fu fra le prime, insieme a quella di Stati Uniti e Gran Bretagna (5), a possedere navi adibite al trasporto di aerei. La Wakamiya Maru era una nave appoggio in grado di trasportare quattro idrovolanti Farman. Varata nel 1913, questa unità era capace di depositare con le sue gru gli aerei in acqua per il decollo, eppoi recuperarli dopo l'ammaraggio. Gli aerei Farman MF.7 erano impiegati come ricognitori e come bombardieri con circa dieci piccole bombe. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la Wakamiya Maru salpò alla volta del porto cinese di Tsingtao, colonia tedesca. Il 5 settembre 1914, due Farman giapponesi sganciarono alcune bombe sulla batteria costiera. Il 13 ottobre ci fu un duello aereo fra un velivolo Taube tedesco e un Farman giapponese. Si trattò del primo scontro fra aeroplani della Prima Guerra Mondiale. In totale, durante l'assedio di Tsingtao, conclusosi con la capitolazione tedesca, gli aerei della Marina imperiale giapponese eseguirono 50 missioni e sganciarono 200 bombe, affondando anche una silurante.
Gli eventi che portarono il Giappone alla guerra contro la Germania furono abbastanza rapidi. Come alleato della Gran Bretagna, il Giappone inviò un ultimatum alla Germania il 15 agosto 1914, esigendo la resa della base tedesca di Tsingtao. Le forze navali germaniche, agli ordini del capitano di vascello Mayer-Waldeck, erano composte dalle cannoniere Jaguar, Tiger, Iltis, e Luchs, dal cacciatorpediniere S 90 e dall'incrociatore protetto austriaco Kaiserin Elisabeth. La squadra navale nipponica era comandata dal viceammiraglio Satou, ed era composta dalle corazzate Suwo, Iwami e Tango, dagli incrociatori corazzati Iwate, Tokiwa e Yakumo, dall'incrociatore protetto Tone, e circa una dozzina di cacciatorpediniere. Le unità impiegate dal Giappone non erano le più importanti e moderne che restavano invece in riserva a difesa del Giappone. Ad esempio, la corazzata Suwo era una vecchia nave russa, la Poltava, catturata a Tsushima. Le navi moderne erano risparmiate e tenute al riparo per l'impiego nelle battaglie strategiche della futura espansione dell'Impero giapponese. Scaduto l'ultimatum, il giorno 23 agosto 1914, i giapponesi incominciarono la guerra. Il primo sbarco avvenne a 150 km a nord di Tsingtao. Il 4 settembre il cacciatorpediniere Shirotaye si incagliò in una roccia e fu perduto. Il 28 settembre iniziò un massiccio fuoco contro le postazioni nemiche dalle corazzate Suwo, Iwanami e Tango, coadiuvate dalle artiglierie di terra. Il cacciatorpediniere tedesco S 90 cercò la fuga, e durante la navigazione si scontrò con l'incrociatore giapponese Takachiho che affondò con tre siluri. Tuttavia l'S 90 fu costretto all'autoaffondamento perché non aveva nessuna base dove ripararsi e rifornirsi. Il 7 novembre 1914 la base tedesca si arrese definitivamente. Le forze giapponesi erano soverchianti e controllavano vaste zone dell'Oceano Pacifico. Queste condizioni furono determinanti allo spostamento delle forze germaniche dall'Oceano Pacifico, un ritiro forzato che costò la perdita di numerose unità. La squadra navale del viceammiraglio Maximilian Johannes von Spee, che schierava gli incrociatori corazzati Scharnhorst e Gneisenau, partì dall'isola di Pagan, raggiunse Tahiti, poi l'isola di Pasqua, e superato lo stretto di Magellano, affrontò nell'Oceano Atlantico le navi britanniche. L'8 dicembre 1914 la squadra di Spee fu distrutta nella battaglia delle Falkland.
La flotta giapponese aveva raggiunto i suoi scopi avendo eliminato le navi tedesche dall'Oceano Pacifico. Essa rimase inattiva fino al 1917, quando fu richiesto il suo intervento nel Mediterraneo. Si creò infatti una condizione inaspettata. I sommergibili tedeschi del tipo U-Boot erano divenuti una minaccia terribile per il traffico marittimo. In particolare la Francia che era impegnata in una vera lotta per la sopravvivenza, col nemico già penetrato oltre i confini nazionali, non era disponibile a temporeggiare. I rifornimenti che raggiungevano la Francia sulle rotte del Mediterraneo erano indispensabili. Così Gran Bretagna e Francia chiesero aiuto al Giappone. Era anche considerata la disponibilità da parte della flotta giapponese di ottimi cacciatorpediniere, fra i più moderni e versatili costruiti in quel periodo. Allora fu composta una squadra navale comandata dal viceammiraglio Satou, costituita dall'incrociatore protetto Akashi e dodici cacciatorpediniere, fra cui ricordiamo il Katsura, il Kusunoki e l'Ume. La squadra navale penetrò in Mediterraneo operando in completa sicurezza e allontanando i sommergibili nemici dalle rotte cruciali. Notevole fu l'impatto politico e morale di questa operazione. La squadra giapponese era la prima flotta asiatica nella storia che penetrava le acque europee per condurvi operazioni militari.
Il contributo bellico del Giappone fu anche rappresentato da importanti rifornimenti militari agli alleati. Nel 1917 il Giappone fornì alla Francia ben dodici cacciatorpediniere del tipo Kaba. Essi costituirono la classe Algerien e restarono in servizio fino al 1936, anno della radiazione e demolizione. Questi successi spinsero le autorità politiche del Giappone a consolidare e rafforzare i piani di potenziamento dell'apparato militare, purtroppo con le conseguenze tragiche che ben conosciamo.

4. Il debutto dell'aeronautica

I giapponesi furono i primi a comprendere l'importanza dell'aeroplano come macchina da guerra (6). L'Impero del Sol Levante aveva intensificato la crescita dell'industria che era pari alle maggiori potenze. Il primo aeroplano a volare era stato un biplano pilotato dal capitano Tokugawa Yoshitoshi, il giorno 19 dicembre 1910. Come ben sanno gli esperti di aeronautica, ciò che è fondamentale nella costituzione di una forza aerea è l'addestramento dei piloti. I giapponesi perseguirono questo scopo raggiungendo straordinari risultati. I successi militari del Giappone furono conseguiti soprattutto grazie alla preparazione e competenza del personale tecnico e dei piloti.
La formazione dell'aviazione giapponese cominciò nel 1909, quando fu formato uno speciale comitato per lo sviluppo dell'aeronautica. Ne facevano parte personalità di spicco sia militari che civili, con forte partecipazione di scienziati e docenti universitari. I piloti erano addestrati nelle scuole straniere, e gli ufficiali inviati in Francia e negli Stati Uniti. In questo ambiente crebbe il capitano ingegnere del genio navale Nakajima Chikuhei (7), un talento dell'aeronautica che congedatosi nel 1917 fondò l'Istituto dell'Aeroplano presso la prefettura di Gunma, eppoi la società Nakajima Hikoki. Nel 1910 era volato il primo aeroplano pilotato da un giapponese. Nel 1911 l'Esercito imperiale disponeva di tre Farman, un Antoinette, un Blériot, e due Wright. Presso l'aeroporto militare di Tokorozawa nella prefettura di Saitama, venne realizzata una fabbrica per la costruzione di aeroplani su disegni originali giapponesi. Così già nel 1912 volavano i due primi aeroplani costruiti in Giappone. Perciò quando i giapponesi attaccarono la colonia tedesca di Tsingtao, fecero un uso intenso degli aerei in loro possesso. Furono utilizzati otto aeroplani, di cui quattro idrovolanti biplani. Con queste macchine furono effettuati numerosi bombardamenti sulle fortificazioni e le imbarcazioni. Gli aerei erano equipaggiati con rastrelliere per il lancio di bombe ottenute da grossi proiettili di artiglieria muniti di dispositivi direzionali. Così fu affondata una nave silurante tedesca dagli abili aviatori nipponici. Inoltre i velivoli giapponesi si scontrarono in combattimento con un monoplano tedesco del tipo Taube.

5. La fine del conflitto e gli accordi internazionali

Nel 1918 la guerra ebbe termine, e il Giappone partecipò come nazione vincitrice alla conferenza di pace di Versailles. L'Impero del Sol Levante aveva ottenuto molti benefici senza gravosi oneri e pochissime perdite. Così gli vennero assegnati i territori germanici dello Shantung, il mandato sulle isole Marshall, Caroline e Marianne (tranne Guam). Ciò irritò terribilmente gli ambienti politici statunitensi ostili all'espansionismo nipponico in Cina e nel Pacifico. D'altronde i piani giapponesi di riarmo erano preoccupanti, e l'occupazione della Cina era un fatto grave non trascurabile. Durante la guerra, il Giappone aveva addirittura inviato una richiesta diplomatica, nota come "le ventun domande", al Presidente della Repubblica cinese Yuan Shih-kai. In questo documento si chiedevano zone di influenza nei territori dello Shantung, Honan e Manciuria. Inoltre si chiedeva di inserire personale giapponese nell'amministrazione pubblica e nella polizia cinesi. Era concretamente un tentativo di trasformare la Cina in un protettorato o colonia del Giappone. Yuan Shih-kai non aveva la forza di reagire e subì l'assalto dell'Impero del Sol Levante. Soltanto gli Stati Uniti si schierarono in difesa della Cina, e cercarono con la diplomazia di limitare le pretese giapponesi. Un compromesso fu raggiunto col trattato di Washington firmato il 6 febbraio 1922. Questo accordo fissava una limitazione negli armamenti navali, e quindi una riduzione della politica espansionistica delle grandi potenze, inclusi Stati Uniti e Giappone. Il contrammiraglio Ueda Yoshitake commentò l'accordo affermando che il Giappone non era ancora pronto a una guerra con gli Stati Uniti, ma non avrebbe sopportato a lungo la prepotenza di chi voleva schiacciarlo. I giapponesi si stavano preparando a combattere per sopravvivere, così almeno credevano. Era convinzione diffusa dell'epoca che i conflitti fra nazioni per il possesso delle risorse economiche fossero inevitabili.
La Prima Guerra Mondiale si concluse senza una effettiva risoluzione dei conflitti. La Germania avrebbe presto ripercorso il cammino che portava allo scontro con la Francia e la Gran Bretagna, mentre il Giappone avrebbe invaso la Cina (8). Come si deduce facilmente, fu la politica di potenza ed espansione a determinare il corso della storia del XX secolo. Il Giappone seguì lo stesso sventurato cammino delle nazioni occidentali. Risulta ingannevole credere che questo percorso sia determinato dalle istituzioni democratiche oppure autoritarie dei paesi in conflitto. In verità, come si è visto, la motivazione che fece agire le nazioni nella Prima Guerra Mondiale fu la volontà di potenza, ossia la loro politica espansionistica e colonialista. Questa politica apparteneva alle democrazie liberali come Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, quanto ai successivi regimi fascisti di Italia, Germania e Giappone. Si evince anche quanto le democrazie accettino facilmente le collaborazioni con i regimi autoritari se utili a perseguire i loro scopi di espansione commerciale ed economica. Il Giappone, non bisogna dimenticarlo mai, fu un alleato di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale. Non si può cancellare questo fatto storico compromettente.
Le cause che scatenano le guerre sono il desiderio di possesso, la brama di potere, l'interesse economico. Le democrazie non sono immuni a questi impulsi, e la storia del colonialismo europeo ne è la dimostrazione più lampante. La Prima Guerra Mondiale è l'apice di questa mentalità che trova espressione nella politica di potenza. Il Giappone, anche se erede della tradizione orientale, condivise con pervicacia la medesima prospettiva, e divenne un artefice del progetto di modernità occidentale tanto da subirne le nefaste conseguenze.

Note

1. Anche Francis Fukuyama, in linea con la versione americana della democrazia esportata in Giappone, espone la stessa distorta visione mal documentata. La democrazia dell'epoca Taisho (1912-1926), basata su un sistema parlamentare eletto dai cittadini, viene completamente ignorata. Cfr. Fukuyama, Francis, La fine della storia e l'ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 1996, p.71.
2. Gli aiuti più consistenti vennero dalla Gran Bretagna, la Francia, la Germania e anche l'Italia. Per quanto riguarda l'Italia, ricordiamo che nel 1904 il Giappone aveva in servizio due grossi incrociatori corazzati costruiti in Italia: il Kasuga e il Nishin. Il Kasuga pesava 7628 tonnellate, aveva una potenza di 14800 HP erogata da motori Ansaldo, una velocità di 20 nodi, e il cannone principale di prua era calibro 254 mm, mentre due calibro 203 mm erano a poppa. Kasuga e Nishin furono impiegati nella guerra russo-giapponese (1904-1905). Il Kasuga fu determinante nel bombardamento di Port Arthur con il suo potente cannone, e rilevante nella battaglia di Tsushima.
3. Ma le forze americane erano presenti maggiormente nell'Oceano Atlantico, a protezione delle rotte per l'Europa, e quelle britanniche nell'Oceano Indiano e nel Mediterraneo, per salvaguardare le colonie, e nell'Oceano Atlantico per garantire la difesa della madrepatria. Il Giappone possedeva alcune navi sottratte alla Russia durante la guerra del 1904-1905, e ciò spiega il numero elevato di unità in suo possesso. Però la sua industria non era ancora in grado di competere con gli Stati Uniti, nonostante i buoni risultati raggiunti e l'eccellenza in alcuni casi particolari.
4. La trascrizione dei nomi delle navi giapponesi, qui adottata, segue la convenzione usata dalle pubblicazioni dello Stato Maggiore della Marina italiana. Per evitare equivoci e fraintendimenti si sono conservati i nomi nella vecchia trascrizione già nota ai lettori italiani.
5. La prima nave della U.S. Navy ad essere adattata per il trasporto e decollo di aerei fu la Langley. La Langley era una autentica portaerei con un ponte di volo completo. Gli inglesi ottennero risultati simili con la Argus e la Furious, le prime portaerei della Royal Navy. Il Giappone può però vantare il primato di aver costruito la prima portaerei progettata e realizzata per tale scopo: la Hosho (1921). A differenza delle altre unità, che erano navi modificate e adattate per divenire portaerei, la moderna Hosho era una portaerei costruita appositamente su progetto specifico. Essa partecipò alla guerra cino-giapponese, al conflitto mondiale del 1941-1945, e fu radiata solo nel 1947.
6. Il preciso e puntuale articolo di Pier Francesco Vaccari pubblicato dalla rivista "RID" è esplicativo dello sviluppo dell'aereo da combattimento in Giappone. Cfr. Vaccari, Pier Francesco, La nascita e lo sviluppo delle forze aeree imbarcate giapponesi, in "RID - Rivista Italiana Difesa", n.12, anno XXV, dicembre 2006. I progettisti giapponesi ottennero buoni risultati con gli aerei da caccia e gli aerosiluranti, spesso superiori a quelli corrispettivi occidentali. Eccellenti per per le prestazioni di velocità, qualità aerodinamiche e maneggevolezza, anche gli idrovolanti e i ricognitori. Invece, a causa delle carenze della potenza dei propulsori, furono sempre deficienti i bombardieri pesanti scarsamente protetti e con un carico di bombe insufficiente.
7. Cfr. Sgarlato, Nico, I caccia Nakajima di Koyama e Itokawa, in "Aerei nella Storia", n.50, anno VIII, ottobre-novembre 2006.
8. Il 18 settembre 1931 a causa dell'attentato a Mukden, i giapponesi invasero la Manciuria. Nel 1932 venne creato il Manchukuo, uno stato fantoccio sotto il controllo giapponese. Nel 1933 l'occupazione della Cina settentrionale fu estesa ulteriormente. Il 7 luglio 1937 con l'incidente del ponte Marco Polo iniziò la guerra cino-giapponese su tutto il territorio del paese.

Bibliografia

Apostolo, Giorgio e Dicorato, Giuseppe et alii, L'aviazione. Grande enciclopedia illustrata, De Agostini, Novara, 1985.
Apostolo, Giorgio e Dicorato, Giuseppe et alii, Storia dell'aviazione, Fabbri Editori, Milano, 1973.
Arrighi, Giorgio e Giorgerini, Giorgio, Storia della marina, Fabbri Editori, Milano, 1978.
Barzini, Luigi, Giappone in armi, Treves, Milano, 1906.
Halliday, Jon, Storia del Giappone contemporaneo. La politica del capitalismo giapponese dal 1850 a oggi, Einaudi, Torino, 1979.
Ike, Nobutaka, The Development of Capitalism in Japan, in "Pacific Affairs", vol.XXII, 1949.
Martorella, Cristiano, Il concetto giapponese di economia: le implicazioni sociologiche e metodologiche. Atti del XXV Convegno di Studi sul Giappone, Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia, 2002.
Martorella, Cristiano, La società aperta e il caso Giappone. Relazione del corso di Storia della filosofia contemporanea. Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Genova, 1997.
Maruyama, Masao, Le radici dell’espansionismo. Ideologie del Giappone moderno, Edizioni della Fondazione Giovanni Agnelli, Torino, 1990.
Matricardi, Paolo, Il grande libro degli aerei da combattimento, Editoriale Domus, Milano, 2007.
Minami, Hiroshi, Taisho bunka, Keiso shobo, Tokyo, 1987.
Positano De Vincentiis, Fiammetta, Incrociatori per il Sol Levante, De Ferrari, Genova, 2005.
Sgarlato, Nico, I caccia Nakajima di Koyama e Itokawa, in "Aerei nella Storia", n.50, anno VIII, ottobre-novembre 2006.
Takeshita, Toshiaki, Il Giappone e la sua civiltà: profilo storico, Clueb, Bologna, 1996.
Vaccari, Pier Francesco, La nascita e lo sviluppo delle forze aeree imbarcate giapponesi, in "RID - Rivista Italiana Difesa", n.12, anno XXV, dicembre 2006.
Vantaggi, Adriano, Giappone 1853-1905: Dalla fine dell’isolamento al ruolo di grande potenza, Lassa-Scalese, Genova, 1984.
Villani, Pasquale, Trionfo e crollo del predominio europeo, Il Mulino, Bologna, 1983.

martedì 25 maggio 2010

Will Ferguson

Segnalo un libro dedicato al Giappone.

Will Ferguson, Autostop con Buddha. Viaggio attraverso il Giappone, traduzione di Claudio Silipigni, Feltrinelli, Milano, 2009, 454 p., 20 cm, 19 euro.

Il volume presenta le considerazioni dello scrittore sulle apparenti contraddizioni del Giappone moderno, in un lungo viaggio che permette un confronto attraverso l'esperienza diretta col paese del Sol Levante.
Cristiano Martorella

giovedì 20 maggio 2010

Otaku su Gamers

Sul tema degli otaku segnalo il mio articolo pubblicato dalla rivista "Gamers".

Cfr. Cristiano Martorella, Otaku, in "Gamers", n.3, giugno-luglio 2007, p.5.

Otaku
di Cristiano Martorella

Soprattutto la questione della tecnica investe il fenomeno degli otaku e della cultura giovanile giapponese (wakamono bunka). Fin dagli anni '80 è apparsa prima come una problematica, poi come una risorsa, la cultura giovanile giapponese. Inizialmente il fenomeno era inquadrato nelle categorie della sociologia funzionalista di Robert King Merton, attribuendo il carattere di devianza a ciò che era invece un'autentica innovazione coinvolgente non soltanto i costumi, ma anche i mezzi di produzione e i consumi. Con il termine spregiativo di otaku si intendeva qualcuno che si chiudeva in casa segregandosi per seguire una passione o un hobby in modo fanatico. Questo passatempo (shumi) poteva essere la lettura di fumetti, il modellismo, il collezionismo, etc. Dopo circa un decennio i sociologi si accorsero che il fenomeno non era soltanto passivo e non aveva aspetti unicamente negativi. Gli otaku avevano grande capacità di aggregazione e socialità favorite dalla loro passione, inoltre erano creatori attivi di fanzine (doujinshi), disegnavano, scrivevano, organizzavano raduni. Insomma, erano tutto tranne che asociali e indolenti come erano stati inizialmente descritti. Intanto la sociologia cambiava indirizzo influenzata dal metodo dell'interazionismo simbolico di George Herbert Mead. Così le vecchie analisi erano buttate alle ortiche. In Giappone cominciarono a fiorire studi e considerazioni ben diversi sulla cultura giovanile. Ormai Tokyo era divenuta un laboratorio vivente, specialmente nei quartieri di Harajuku, Shibuya e Akihabara, di questa nuova cultura. La tecnica svolgeva un ruolo importantissimo in questa trasformazione. Le possibilità offerte agli otaku provenivano dal sistema di produzione snella inventato dai manager giapponesi. Con un computer, una stampante, una fotocopiatrice, si poteva realizzare una piccola tipografia casalinga. Questa capacità nasceva negli anni '80 grazie alla rivoluzione informatica. La comunicazione cambiava tramite internet e telefonia mobile. La televisione era scavalcata e resa obsoleta dal lettore DVD e dal file multimediale. In Giappone ciò fa parte della storia del passato recente, in Italia questo sarà il futuro prossimo.

Qual è dunque l'insegnamento che ci proviene dall'esperienza giapponese? L'aspetto principale che va rimarcato è che i cambiamenti delle tecniche non possono agire da soli sul cambiamento della società, piuttosto è vero il contrario. La richiesta di certe tecniche e il loro successo è dovuto a esigenze sociali. La televisione, così come è ancora concepita, è destinata all'obsolescenza poiché la società del futuro non può tollerare un uso così passivo di un mezzo di comunicazione. Attualmente c'è il tentativo di rendere la televisione interattiva, ma è soltanto un trucco che non inganna le nuove generazioni già avvezze alla navigazione in internet. L'altro insegnamento dell'esperienza giapponese riguarda la cultura e il linguaggio. Gli otaku hanno sfruttato le risorse tecnologiche ripiegandosi sulla cultura autoctona di matrice pagana e buddhista. Questo deve far sospettare che una spinta forte verso l'uso della tecnologia comporta come compensazione un recupero della cultura antica depositaria dell'equilibrio delle pulsioni irrazionali. La risposta sociale alla razionalità della tecnica è una virulenta irrazionalità controllabile soltanto da nuovi schemi simbolici e semiotici.



Articolo pubblicato sulla rivista "Gamers". Cfr. Cristiano Martorella, Otaku, in "Gamers", n.3, giugno-luglio 2007, p.5.

The Dragon and the Dazzle

Alcuni dei miei contributi sullo studio della cultura pop giapponese sono stati pubblicati in un libro in inglese destinato al mercato internazionale. Il libro è curato dal sociologo Marco Pellitteri. Ecco le indicazioni bibliografiche:

Marco Pellitteri, The Dragon and the Dazzle. Models, Strategies, and Identities of Japanese Imagination, contributions by Kiyomitsu Yui, Jean-Marie Bouissou, Gianluca Di Fratta, Cristiano Martorella, Bounthavy Suvilay, Tunué, Latina, 2010.

In particolare, ho condotto un'indagine sulla cultura pop giapponese a diversi livelli. I miei contributi forniscono, attraverso un oculato impiego della filosofia comparata, un'analisi estetica del kawaii, un concetto usato e spesso abusato in sociologia. Così ho fornito un fondamento culturale alle mode giapponesi. Infatti la cultura giovanile giapponese trae la sua forza dall'utilizzo della ricchissima tradizione del paese del Sol Levante. Smentendo molte ricerche che si limitavano a etichettare la cultura giovanile come mera forma di contestazione, ho ripercorso e ricostruito la genesi delle mode contemporanee, con un quadro per molti versi innovativo.
Cristiano Martorella